Il governo che da domani sarà il più longevo della Repubblica è anche quello che, in politica estera, offre le maggiori garanzie. Con i rischi che l’affidabilità comporta: appiattirsi sullo status quo che doveva rivoluzionare. I conti, però, si fanno con la realtà: l’alternativa alla linea di Giorgia Meloni è il pastrocchio del campo largo, tentato dalle peggiori compagnie internazionali.
A cominciare da quella cinese. Oggi, il premier può considerarsi un riferimento solido: con Emmanuel Macron e Pedro Sánchez decotti, Friedrich Merz impantanato e i laburisti inglesi in agonia, lei tiene la barra dritta, nonostante le difficoltà. Paradossalmente, anche grazie alla rottura con Donald Trump. Quando è arrivata a Palazzo Chigi, nell’ottobre del 2022, la Meloni si è trovata nel mezzo di una congiuntura storica complicata: otto mesi prima era scoppiata la guerra in Ucraina. Doveva far cambiare musica all’Ue senza minacciare sfracelli, perché, altrimenti, sarebbero stati l’establishment di Bruxelles, Berlino o Parigi a far sfracellare lei.
Meloni ha dovuto abbozzare fino alle Europee del 2024, quando la destra sovranista ha vinto senza stravincere. Tanto è bastato per riequilibrare la seconda Commissione di Ursula von der Leyen, nella quale il premier ha potuto inserire, in una posizione di rilievo (vicepresidente), il fedelissimo Raffaele Fitto. I buoni rapporti con l’esecutivo Ue, in alcuni frangenti, hanno pagato: grazie anche all’asse con la Germania in crisi, sono stati stemperati gli estremismi del Green deal; il Patto sui migranti non ha superato la gabola dei dublinanti, ma è un passo avanti nella direzione dei rimpatri veloci; il rigorismo del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, non è bastato ad assicurare l’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo, ma a questo punto le obbligazioni italiane sono le più sicure del continente.
Per altri versi, l’Europa continua a comportarsi da matrigna: ad esempio, si ostina a negarci la flessibilità per calmierare i prezzi dei carburanti. È un lascito del maoismo verde del primo mandato di Von der Leyen, che potrebbe rosicchiare consensi alle Politiche del 2027.
L’altra grande scommessa della Meloni si doveva giocare sul suo ruolo di pontiera tra l’Ue e Trump. Come molte strategie, anche questa si è incagliata sui clausewitziani «attriti»: gli imprevisti che si frappongono tra l’idea del condottiero e il dispiegarsi degli eventi sul campo di battaglia. La leader di Fratelli d’Italia non poteva seguire il tycoon nella sua sconsiderata impresa in Iran. Ma proprio le aspettative che il presidente Usa riponeva in lei sono state la causa del suo profondo risentimento. La rottura con The Donald avrebbe potuto schiacciare il governo italiano sulle posizioni, politicamente masochistiche, di Bruxelles. Al premier, però, va riconosciuto il pragmatismo con il quale ha saputo svincolarsi dall’imbarazzante compagno, senza allontanare Roma da Washington, a differenza di quanto ha fatto Sánchez, collezionista di discutibili amicizie e ventre molle di Pechino in Europa. Alla fine, essere insultata da Trump, per Meloni, è stato un toccasana. Anche perché ciò l’ha messa sullo stesso binario di Leone XIV, dopo la stagione di carinerie con un Papa come Francesco, che, da progressista, l’aveva presa in simpatia.
Certo, la deflagrazione in Medio Oriente è una grana gigantesca. Pensare che, a gennaio 2025, i canali ancora aperti con l’Iran avevano fruttato un successo storico: la liberazione di Cecilia Sala dalla prigione di Evin. La confederazione globale dei conservatori, in ogni caso, non è per forza sepolta: se l’inquilina di Palazzo Chigi otterrà un secondo mandato, dall’altra parte dell’Oceano non avrà Trump, ma forse un inquilino della Casa Bianca più disposto ad ammorbidire le conseguenze del disimpegno Usa.
Su questo lato dello scacchiere, Meloni ha subito ripreso a tessere collaborazioni persino con partner ideologicamente distanti: è il caso del primo ministro danese, Mette Frederiksen, socialdemocratica ma fautrice della linea dura sui migranti e disponibile a proclamarsi paladina delle radici cristiane dell’Europa.
Sull’Ucraina, l’Italia ha trovato una sintesi faticosa. La coalizione di maggioranza ha sensibilità disomogenee e, adesso, è incalzata da Roberto Vannacci, che alza l’asticella degli abituali malumori del Carroccio per il sostegno a Kiev. Meloni, in parte per convinzione (eredità antisovietiche della destra nazionale), in parte per prudenza, ha confermato sempre la disponibilità ad aiutare Volodymyr Zelensky. Ma è stata abile a neutralizzare i progetti più folli dell’Ue: l’intesa con Belgio e Francia ha scongiurato, almeno finora, il rischio di una disastrosa operazione di sequestro degli asset russi congelati. In più, Roma non è caduta nella trappola dei volenterosi, della retorica sull’invio di truppe al fronte e della miriade di fumisterie marziali, che ci hanno portato dove siamo ora. Ossia, alla «nuova normalità dell’escalation», battezzata dalla Von der Leyen. Un nuvolone nero addensato all’orizzonte.
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