Pescatori iraniani nello Stretto di Hormuz durante il blocco navale
Pescatori iraniani navigano oltre alcune imbarcazioni bloccate nello Stretto di Hormuz, lungo la costa di Bandar Abbas, nel sud dell'Iran (Ansa)

Lo Stretto di Hormuz torna al centro della guerra tra Stati Uniti e Iran, ma questa volta non soltanto per le operazioni militari. Washington sostiene di aver rimosso le mine navali iraniane dalle principali rotte internazionali e considera ormai aperto il passaggio delle navi commerciali. Teheran, però, continua a essere sottoposta al blocco navale americano e il traffico nello Stretto resta lontano dai livelli abituali.

In mezzo c’è un confronto sempre più duro anche sul piano delle dichiarazioni, mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi lascia intravedere la possibilità di un ritorno alla diplomazia.

Il Comando centrale americano (Centcom) ha annunciato che le forze Usa hanno completato la bonifica delle rotte di navigazione internazionali di Hormuz dalle mine che, secondo Washington, erano state posizionate nei mesi scorsi dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica iraniana. L’operazione, ha spiegato l’ammiraglio Brad Cooper, ha coinvolto sommozzatori della Marina, Navy Seals e mezzi aerei delle diverse componenti delle forze armate americane.

«Oggi le rotte di navigazione internazionali sono aperte e l’attività è in crescita», ha detto Cooper, ricordando che negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno assistito quasi 1.500 navi commerciali nel passaggio attraverso lo Stretto.

Secondo i dati forniti dall’ammiraglio, le imbarcazioni trasportavano complessivamente quasi 750 milioni di barili di greggio destinati ai mercati internazionali. Il quadro è però molto diverso se si guarda al traffico quotidiano: nella giornata di ieri sono passate appena sette navi, contro le 17 del giorno precedente e una media di 15 negli ultimi dieci giorni.

Trump alza il tiro, Teheran risponde

È su questo scenario che Donald Trump ha rilanciato la sua provocazione politica. Il presidente americano ha definito Hormuz «un nuovo territorio» degli Stati Uniti, inserendo lo Stretto in un collage insieme a Guam, Porto Rico, Samoa americane e Isole Vergini. In un’altra dichiarazione ha sostenuto che il traffico è aperto e che la risposta iraniana è stata «molto moderata»: «Non vogliono che torniamo ad attaccarli. È tutto qui. Tutto il resto non conta».

Poco dopo, Trump ha rincarato la dose sui social, sostenendo di non volere un incontro con Teheran e che sarebbe invece l’Iran a cercare un accordo: «Io non voglio un incontro, loro sì. Anzi, stanno implorando di raggiungere un accordo».

Da Teheran è arrivata una replica altrettanto netta. Il viceministro degli Esteri per gli Affari legali e internazionali, Kazem Gharibabadi, ha attaccato direttamente il presidente americano, commentando proprio la rappresentazione di Hormuz come nuovo territorio degli Stati Uniti. «La schizofrenia è un disturbo psicotico complesso e acuto, caratterizzato da alterazioni del pensiero e da una percezione distorta della realtà», ha scritto su X, aggiungendo che tra i sintomi ci sarebbero «allucinazioni e deliri».

Al di là dello scontro verbale, resta però il nodo del blocco. La Casa Bianca ha ribadito che il blocco navale statunitense contro l’Iran è ancora «pienamente» in vigore e che non sono in corso contatti diplomatici tra Washington e Teheran.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent, intanto, ha rivendicato l’efficacia della strategia economica americana: «Il blocco e l’operazione di emarginazione economica schiacceranno la già fragile economia iraniana». Secondo Bessent, gli Stati Uniti hanno fatto uscire 130 milioni di barili di petrolio negli ultimi 14 giorni, mentre l’Iran non ne avrebbe esportato nessuno.

Washington sta inoltre allargando la pressione finanziaria oltre i confini iraniani. Le nuove sanzioni hanno colpito la filiale emiratina della banca statale egiziana Misr, accusata di aver partecipato a transazioni con l’Iran, oltre a un soggetto ritenuto collegato alla Bank Melli iraniana e a una società di Hong Kong. Il prossimo fronte sarà il G20 delle Finanze, dove Bessent dovrebbe chiedere agli altri Paesi di rispettare le sanzioni americane contro Teheran.

L’apertura di Araghchi e il costo della guerra

In questo quadro, le parole di Araghchi introducono un elemento diverso. Il ministro degli Esteri iraniano ha sostenuto che riportare «la diplomazia sui binari giusti non è impossibile», ma ha posto una condizione precisa: Washington deve comprendere che «la pressione non funziona». Secondo Araghchi, gli Stati Uniti dovrebbero costruire fiducia, parlare con rispetto, riconoscere i diritti dell’Iran e mantenere gli impegni presi.

È un’apertura che, almeno per il momento, non coincide con un negoziato in corso. La Casa Bianca nega infatti che vi siano contatti diplomatici, mentre Teheran continua a presentare la guerra come un confronto militare ed economico al quale intende rispondere.

Il portavoce della Difesa Reza Talaei-Nik ha inoltre annunciato che l’Iran dispone di «nuove armi, equipaggiamenti, tecnologie e tattiche» che saranno rivelati sul campo di battaglia, sostenendo che l’industria militare del Paese abbia sviluppato autonomamente nuove capacità nel settore dei droni e dei missili balistici.

Anche Mosca osserva con attenzione il braccio di ferro. Il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha escluso l’idea di introdurre un sistema di pedaggi per le navi che attraversano Hormuz, spiegando che la questione dovrà eventualmente essere affrontata nei negoziati. Secondo Lavrov, gli Stati Uniti chiedono all’Iran di aprire lo Stretto mentre la Repubblica islamica lega questa possibilità all’allentamento o alla revoca delle sanzioni.

La guerra pesa anche sui conti degli Usa

A pesare sulle scelte americane c’è infine il costo della guerra. Secondo documenti del Pentagono e fonti consultate dal Guardian, le operazioni contro l’Iran hanno messo sotto pressione il bilancio della Marina Usa, fino a rendere necessario lo spostamento di fondi destinati anche agli stipendi per coprire le spese dei combattimenti.

Il bilancio della Marina per il 2026 sfiora i 300 miliardi di dollari e, secondo la ricostruzione, la guerra avrebbe già comportato costi per 35,7 miliardi. Alcuni interventi di manutenzione non urgenti sarebbero stati rinviati per la mancanza di liquidità.

Nel frattempo, circa 50.000 militari americani sono impegnati nelle operazioni in Medio Oriente, secondo il comandante del Centcom. E una nuova portaerei, la Uss Theodore Roosevelt, è pronta a partire da San Diego per dare il cambio alla Uss George Washington, con una missione prevista di oltre sette mesi.

La guerra, dunque, resta aperta su più fronti. Hormuz è formalmente attraversabile sulle rotte bonificate dagli americani, ma il traffico non è ancora tornato ai livelli precedenti e il blocco contro l’Iran rimane in vigore. Washington continua a puntare sulla pressione militare ed economica, mentre Teheran alterna minacce e disponibilità condizionata al dialogo. È proprio nello spazio tra queste due posizioni che, per ora, resta sospesa la possibilità di una nuova trattativa.

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