Donald Trump, presidente degli Stati Uniti
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha annunciato nuove misure contro l’Iran e la rimozione delle mine dallo Stretto di Hormuz (Ansa)

Non sono tardate ad arrivare le reazioni al D-Day economico, decretato lunedì dall’amministrazione Trump nei confronti del regime khomeinista. Il ministro dell’Economia iraniano, Ali Madanizadeh, ha dichiarato ieri che Teheran è «pienamente preparata alle sanzioni statunitensi». Sanzioni che il Qatar ha a sua volta criticato, bollandole come «unilaterali».

Tuttavia è forse la reazione di Pechino quella da attenzionare maggiormente. «La Cina ha già affermato più volte di opporsi fermamente alle sanzioni unilaterali illegali.

La Cina adotterà tutte le misure necessarie per salvaguardare con fermezza i propri diritti e interessi», ha affermato il ministero degli Esteri cinese, commentando le nuove restrizioni economiche imposte all’Iran dall’amministrazione Trump.

Del resto, Pechino, pur avendone ridotto l’acquisto a causa della guerra, è storicamente il principale importatore di greggio iraniano. Inoltre, secondo The Hill, «Teheran si affida alle esportazioni di tecnologia cinese, fondamentali per lo sviluppo dei suoi programmi di droni e missili».

Cina e Iran sfidano le sanzioni di Trump

Insomma, è chiaro per quale ragione la Repubblica popolare veda come il fumo negli occhi la nuova stretta economica statunitense all’Iran. E di questo a Washington sono più che consapevoli. È probabilmente anche per tale ragione che, come sottolineato da Axios, il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, nella conferenza stampa di lunedì, ha, sì, annunciato delle sanzioni secondarie al regime khomeinista, ma si è anche rifiutato di specificare quali Paesi potrebbero essere coinvolti né ha dato scadenze precise per quanto riguarda l’imposizione delle nuove misure. Interpellato sulla Cina, ha replicato laconicamente che «nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni statunitensi». L’amministrazione Trump sa del resto che, in questo momento, la situazione dei rapporti tra Washington e Pechino è delicata.

Innanzitutto, Xi Jinping è atteso alla Casa Bianca il prossimo 24 settembre. In secondo luogo, Washington spera che i cinesi rispettino i loro impegni ad acquistare prodotti agricoli statunitensi, aerei Boeing e petrolio americano.

Dall’altra parte, Trump sa che il blocco economico contro l’Iran terrà soltanto se sarà sostenuto da Pechino. Il che, come abbiamo visto, è, al momento, tutt’altro che scontato. Si tratta di un’incognita rilevante. Aumentando la pressione economica, Trump spera di isolare politicamente le Guardie della rivoluzione e di rafforzare la corrente che, in seno al regime khomeinista, è favorevole ai negoziati con Washington.

Una corrente, questa, che, capeggiata dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian, teme la situazione catastrofica in cui la Repubblica islamica versa sul fronte economico: il rial è ai minimi storici, l’inflazione galoppa, l’export di greggio è crollato e la crisi sta falcidiando numerosi posti di lavoro.

Trump punta sulla crisi interna iraniana

Non a caso, ieri, Trump, oltre ad annunciare che tutte le mine a Hormuz sarebbero state rimosse o fatte «brillare» dalla Marina americana (e dopo l’annuncio, il prezzo del greggio Wti è sceso a 82,35 dollari al barile alle 19.30), ha messo il dito nella piaga.

«La Repubblica islamica dell’Iran, ormai in declino, non paga ampi settori delle sue forze armate, mentre allo stesso tempo uccide i manifestanti», ha affermato su Truth, parlando anche di una «crisi umanitaria». Il presidente americano punta a far leva su queste difficoltà per rafforzare la posizione di Pezeshkian contro i pasdaran e magari per spingere l’Artesh a rivoltarsi contro di loro. In tal senso, la Casa Bianca ha chiesto al capo delle forze armate pakistane, Asim Munir, di convincere Teheran a tornare al tavolo negoziale.

Guarda caso, proprio ieri, Islamabad ha fatto sapere che si sarebbero registrati «progressi significativi» nei recentissimi colloqui tra lo stesso Munir e la leadership iraniana in relazione al conflitto tra Washington e la Repubblica islamica.

In particolare, secondo l’agenzia di stampa Tasnim, gli iraniani avrebbero detto ai pakistani che, per arrivare a un accordo, gli Usa dovrebbero attenersi al memorandum d’intesa di giugno, soprattutto per quanto riguarda la sezione relativa a Hormuz. Tutto questo, mentre Teheran e Muscat hanno discusso ieri della possibilità di creare un corridoio temporaneo nello Stretto.

Al contempo, il Dipartimento di Stato americano ha offerto una ricompensa fino a dieci milioni di dollari per chi fornisca informazioni su alcuni alti comandanti dei pasdaran. Ed è sempre pensando ai pasdaran che Trump, nelle stesse ore, ha minacciato «tolleranza zero» per chi dovesse mettere nuove mine nello Stretto di Hormuz. Insomma, la pressione americana sulle Guardie della rivoluzione aumenta.

Tuttavia, il peso di Pechino sul blocco economico statunitense aleggia come una significativa incognita. Senza contare che, tra i partner commerciali più esposti alle sanzioni secondarie americane, figurano Iraq, India e Turchia: quella Turchia con cui Trump sta giocando da mesi sempre più di sponda.

Dall’Iran a Mosca, la partita si allarga

Washington intende comunque mantenere l’iniziativa. Ieri, il direttore della Cia, John Ratcliffe, si è recato a sorpresa a Mosca. Mentre La Verità andava in stampa, non era chiaro il motivo della visita. Si riteneva però che avrebbe potuto partecipare a dei colloqui su Ucraina e Iran. Non si può dunque escludere che la Casa Bianca punti a una sponda con il Cremlino, per isolare i pasdaran e rilanciare la diplomazia con Teheran. Non è del resto un mistero che Vladimir Putin ambisca al ruolo di mediatore, per cercare di recuperare influenza in Medio Oriente.

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