Tregua USA-Iran, le petroliere si muovono. Pedaggi (possibili) contestati dagli armatori. Prezzi in calo e ripartenza del Golfo, mentre il WSJ accusa Trump di avere ceduto all’Iran.
Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Getty Images)
Il tycoon prova ad arginare la furia militare dell’alleato israeliano e annuncia (ancora) un imminente accordo di pace con l’Iran: «Due o tre giorni e firmiamo». Anche Teheran ottimista. Ma l’abbattimento di un Apache americano a Hormuz riporta alla cautela.
Continuano a registrarsi fibrillazioni tra l’amministrazione Trump e il governo israeliano. «Se gli dico di fare qualcosa, lui la fa», ha dichiarato il presidente americano, riferendosi a Benjamin Netanyahu. «Tutto quello che ho detto a Netanyahu è che dobbiamo usare il buon senso, siamo vicini a firmare un accordo molto importante», ha aggiunto, per poi negare che il premier israeliano lo avesse «sfidato».
Il riferimento era al fatto che, lunedì mattina, lo Stato ebraico aveva condotto alcuni attacchi contro l’Iran, nonostante Trump, alcune ore prima, avesse cercato di dissuadere Netanyahu dall’agire in tal senso. Lunedì pomeriggio, i due leader si erano sentiti telefonicamente e, dopo il colloquio, Israele aveva annunciato che, su richiesta dell’inquilino della Casa Bianca, avrebbe interrotto ulteriori azioni militari contro la Repubblica islamica. Successivamente, Trump ha raccontato di aver minacciato di lasciare Gerusalemme da sola contro Teheran, qualora Netanyahu avesse ripreso la guerra con il regime khomeinista.
Sempre ieri, a far emergere le tensioni tra la Casa Bianca e il premier israeliano è stato anche JD Vance. «Usa e Israele hanno molti interessi in comune, ma ci sono anche alcune situazioni in cui i nostri interessi divergono», ha dichiarato ieri, per poi aggiungere che un accordo tra Washington e Teheran rappresenterebbe un «successo clamoroso per il popolo americano». «A Israele potrebbe piacere o meno, ma fondamentalmente riteniamo che questo sia nel miglior interesse degli Usa», ha proseguito. Vale a tal proposito la pena di ricordare come Vance storicamente rappresenti, all’interno dell’amministrazione statunitense, la figura forse meno morbida nei confronti di Netanyahu. Inoltre, il numero due della Casa Bianca è stato incaricato da Trump di guidare i negoziati diplomatici con l’Iran. Vance ha del resto tutto l’interesse a concludere un’intesa con Teheran. Innanzitutto, il vicepresidente è espressione di quella parte di mondo Maga che non nutre troppa simpatia per i coinvolgimenti militari all’estero. In secondo luogo, se riuscisse ad avere successo nella diplomazia iraniana, potrebbe rafforzarsi politicamente in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028.
In questo quadro, Trump ha detto ieri che l’intesa tra Washington e Teheran potrebbe essere raggiunta «in due o tre giorni», aggiungendo che, in caso, Hormuz verrebbe riaperto «immediatamente». In particolare, il presidente ha parlato di un «ottimo accordo che non permetterà in alcun modo la diffusione delle armi nucleari». Se l’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir Saeid Iravani, ha auspicato che le parti pervengano «presto» a un’intesa definitiva, fonti del governo pakistano hanno tuttavia fatto sapere di ritenere «improbabile» una svolta diplomatica entro pochi giorni. Nel frattempo, secondo Sky News Arabia, Teheran avrebbe sottoposto ieri all’amministrazione Trump una bozza di accordo che, stando ad alcune indiscrezioni, prevedrebbe un’estensione della tregua, la riapertura di Hormuz, paletti al nucleare iraniano e un parziale allentamento delle sanzioni statunitensi. La stessa fonte ha riferito che Washington avrebbe accettato la proposta «in linea di principio». Ciononostante, nella serata di ieri, la situazione tra Usa e Iran è tornata a farsi turbolenta. «Sono appena stato informato dalle nostre Forze armate che la scorsa notte gli iraniani hanno abbattuto uno dei nostri sofisticatissimi elicotteri Apache mentre pattugliavano lo Stretto di Hormuz. A bordo c’erano due piloti, entrambi sani e salvi», ha affermato Trump su Truth, per poi aggiungere: «Gli Usa devono necessariamente rispondere a questo attacco».
In attesa di ulteriori sviluppi, il presidente americano resta per ora propenso a concludere il conflitto per varie ragioni. Innanzitutto vuole evitare un pantano e, in secondo luogo, ha urgenza di far abbassare il costo dell’energia: l’alto prezzo della benzina negli Usa rappresenta infatti una vulnerabilità per il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Netanyahu, dal canto suo, ha sempre guardato con sospetto ai negoziati tra Washington e Teheran. Inoltre, man mano che si avvicinano le elezioni di ottobre per la Knesset, il premier israeliano è sotto pressione da parte dell’opposizione per mantenere la linea dura contro Hezbollah. Il punto è che l’Iran ha ripetutamente subordinato il raggiungimento di un accordo con gli Usa alla conclusione delle operazioni belliche israeliane in Libano. E proprio il Libano ha, non a caso, rappresentato, nelle scorse settimane, il principale scoglio nei rapporti tra Trump e Netanyahu. A questo rischia di aggiungersi il fatto che il Pentagono avrebbe aumentato le proprie preoccupazioni per le attività di spionaggio israeliane ai danni degli Usa: attività che avrebbero in particolare colpito, secondo il New York Times, alcuni dei funzionari americani coinvolti nelle trattative con l’Iran (a partire da Steve Witkoff).
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Haitham Al Ghais, segretario generale dell'Opec (Ansa)
Intanto, droni russi colpiscono Chernobyl e Xi vola in Corea per mediare sull’Ucraina.
In questo momento il più efficace alleato di Donald Trump, e anche dell’inconsistente Europa, nel conflitto iraniano sono i Paesi del Golfo, che fanno fare un passo avanti alla crisi internazionale con una mossa a sorpresa: l’Opec plus ha deciso di aumentare per la quarta volta dall’inizio della crisi con Teheran la produzione di petrolio di 188.000 barili al giorno.
Per tre motivi: dribblare il blocco di Hormuz, compensare la minore capacità di raffinazione della Russia colpita dai droni ucraini - ieri ci sono stati nuovi sviluppi sia militari che diplomatici, ma per ora non c’è alle viste l’incontro con Vladimir Putin sollecitato da Volodymyr Zelensky che, scrive il Financial Times, avrebbe chiesto aiuto al magnate Roman Abramovič per un abboccamento con il leader del Cremlino - e compensare l’uscita degli Emirati Arabi dall’organizzazione.
Il fatto che la decisione sia dell’Opec plus significa che anche Mosca ha la possibilità d’incrementare la produzione. L’obbiettivo è soddisfare comunque la richiesta di greggio tentando di raffreddare i prezzi.
Nonostante i sette principali Paesi del cartello abbiano aumentato da aprile a giugno le quote di produzione di 600.000 barili al giorno, i tagli alle esportazioni - causa Hormuz - dei Paesi del Golfo hanno ridotto nel mese di aprile scorso la produzione in media a 33,19 milioni di barili al giorno a fronte dei quasi 43 milioni giorno di febbraio.
C’è da tenere presente anche un altro fattore geopolitico: l’Iran non risparmia attacchi ai pesi arabi. Appena tre giorni fa il porto di Al-Fahal, in Oman, è stato attaccato con i droni degli Ayatollah che hanno puntato anche istallazioni petrolifere dell’Arabia Saudita. Proprio da Riad è partita la proposta di aumentare la produzione di petrolio per mettere in ginocchio l’Iran.
Appare abbastanza evidente che la lega sunnita abbia ormai deciso di muovere una guerra sotterranea agli sciiti di Teheran, che ieri sono tornati a tuonare contro Israele dopo che l’Idf ha attaccato a Dahyeh, la roccaforte di Hezbollah nel Sud di Beirut per la prima volta dal cessate il fuoco temporaneo. «Questo cane rabbioso deve essere disciplinato e rimesso al suo posto», ha scritto su X Ebrahim Rezaei, presidente della Commissione parlamentare per la politica estera e la sicurezza nazionale dell’Iran a proposito d’Israele: «Risponderemo colpo su colpo». Questo avrebbe indotto Donald Trump - che ha lodato Mojtaba Khamenei dicendo che è «più razionale» del suo predecessore in vista di una riapertura di Hormuz che però Teheran dilaziona a trenta giorni dopo il definitivo cessate il fuoco - a chiedere a Benjamin Netanyahu attacchi più chirurgici. Che non pare essere la caratteristica di quelli russi sull’Ucraina.
Mentre il presidente Volodymyr Zelensky era atteso a Londra per incontrare i leader di Francia, Gran Bretagna e Germania, ci sono state massicce incursioni aeree russe. Droni hanno bombardato un villaggio nella regione di Zaporizhzhia e hanno ucciso tre persone ferendone altre tre. C’è forte preoccupazione dell’Agenzia internazionale dell’atomo perché un attacco di droni russi ha «parzialmente distrutto» un sito di stoccaggio centralizzato di combustibile nucleare esaurito nella zona di Chernobyl, anche se al momento non ci sono state impennate di radiazioni.
Per loro conto gli ucraini hanno risposto attaccando 26 obiettivi tra Lugansk, Donetsk e Zaporizhzhia che sono territori occupati dai russi. Incursioni ci sono state anche in Crimea e nella zona russa di Bryansk. Se i due conflitti sembrano in stallo c’è chi sta lavorando per crearsi uno spazio diplomatico. È per questo che oggi Xi Jinping vaa incontrare Kim Jong-un. La Corea del Nord non concorda con la Cina sulla denuclearizzazione e non ha apprezzato il distacco di Pechino dall’alleanza di Pyongyang con Mosca. è possibile che dal vertice sino-coreano esca una proposta rivolta a Vladimir Putin per la gestione della guerra in Ucraina.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Ecco #DimmiLaVerità del 26 maggio 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo gli sviluppi preoccupanti della guerra in Iran.







