La crisi tra Stati Uniti e Iran continua a muoversi su un doppio binario, tra tentativi di mediazione diplomatica e nuove minacce militari. Al centro del confronto resta lo Stretto di Hormuz, dove Teheran e Muscat rivendicano progressi nei negoziati sulla futura gestione della navigazione, pur escludendo una riapertura immediata della strategica rotta marittima.
Intanto proseguono gli scontri indiretti nella regione, dalle acque del Mar Rosso al Libano, mentre negli Stati Uniti cresce il dibattito sull’impatto della guerra sulle capacità militari americane.
Iran e Oman verso un’intesa sullo Stretto di Hormuz
L’Iran ha annunciato di aver raggiunto con l’Oman un’intesa sulle coordinate geografiche del futuro corridoio di navigazione nello Stretto di Hormuz. A renderlo noto è stato il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, secondo cui «le coordinate della rotta sono state concordate» e la dichiarazione congiunta tra i due Paesi è ormai nella fase finale di elaborazione. Il documento, ha precisato, potrà essere concluso soltanto «se alcune parti terze non ostacoleranno il processo», in un chiaro riferimento alle pressioni che Teheran attribuisce agli Stati Uniti.
Baghaei ha inoltre smentito le indiscrezioni su una presunta missione del ministro degli Esteri Abbas Araghchi o del presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf in Pakistan e Qatar per incontrare i mediatori impegnati nei colloqui con Washington. «Non è previsto alcun viaggio entro la fine della settimana», ha dichiarato, confermando però che Iran, Qatar e Pakistan continuano a mantenere contatti diplomatici nel tentativo di favorire una riduzione delle tensioni.
Nonostante i progressi annunciati, Teheran esclude che un eventuale accordo con Muscat possa tradursi in una riapertura immediata dello Stretto di Hormuz. Secondo una fonte citata dall’emittente statale Irib e ripresa da Al Jazeera, i negoziati riguardano esclusivamente le future modalità di transito delle navi e «non hanno nulla a che vedere con gli Stati Uniti». La stessa fonte ha ribadito che un’intesa tecnica non significherebbe automaticamente la ripresa della navigazione.
Un funzionario citato da Sepah news, agenzia vicina alle Guardie rivoluzionarie, ha attribuito il ritardo dell’accordo «all’ingerenza degli Stati Uniti e alle minacce del presidente Donald Trump», sostenendo che l’Iran «non concluderà alcuna intesa sotto pressione». Secondo la stessa ricostruzione, lo Stretto resterà chiuso finché Washington non modificherà quello che Teheran definisce il proprio comportamento ostile.
Trump allenta le sanzioni e rilancia la trattativa
Le dichiarazioni iraniane sono arrivate poche ore dopo un nuovo intervento del presidente americano Donald Trump. Intervistato da Fox News, il capo della Casa Bianca ha affermato che gli Stati Uniti hanno già colpito duramente l’Iran, ma che «il colpo più duro deve ancora arrivare» se non si raggiungerà un accordo. Trump ha però ribadito di preferire una soluzione diplomatica, assicurando che «stiamo avendo ottime discussioni» e sostenendo che Teheran voglia trovare un’intesa.
Lo spiraglio di apertura è confermato dall’annuncio del dipartimento del Tesoro americano: ha eliminato le sanzioni antiterrorismo nei confronti della compagnia aerea irachena Fly Baghdad airlines, entrata nella lista nera nel 2024 per i suoi legami con i pasdaran.
Sul fronte diplomatico è intervenuto anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha riferito di aver parlato con il collega iraniano Abbas Araghchi. «Mi ha illustrato la trattativa che l’Iran sta conducendo con l’Oman per la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale», ha scritto il titolare della Farnesina, ribadendo la necessità di «proseguire il dialogo per arrivare rapidamente a una soluzione politica della crisi anche con gli Stati Uniti». Tajani ha inoltre sottolineato che la libertà di navigazione nello Stretto deve essere garantita «senza pedaggi o limitazioni», nell’interesse della stabilità regionale e dell’economia mondiale.
Restano le tensioni tra Mar Rosso, Libano e fronte militare Usa
Negli Stati Uniti emergono intanto polemiche anche sulla gestione del conflitto. Secondo il sito investigativo The intercept, il Pentagono avrebbe modificato il metodo utilizzato per contabilizzare militari uccisi e feriti, con un sistema che, secondo un funzionario americano citato dalla testata, sarebbe stato «progettato per nascondere il numero reale» delle perdite.
Sempre sul fronte americano, la Cnn ha riferito che la guerra starebbe mettendo sotto forte pressione le scorte di missili statunitensi. L’emittente sostiene che siano stati impiegati circa l’80% degli intercettori Thaad, quasi la metà dei Patriot e gran parte dei missili terra-terra di precisione disponibili prima del conflitto. Una ricostruzione respinta dal segretario alla Difesa, Pete Hegseth, che su X ha definito «non vero» il servizio della rete televisiva, accusandola di diffondere «fake news».
Nel frattempo il conflitto continua ad allargarsi. Gli Huthi dello Yemen hanno annunciato di aver colpito con missili balistici due petroliere saudite: la prima al largo del porto di Yanbu, nel Mar Rosso, la seconda nel Golfo di Aden. Dall’inizio del blocco navale proclamato contro la flotta di Riad, gli Huthi hanno rivendicato attacchi contro nove navi.
Anche il fronte libanese resta instabile. Le Forze di difesa israeliane hanno comunicato di aver avviato attacchi mirati nel Sud del Libano in risposta a quella che hanno definito una «violazione del cessate il fuoco» da parte di Hezbollah. Proseguono a Roma i colloqui indiretti tra Libano e Israele. Secondo fonti libanesi citate da Al Arabiya, i negoziati avrebbero compiuto passi avanti, mentre Beirut ha chiesto di prorogare la tregua di altri 60 giorni.
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