Trump frena l’assalto finale all’Iran, affermando che sono stati gli ayatollah a fermarlo. Ma Teheran lo punge: «Si trova a corto di missili». Il Pentagono ribatte ma è costretto ad ammettere che è necessario produrre nuovi intercettori.
Il possibile esaurimento delle scorte di missili intercettori americani diventa uno dei principali elementi di scontro nella crisi tra Stati Uniti e Iran. Mentre il Pentagono smentisce di trovarsi in difficoltà operative, Teheran sostiene che proprio il consumo di una parte significativa dei sistemi di difesa aerea avrebbe spinto Donald Trump a rinunciare a un nuovo attacco contro la Repubblica islamica.
Sullo sfondo restano le trattative sullo Stretto di Hormuz e una guerra di dichiarazioni che propone versioni completamente opposte degli stessi eventi. A rilanciare il tema è stato il portavoce del quartier generale Khatam al-Anbiya, Ebrahim Zolfaghari, secondo il quale Trump non avrebbe sospeso l’operazione militare su richiesta dell’Iran, ma perché gli Stati Uniti avrebbero ormai consumato una parte rilevante delle proprie capacità di difesa aerea nella regione. «Sia noi sia voi conosciamo il vero motivo», ha scritto su X, aggiungendo che Washington «non avrebbe mai dovuto mettersi contro l’Iran».
Il Pentagono accelera la produzione dei Patriot
Il Pentagono ha respinto questa ricostruzione, negando di essere a corto di sistemi di difesa antiaerea, ma ha allo stesso tempo riconosciuto la necessità di accelerare la produzione di nuovi missili intercettori. Un’analisi del Center for Strategic and International Studies, ripresa anche dall’Associated Press, stima infatti che gli Stati Uniti abbiano già impiegato circa il 50% degli intercettori Patriot, oltre la metà dei sistemi THAAD e una quota significativa di altri missili di precisione utilizzati nelle operazioni contro Iran, Houthi e per il sostegno alla difesa di Israele e dell’Ucraina. Anche il Wall Street Journal ha riferito che le preoccupazioni per il livello delle scorte di Patriot hanno contribuito alla prudenza della Casa Bianca rispetto a un possibile ampliamento delle operazioni militari contro Teheran. Per ricostituire gli arsenali, l’Esercito statunitense ha assegnato a Lockheed Martin un contratto fino a 58,6 miliardi di dollari per aumentare la produzione dei missili Patriot PAC-3 MSE.
Hormuz resta il nodo della trattativa
In questo contesto si inseriscono le dichiarazioni diametralmente opposte arrivate da Washington e Teheran. In un messaggio pubblicato su Truth Social, Donald Trump ha affermato di aver annullato un nuovo attacco contro l’Iran dopo una richiesta avanzata, a suo dire, dalla Repubblica islamica e da altri Paesi del Medio Oriente.
L’intesa, secondo il presidente americano, dovrebbe prevedere la riapertura «completa, totale e immediata» dello Stretto di Hormuz e la fine della minaccia rappresentata dal programma nucleare iraniano. Pur ribadendo che gli Stati Uniti sono pronti a intervenire con una forza «mai vista dalla Seconda guerra mondiale», Trump ha spiegato di aver scelto la via diplomatica «per il bene del futuro del mondo», assicurando che anche Israele rispetterebbe questo impegno. Dietro le quinte, tuttavia, la mediazione prosegue con molte incognite. Secondo Axios, emissari del Qatar hanno avuto colloqui separati con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, con funzionari dell’Oman e con l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff nel tentativo di trovare una soluzione alla crisi dello Stretto di Hormuz. Secondo Araghchi, i negoziati sarebbero ormai nelle «fasi finali».
Lo stesso Axios riferisce che il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman avrebbe telefonato a Trump invitandolo a evitare un nuovo attacco contro l’Iran. La versione americana è stata però respinta da Teheran. Araghchi ha avvertito che qualsiasi «iniziativa avventuristica» degli Stati Uniti riceverà una risposta «ferma», mentre gli ambienti militari iraniani, citati dal Jerusalem Post attraverso l’agenzia Mehr, negano che la Repubblica islamica abbia mai chiesto a Washington di sospendere gli attacchi e assicurano che le forze armate restano al massimo livello di allerta. L’Iran considera le continue aperture e i successivi ripensamenti degli Stati Uniti parte di una strategia di pressione, ma assicura di essere pronto a qualsiasi scenario. Lo ha dichiarato il ministro della Difesa ad interim, Seyyed Majid Ibn Al-Reza: «Non saremo colti di sorpresa né resteremo passivi», ha scritto su X, spiegando che la Repubblica islamica continuerà a rafforzare il proprio livello di preparazione, la capacità di deterrenza e il potenziale militare.
Le divergenze riguardano anche il futuro dello Stretto di Hormuz. Se Trump lascia intendere che la riapertura faccia parte dell’intesa, l’agenzia Fars sostiene che non esista alcun accordo e che il passaggio resterà chiuso finché proseguiranno quelle che Teheran considera azioni ostili degli Stati Uniti. Una ricostruzione diversa arriva invece da Channel 12, secondo cui sarebbe allo studio una soluzione temporanea con rotte separate per le navi in ingresso e in uscita dal Golfo Persico e un primo assenso di Abbas Araghchi, versione però smentita dagli stessi media iraniani.
Sul fronte israeliano la linea resta inflessibile. Il ministro dell’Energia Eli Cohen ha dichiarato che Israele agirà «con o senza un accordo» qualora rilevasse una ripresa del programma nucleare o di quello missilistico balistico iraniano, ribadendo la piena libertà d’azione dello Stato ebraico. Secondo Channel 12, inoltre, i vertici israeliani avrebbero appreso soltanto dal post pubblicato da Trump la decisione della Casa Bianca di sospendere il previsto attacco, ulteriore segnale delle divergenze che continuano a caratterizzare la gestione della crisi con la Repubblica islamica.

Stop a nave della flotta ombra russa
La Marina militare italiana ha abbordato una petroliera sottoposta a sanzioni Ue. Crosetto: «Il nostro Paese è fondamentale per la sicurezza del Mediterraneo»
Ieri, la Marina militare italiana ha effettuato un controllo sulla petroliera Toa Payoh, sottoposta a sanzioni dell’Unione europea e indicata come appartenente alla cosiddetta «flotta ombra» russa.
Ad entrare in azione, al largo di Pantelleria, è stata Nave Thaon di Revel, unità ammiraglia dell’operazione Eunavfor Med Irini, la missione europea impegnata nel Mediterraneo, con l’obiettivo di verificare la nazionalità della nave attraverso il controllo della bandiera dichiarata.
La petroliera, che navigava dichiarando bandiera del Camerun, è stata intercettata in acque internazionali a ovest dell’isola.
Secondo le prime ricostruzioni, l’unità era partita il 16 luglio dal porto di Cotonou, in Benin, ed era diretta verso Istanbul. Secondo quanto comunicato dalla Difesa italiana, il comandante della Toa Payoh inizialmente non avrebbe fornito la collaborazione richiesta per consentire le verifiche. Per questo motivo una squadra di nostri militari è stata inviata a bordo tramite un elicottero decollato da Nave Thaon di Revel, procedendo ai controlli previsti dalla normativa internazionale.
L’intervento si è svolto con il supporto di una nave della Marina greca e di un velivolo da pattugliamento polacco. Le operazioni di controllo sono durate circa due ore e si sono concluse senza incidenti, in condizioni di piena sicurezza per il personale coinvolto e per l’equipaggio della petroliera.
«Desidero complimentarmi con il personale di Nave Thaon di Revel e con tutti i militari coinvolti nell’operazione per la professionalità, la preparazione e la fermezza dimostrate. Anche questa attività testimonia concretamente il contributo dell’Italia alla sicurezza del Mediterraneo e all’azione dell’Unione europea», ha dichiarato il ministro della Difesa Guido Crosetto. L’operazione rientra nelle attività previste dal mandato europeo di Eunavfor Med Irini ed è stata condotta nel rispetto dell’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos).
Questa norma consente infatti alle navi militari, in presenza delle condizioni stabilite, di effettuare verifiche sulla nazionalità di un mercantile e sulla bandiera che l’unità è autorizzata a battere. Il controllo della Toa Payoh si inserisce nel quadro delle attività di monitoraggio e applicazione delle misure adottate dall’Unione europea nei confronti delle navi considerate parte della «flotta ombra», un insieme di petroliere utilizzate per eludere le restrizioni internazionali legate alle esportazioni di petrolio russo.
Al termine dell’abbordaggio, sono state acquisite informazioni e documentazione attualmente sottoposte alle verifiche delle autorità competenti. Gli accertamenti dovranno chiarire la corrispondenza tra la bandiera dichiarata dalla nave, la documentazione presentata e gli elementi raccolti durante l’ispezione. L’attività della Marina italiana si inserisce in un piano più ampio, volto a fermare il commercio di petrolio proveniente dalla Russia e venduto in tutto il mondo. Un commercio che passa soprattutto dal Mediterraneo, dove da tempo si assiste a una vera e propria battaglia navale tra le imbarcazioni dell’Unione europea e quelle legate, in un modo o nell’altro, a Mosca e che utilizzano diversi stratagemmi come, per esempio, l’utilizzo di bandiere false, la trasmissione di posizioni false spegnendo i trasponder, oppure il trasbordo di greggio in mare, da una imbarcazione all’altra. Il tutto, spesso, al largo delle nostre coste, in particolare della Sicilia.
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