È un incontro assai delicato quello che attende oggi Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca. Alle 17 italiane, il premier israeliano sarà infatti ricevuto da Donald Trump. «In questi tempi complessi, è necessario agire con grande determinazione e grande saggezza. Discuteremo in primis l’Iran. Il nostro obiettivo è proteggere la nostra sicurezza e ampliare la cerchia di pace intorno a noi», ha detto Netanyahu, ieri, prima di mettersi in viaggio alla volta di Washington.
Per il premier israeliano si preannuncia un faccia a faccia tutt’altro che facile. Tra l’altro, ieri il tycoon ha detto ai giornalisti: «Sapete chi non sopravviverebbe senza di noi? Israele». E pur riconoscendo «piccole divergenze» con Netanyahu sul dossier iraniano, probabilmente per allentare la tensione, ha ammesso: «Bibi è stato grandioso. L’Iran è l’8% di quello che era quattro mesi fa». Però in un primo momento, Trump non sembrava troppo intenzionato a incontrarlo, vista la sua impopolarità tra alcuni settori della base Maga e, soprattutto, in considerazione delle crescenti divergenze sul dossier iraniano. Non è del resto un mistero che, nelle scorse settimane, JD Vance abbia duramente criticato il governo israeliano, accusandolo di aver imbastito una campagna volta a far deragliare il memorandum d’intesa tra Washington e Teheran. A complicare la situazione oggi potrebbe anche essere il fatto che, negli ultimi giorni, Trump sia tornato ad auspicare un rilancio della diplomazia con la Repubblica islamica. È vero che, ieri, il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha detto che, al momento, non si registrerebbero negoziati diretti tra gli americani e il regime khomeinista. Tuttavia, è altrettanto vero che un funzionario regionale ha riferito che Pakistan e Qatar avrebbero compiuto progressi «significativi» nella mediazione tra Washington e Teheran. D’altronde, almeno per ora, il presidente americano sembrerebbe aver messo da parte l’ipotesi di un «attacco massiccio» contro la Repubblica islamica. E infatti, oltre a rivelare che l’Iran avrebbe chiesto un incontro, ha affermato che ci sarebbero dei «colloqui positivi» e che «potrebbe accadere qualcosa di bello». Il che non vuol dire però che l’opzione militare non resti sul tavolo. «Siamo in colloqui molto approfonditi con l’Iran. Se non dovessero funzionare, torneremo ad adottare misure militari molto decise», ha precisato Trump ad Axios.
È anche in quest’ottica che, secondo il Times of Israel, oggi Netanyahu, che non ha mai digerito il processo diplomatico tra Washington e Teheran, «intende presentare a Trump nuove informazioni di intelligence sugli sforzi di recupero militare e nucleare dell’Iran sotto la guida della neoeletta Guida suprema Mojtaba Khamenei, apparentemente nel tentativo di ottenere un ritorno alle ostilità». Non solo. Il premier israeliano è anche preoccupato per i legami sempre più stretti tra gli Usa e quella Turchia che, giusto ieri, Trump ha definito «un grande alleato». Senza poi trascurare l’accordo recentemente raggiunto tra Washington e Riad per l’avvio di un programma nucleare civile saudita: un’intesa a cui lo Stato ebraico guarda con una certa ansia. «Abbiamo qualche piccola differenza, ma siamo abbastanza vicini», ha detto, ieri, Trump riferendosi a Netanyahu.
Più in generale, il premier israeliano cercherà di recuperare influenza sul presidente americano, anche con lo scopo di rafforzarsi in vista delle elezioni di ottobre per la Knesset. Il problema, per lui, è che anche Trump ha la sua tornata elettorale a cui pensare: se vuole aiutare il Partito repubblicano alle Midterm novembrine, l’inquilino della Casa Bianca sa di doversi affrettare a far scendere il costo dell’energia. Il che, ragiona il presidente americano, è forse possibile tornando alla diplomazia con Teheran: quella diplomazia che Netanyahu fa tuttavia fatica a far digerire all’ala destra della sua coalizione. «Non ha senso parlare con l’Iran attraverso la diplomazia o i negoziati, solo militarmente, è un regime nazista.Trump è un uomo d’affari, ed è molto ingenuo quando si tratta dell’Iran», ha affermato, ieri, il ministro per la Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben Gvir.
Del resto, anche il regime khomeinista continua a essere spaccato tra un’ala che, preoccupata dalla pressione economica americana, vorrebbe rilanciare la diplomazia con Washington e un’altra che, legata alle Guardie della rivoluzione, punta invece a mantenere la linea dura con l’obiettivo di mettere i bastoni tra le ruote al Partito repubblicano statunitense in vista delle Midterm. Non a caso, ieri, gli Huthi, che sono storicamente spalleggiati e armati dai pasdaran, hanno annunciato di aver preso di mira alcuni siti sauditi per l’approvvigionamento e il trasporto di greggio. Sempre ieri, il governo di Riad ha fatto sapere di aver intercettato droni lanciati da gruppi iracheni filoiraniani contro i propri impianti petroliferi a Est. A tal proposito, il ministero della Difesa del regno ha specificato di essere in diritto di «rispondere al momento e nel luogo opportuni». Per ora, i pasdaran mantengono il sopravvento nel regime khomeinista. Tuttavia, l’ala che spinge per la diplomazia fa leva sia sulle difficoltà economiche della Repubblica islamica sia sul fatto che i blocchi di Hormuz e Bab el-Mandeb potrebbero prima o poi seriamente irritare anche Paesi tutt’altro che ostili a Teheran, come la Turchia.
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