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Donald Trump (Ansa)

Restano assai significative le fibrillazioni tra Washington e Teheran. Il comando militare congiunto iraniano ha minacciato dure rappresaglie contro le forze americane in Medio Oriente, qualora gli Stati Uniti dovessero tornare a bombardare i siti nucleari della Repubblica islamica.

Questa presa di posizione è arrivata dopo che, martedì, Donald Trump si era detto pronto a ordinare un attacco contro l’impianto atomico sotterraneo di Pickaxe Mountain (noto, in Iran, come Kolang Kouh). Eppure, ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei, ha negato che in quel sito si svolgerebbero attività nucleari. «L’attenzione ossessiva di Washington su Kolang Kouh, dove non si svolge alcuna attività nucleare, non è altro che un pretesto fabbricato per aggressione, distruzione e sabotaggio», ha affermato. Ciononostante, secondo l’intelligence israeliana, il regime khomeinista, lo scorso autunno, avrebbe trasferito a Pickaxe Mountain migliaia di centrifughe nucleari.

Nel frattempo, sempre ieri, l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero sferrato un attacco contro l’isola di Larak, nello Stretto di Hormuz. Le forze iraniane, dal canto loro, hanno messo nel mirino Giordania e Bahrain. Che il quadro complessivo resti all’insegna dell’altra tensione è testimoniato anche dal fatto che Trump, sempre ieri, ha promesso di bombardare «un ponte o una centrale elettrica» ogniqualvolta la Repubblica islamica dovesse «da ora in poi» aprire il fuoco contro navi transitanti a Hormuz. Inoltre, mentre si recava alla cerimonia in memoria dei quattro soldati statunitensi recentemente caduti nell’ambito del conflitto iraniano, il presidente ha detto che Teheran «pagherà un prezzo salato» e che «non avrà un’arma nucleare». Dal canto suo, la Repubblica islamica ha replicato, minacciando di colpire «infrastrutture e ponti in tutta la regione, compresi gli impianti energetici in cui gli Stati Uniti hanno interessi». La partita tra Washington e la Repubblica islamica rischia poi di complicarsi ulteriormente, dopo che Khalil al-Hayya è stato eletto a capo dell’ufficio politico di Hamas: al-Hayya è infatti considerato assai vicino al regime khomeinista.

Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran sta provando a rimettersi in moto. «Gli Stati Uniti restano aperti e disposti a impegnarsi in negoziati e colloqui costruttivi, a condizione che gli impegni presi vengano rispettati. Quando tali impegni non vengono rispettati, come è accaduto in questo caso specifico, allora ci saranno delle conseguenze. E ciò è inevitabile», ha detto ieri il segretario di Stato americano, Marco Rubio, che oggi dovrebbe incontrare, a margine del vertice Asean di Manila, l’omologo russo, Sergej Lavrov, per parlare di Medio Oriente e Ucraina. Tutto questo, mentre martedì il ministro degli Interni iraniano, Eskandar Momeni, era in Pakistan per dei colloqui con i mediatori.

Ma non è tutto. Insieme alla crisi iraniana, emerge infatti un ulteriore elemento destinato ad avere delle ripercussioni sugli equilibri mediorientali. Secondo Nbc News e Cnn, Trump ha formalmente approvato un accordo trentennale per consentire all’Arabia Saudita di sviluppare un programma nucleare civile. Tuttavia, secondo i critici, tale intesa non prevedrebbe delle salvaguardie stringenti contro la possibilità che Riad si doti, prima o poi, di un’arma atomica.

Non a caso, secondo Haaretz, il governo israeliano starebbe nutrendo una certa preoccupazione sia per la propria sicurezza sia in virtù del fatto che, da quanto si apprende, l’accordo non includerebbe la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra l’Arabia Saudita e Gerusalemme. Del resto, negli scorsi mesi, Mohammad bin Salman aveva subordinato l’adesione di Riad ai Patti di Abramo all’avvio di un processo volto a istituire uno Stato palestinese: una condizione che, specialmente a causa delle pressioni provenienti dall’ala destra della sua coalizione di governo, Benjamin Netanyahu non è, al momento, in grado di accettare. Tra l’altro, il principe ereditario saudita, nel 2018, sostenne che il regno si sarebbe dotato dell’ordigno nucleare, qualora l’Iran avesse fatto altrettanto.

Nel frattempo, Riad deve fronteggiare il blocco marittimo annunciato lunedì dagli Huthi ai suoi danni. Ieri, il gruppo islamista yemenita ha completato il dispiegamento di droni e missili per attaccare le navi transitanti a Bab El-Mandeb. Era stato d’altronde l’Iran, la scorsa settimana, a spingere gli Huthi, storicamente spalleggiati proprio dal regime khomeinista, a chiudere questo stretto.

Sempre più petroliere, negli ultimi giorni, hanno, non a caso, scelto di fare rotta verso Suez, mentre ieri il Consiglio di cooperazione del Golfo ha condannato sia le minacce degli Huthi sia gli attacchi di Teheran. La diplomazia sembra invece fare dei progressi sulla questione libanese. Il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, ha fatto sapere ieri che il prossimo round di colloqui tra Israele e Libano si terrà a Roma ad agosto. «L’obiettivo finale è arrivare alla pace e al pieno controllo del territorio da parte delle istituzioni libanesi. Il 4 agosto ospiteremo una nuova sessione di dialogo. Un importante risultato, frutto di una paziente azione di politica estera che costruisce ponti e non erige mai muri», ha detto.

Secondo Axios, infine, la Casa Bianca e l’ufficio del primo ministro israeliano stanno tenendo discussioni su un potenziale incontro tra Trump e Netanyahu a Washington la prossima settimana.

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