Resta carica di incertezza la situazione complessiva della crisi iraniana. Ieri, i pasdaran hanno sferrato attacchi contro Giordania, Bahrain e Kuwait. In particolare, in Bahrain hanno messo nel mirino anche infrastrutture di Amazon, mentre in Kuwait hanno colpito impianti di desalinizzazione e centrali elettriche.
«Alla luce delle continue e odiose aggressioni iraniane contro lo Stato del Kuwait, diverse centrali elettriche e impianti di desalinizzazione dell’acqua sono stati oggetto di attacchi per il quarto giorno consecutivo, provocando incendi in diverse strutture», ha dichiarato il governo kuwaitiano.
È in questo quadro che, secondo il Washington Post, l’intelligence statunitense avrebbe riferito alla Casa Bianca che gli attacchi finora condotti contro la Repubblica islamica difficilmente modificheranno la sua posizione negoziale. Non dimentichiamo che, negli scorsi giorni, Donald Trump ha iniziato a valutare la possibilità di intensificare l’offensiva contro il regime khomeinista, mettendo, per esempio, nel mirino i suoi impianti atomici.
E qui veniamo a un tema rilevante. Stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, i servizi israeliani hanno scoperto che, lo scorso autunno, gli iraniani avrebbero trasferito migliaia di centrifughe nel sito sotterraneo di Pickaxe Mountain: un impianto che, ieri, Trump ha detto di voler colpire «con grande forza». «Probabilmente colpiremo quella zona molto presto, e non c’è niente che possano fare al riguardo», ha specificato. Si ritiene che, vista la sua profondità, nel caso la Casa Bianca dovesse ordinare l’attacco al sito, l’obiettivo sarebbe quello di colpirne le vie di accesso e i sistemi d’areazione, per rendere la struttura inagibile.
La tensione, frattanto, sale anche su un altro fronte. Lunedì, gli Huthi, spalleggiati da Teheran, hanno annunciato un «embargo marittimo» ai danni dell’Arabia Saudita. Poco dopo, Riad ha fatto sapere che «adotterà tutte le misure necessarie per proteggere le proprie navi in conformità con il diritto internazionale».
Lo stesso portavoce della coalizione militare a guida saudita nello Yemen, Turki al-Maliki, ha detto che «la coalizione risponderà con fermezza e decisione a qualsiasi minaccia degli Huthi contro le navi di passaggio». Come che sia, ieri due petroliere cariche di greggio saudita, destinato a India e Cina, ha fatto marcia indietro nel Mar Rosso, facendo rotta verso il canale di Suez per timore degli Huthi. Sempre ieri, pur minimizzando la minaccia del gruppo islamista sciita, Trump non ha escluso che gli Usa possano decidere di «occuparsene».
Eppure, nonostante la tensione militare resti altissima, la diplomazia sta provando a ripartire. Ieri, il ministro degli Interni iraniano, Eskandar Momeni, ha avuto degli incontri con i mediatori in territorio pakistano. Mediatori che, secondo quanto reso noto lunedì, avrebbero intenzione di proporre un cessate il fuoco di dieci giorni che consenta a Washington e Teheran di rimettere in piedi il memorandum d’intesa che avevano firmato a giugno. «Desiderano ardentemente incontrarsi, e finché non saranno pronti a incontrarsi in modo significativo, non ci interessa», ha dichiarato, dal canto suo, il presidente americano, riferendosi agli iraniani. Più in generale, il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dialogante e una che, capitanata dai pasdaran, vuole mantenere la linea dura nei confronti di Washington.
Dall’altra parte, continuano a registrarsi delle tensioni sotterranee tra Trump e Benjamin Netanyahu. Certo: il presidente americano ha difeso il premier israeliano dall’ipotesi di un arresto avanzata da Zohran Mamdani. Eppure, secondo il Times of Israel, il viaggio di Netanyahu negli Stati Uniti per partecipare ai funerali del senatore repubblicano Lindsey Graham sarebbe ancora in forse. Tutto dipenderà dall’eventuale ok di Trump a incontrare il premier israeliano.
Tuttavia, stando alla testata, l’inquilino della Casa Bianca sarebbe attualmente poco propenso a vederlo. In particolare, secondo Ynet, JD Vance starebbe brigando dietro le quinte per convincere Trump a non incontrare il premier israeliano. Una notizia che ieri lo staff del vicepresidente americano ha seccamente smentito, bollandola come una «fake news al 100%». Ricordiamo che, nei giorni scorsi, Vance era tornato a rivolgere dure critiche nei confronti del governo israeliano, accusandolo di aver imbastito una campagna volta a far deragliare il memorandum d’intesa tra Washington e Teheran.
Nel frattempo, Trump ha ricevuto ieri alla Casa Bianca il presidente libanese, Joseph Aoun. Nell’occasione, il leader statunitense non ha escluso di «parlare» in futuro con Hezbollah, ma ha anche ipotizzato di ricorrere alle forze siriane per disarmare l’organizzazione terroristica libanese. «Lui combatte Hezbollah da molto tempo. Penso che sarebbe molto efficace. Quindi è una cosa a cui penso», ha detto, riferendosi al presidente siriano Ahmed al-Sharaa.
Dal canto suo, Aoun ha elogiato l’accordo tra Beirut e lo Stato ebraico, mediato dagli Usa, e ha poi dichiarato di voler «porre fine per sempre allo stato di ostilità tra Libano e Israele». Chiaramente il futuro del dossier libanese si intersecherà con quello della crisi iraniana. Non è infatti un mistero che Hezbollah sia storicamente spalleggiata da Teheran. Sarà quindi importante capire se, prima o poi, la diplomazia tra Washington e la Repubblica islamica tornerà o meno a decollare.
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