Le Midterm di novembre si avvicinano. E Donald Trump è tornato a focalizzarsi sulla spinosa questione dell’integrità elettorale. Giovedì, il presidente statunitense ha tenuto un discorso in prima serata, annunciando di aver declassificato alcuni documenti che proverebbero «scioccanti vulnerabilità nella nostra infrastruttura elettorale».
Trump ha innanzitutto puntato il dito contro la Cina. «La Repubblica popolare cinese ha perpetrato quella che si ritiene essere la più grande violazione di dati elettorali della storia, che ha portato all’acquisizione illecita da parte della Cina di 220 milioni di file di elettori statunitensi», ha detto. «Il governo cinese voleva che il presidente americano perdesse le prossime elezioni», ha aggiunto, riferendosi al 2020. L’inquilino della Casa Bianca ha poi sostenuto che sarebbero stati rinvenuti, nei registri elettorali, quasi 300.000 iscritti privi di cittadinanza. «Secondo l’analisi del Dipartimento per la Sicurezza interna, basata sugli elenchi elettorali statali e sui registri pubblici, sono stati identificati circa 278.000 iscritti privi di cittadinanza nelle liste elettorali federali», ha dichiarato, invocando anche un’indagine dell’Fbi su delle «presunte frodi» in materia di registrazione elettorale, che sarebbero avvenute, nel 2020, in Michigan. «Eppure», ha proseguito, «continuiamo ad avere elezioni in cui non viene richiesto il documento d’identità per votare». Trump è quindi tornato a invocare che «il Congresso approvi il Save America act»: un disegno di legge che imporrebbe l’obbligatorietà di fornire prova della propria cittadinanza per votare e introdurrebbe anche dei paletti più stringenti al voto postale.
I critici sostengono che le affermazioni del presidente sarebbero state distorte o esagerate, sottolineando che i documenti declassificati presentano ampie parti segretate. Ieri, Pechino ha inoltre respinto le accuse d’influenza elettorale, bollandole come «completamente inventate». Tuttavia, uno dei documenti declassificati riferisce che, prima delle elezioni del 2020, la Cina avrebbe usato «operazioni cibernetiche per influenzare l’opinione pubblica contro l’amministrazione Trump». In un altro file si legge che «l’analisi condotta dalla Repubblica popolare cinese sui dati di registrazione elettorale americani contiene documentazione tratta dalle elezioni di metà mandato». A essere pubblicata è stata anche una nota della Cia, secondo cui «a metà 2018, la Cina stava lavorando per influenzare i risultati delle elezioni di metà mandato e quelli delle elezioni presidenziali americane del 2020». «Riteniamo che la Cina preferisca che il presidente Trump sia sconfitto», recita un altro documento del National intelligence council, datato 19 agosto 2020. Addirittura, secondo altri file, alcuni funzionari dell’Fbi, quello stesso anno, esclusero deliberatamente informazioni sull’influenza elettorale cinese dai briefing del presidente.
Venendo invece all’analisi del Dipartimento per la Sicurezza interna, il documento citato da Trump riferisce che «oltre 250.000 persone prive di cittadinanza sono illegalmente registrate nelle schede elettorali nei soli quattro Stati per i quali sono stati esaminati i dati pubblici». Ricordiamo che, secondo quanto riferito da The Hill a febbraio, attualmente sono 12 gli Stati che, salvo alcune eccezioni, non richiedono un documento per votare al seggio (tra questi, figurano California e New York che, in quanto assai popolosi, godono di nutrite delegazioni di parlamentari alla Camera dei rappresentanti).
Ma l’integrità elettorale non è l’unico pensiero dell’amministrazione Trump in vista delle prossime Midterm. Mercoledì, partecipando al podcast di Joe Rogan, JD Vance ha accusato il governo israeliano di aver organizzato una campagna volta a far deragliare gli sforzi diplomatici della Casa Bianca con l’Iran. «Sono post sui social media, fughe di notizie ai giornalisti: mi attaccano ossessivamente, dicendo che non dovremmo negoziare con l’Iran. Dovremmo semplicemente continuare la campagna militare a tempo indeterminato», ha detto, per poi aggiungere: «Andate all’inferno. Farò ciò che devo fare per il popolo americano. Prima di tutto rappresento gli americani».
Non è la prima volta che Vance critica il governo israeliano. Il vicepresidente è del resto la figura più fredda, in seno all’attuale amministrazione americana, nei confronti di Benjamin Netanyahu. Tuttavia, al di là delle dinamiche internazionali, è possibile che il numero due della Casa Bianca abbia parlato guardando anche al contesto interno. La base Maga è spaccata tra un’ala filo-israeliana e una ostile a Netanyahu. È quindi verosimile che Vance si stia rivolgendo a quest’ultima, per evitare che alle Midterm se ne resti a casa, in polemica con la decisione, presa da Trump, di entrare in conflitto con l’Iran. Non è infine escludibile che il vicepresidente si stia già muovendo in considerazione delle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Vance sa che una parte del mondo Maga non ama il governo israeliano. E, in antitesi con il suo potenziale rivale Marco Rubio, si sta posizionando di conseguenza. Qualcuno ipotizza anche una possibile sponda con Tucker Carlson: suo vecchio amico e sponsor che ha rotto con Trump proprio sul conflitto iraniano. Chissà che il giornalista, recentemente uscito dal Partito repubblicano, non stia lavorando per attrarre il voto dei trumpisti delusi, con l’obiettivo di farli poi convogliare su Vance al momento opportuno.
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