Nella notte il confronto tra Stati Uniti e Iran ha registrato una nuova escalation. Il Comando centrale americano ha annunciato la conclusione della terza ondata di raid, durata circa cinque ore, contro obiettivi militari nelle aree di Bushehr, Chabahar e Bandar Abbas, oltre ad altri siti lungo la costa meridionale iraniana.
Alla nuova offensiva è seguita la risposta di Teheran, con missili e droni lanciati verso diversi Paesi del Golfo. Due petroliere degli Emirati Arabi Uniti sono state colpite nello Stretto di Hormuz: secondo Abu Dhabi il bilancio è di un morto e otto feriti, mentre i pasdaran sostengono di aver preso di mira le navi perché percorrevano una rotta non autorizzata, accusando gli Stati Uniti di averle indotte a seguirla.
Dallo Studio Ovale Donald Trump ha rivendicato l’efficacia dell’offensiva, sostenendo che l’Iran sia stato riportato «in larga misura all’età della pietra» e che non potrà più essere «il bullo del Medio Oriente». Il presidente americano ha comunque ribadito di non escludere un futuro accordo con Teheran, pur insistendo sulla strategia di pressione fondata su raid e blocco navale.
Washington ha inoltre reso noto di aver impiegato per la prima volta droni marini in operazioni di combattimento. Poche ore dopo i raid, i media iraniani hanno riferito di esplosioni nella provincia di Hormozgan, in particolare nelle zone di Jask, Qeshm, Bandar Abbas e Sirik. Secondo l’emittente statale Irib, uno degli attacchi avrebbe colpito una torre per le telecomunicazioni nella contea di Sirik, già bersaglio di precedenti bombardamenti.
L’Iran ha condannato duramente i bombardamenti, accusando Washington di aver violato il memorandum d’intesa raggiunto a giugno. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqei, ha sostenuto che la Repubblica islamica «non ha attaccato e non attaccherà alcun Paese della regione», precisando però che qualsiasi territorio utilizzato dagli Stati Uniti o da Israele per condurre operazioni contro l’Iran potrà diventare bersaglio delle «misure difensive» di Teheran.
Il CentCom ha inoltre riferito che tre droni navali «Corsair» hanno colpito il porto della base militare di Bandar Abbas e una struttura destinata alla manutenzione di sottomarini, riducendo ulteriormente le capacità operative iraniane. Il presidente americano Donald Trump ha rivendicato l’operazione, sostenendo in un’intervista a Fox News che gli Stati Uniti stanno assumendo il controllo dello Stretto di Hormuz. Ha inoltre raccontato che un’intesa sembrava vicina dopo una riunione durata undici ore: «Eravamo d’accordo su tutto, poi sono usciti e dopo che sono rientrati hanno chiesto altre modifiche, continuando a tergiversare come hanno fatto negli ultimi 47 anni». In un successivo messaggio su Truth, ha ribadito che «lo Stretto di Hormuz è aperto e rimarrà aperto, con o senza l’Iran». Trump ha quindi annunciato il ripristino del «blocco iraniano», precisando che impedirà soltanto «alle navi o ai clienti dell’Iran di entrare o uscire», mentre «tutti gli altri Paesi potranno usufruire dello Stretto in modo equo e libero» e ha evocato l’applicazione di una tariffa del 20% ai carichi in transito.
L’Organizzazione marittima internazionale (Imo), agenzia delle Nazioni Unite, ha replicato: «Non esiste alcuna base giuridica per imporre tariffe obbligatorie per il semplice transito attraverso uno stretto utilizzato per la navigazione internazionale». Secondo il sito Marinetraffic, citato dalla Bbc, dalla serata di domenica il traffico commerciale attraverso Hormuz si è praticamente fermato. Alcune navi mercantili avrebbero attraversato il passaggio con i trasponder spenti. Anche il portavoce del Comando centrale iraniano Khatam al-Anbiya, Ebrahim Zolfaqari, ha respinto le dichiarazioni americane, assicurando che Teheran non consentirà mai agli Usa di controllare Hormuz. Ha inoltre avvertito che qualsiasi sostegno logistico fornito ai militari americani dai Paesi della regione sarà considerato un atto di guerra e potrebbe estendere il conflitto a tutto il Golfo.
La crisi si riflette anche nello Yemen. Gli Huthi hanno accusato l’Arabia Saudita di aver bombardato l’aeroporto di Sana’a per impedire l’atterraggio di un aereo iraniano, promettendo una risposta. I media vicini agli Huthi affermano che un attacco missilistico avrebbe preso di mira l’aeroporto internazionale di Abha, nel sud dell’Arabia Saudita. Nelle stesse ore il ministro dell’Informazione yemenita, Muammar al-Iryani, ha denunciato che i ribelli hanno sequestrato un velivolo della Croce Rossa, trattenendo in ostaggio il pilota e il copilota. Il ministro ha chiesto un intervento della comunità internazionale per ottenere la liberazione dell’equipaggio.
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