È tornata a salire significativamente la tensione militare tra Washington e Teheran, dopo che, nei giorni scorsi, i pasdaran avevano colpito alcune navi mercantili nello Stretto di Hormuz.
Gli Stati Uniti hanno effettuato degli attacchi contro il regime khomeinista: attacchi che, secondo Mizan News Agency, avrebbero provocato la morte di almeno tre esponenti delle Guardie della rivoluzione. In particolare, stando all’agenzia di stampa iraniana Fars, le forze americane avrebbero colpito il ponte ferroviario di Aq Taqeh Khan: un corridoio utilizzato anche da Cina e Russia. Un funzionario iraniano ha inoltre riferito che gli Usa avrebbero colpito l’area circostante la centrale nucleare di Bushehr: tuttavia, secondo Al Jazeera, il governatore della provincia di Bushehr, Mohammad Mozaffari, ha negato che l’impianto atomico sia stato preso di mira. Ulteriori esplosioni sono state udite, verso sera, nelle regioni a Sud dell’Iran.
La Repubblica islamica ha frattanto accusato Washington di essersi macchiata di «crimini di guerra», rendendo inoltre noto di aver lanciato droni contro alcuni obiettivi in Kuwait, Qatar e Bahrein. La Giordania, dal canto suo, ha annunciato di aver intercettato otto missili iraniani. Nel frattempo, mentre l’Arabia Saudita condannava «categoricamente» gli attacchi iraniani, l’Idf, secondo il Times of Israel, «innalzava il livello di prontezza operativa in tutti i settori, mantenendo preparati sia la difesa che l’offensiva». Dall’altra parte, le Guardie della rivoluzione, oltre a promettere una «reazione schiacciante» contro Washington, hanno affermato che gli attacchi americani «interrompono seriamente» il traffico a Hormuz. «Hormuz si apre solo con gli accordi iraniani e non con le minacce americane», ha anche tuonato il presidente del parlamento iraniano, Bagher Ghalibaf. Al contempo, ieri, durante le celebrazioni funebri per la sepoltura di Ali Khamenei a Mashhad, sono comparsi striscioni inneggianti all’uccisione di Donald Trump.
Con il memorandum d’intesa tra Washington e Teheran sempre più appeso a un filo, i Paesi mediatori stanno cercando di rilanciare il processo negoziale. Ieri, durante una telefonata con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, ha auspicato che gli Stati Uniti e la Repubblica islamica si impegnino nella via diplomatica, per poi condannare l’ultimo attacco iraniano in territorio qatariota. Sempre ieri, Araghchi si è poi sentito sia con l’omologo turco, Hakan Fidan, sia con il capo delle forze armate pakistane, Asim Munir, per discutere delle turbolenze tra gli Usa e il regime khomeinista. In tutto questo, anche il Consiglio di cooperazione del Golfo ha invocato la cessazione delle ostilità a Hormuz.
A Washington si sta intanto decidendo sul da farsi. «L’accordo di base che abbiamo raggiunto era che avremmo revocato il blocco se avessero smesso di sparare alle navi, ma se avessero continuato a sparare, avremmo reagito», ha dichiarato, mercoledì, il vicepresidente americano JD Vance, per poi aggiungere: «Se sparano alle navi, le distruggeremo. È semplice». Ieri, un funzionario statunitense ha riferito ad Axios che l’attuale battaglia a Hormuz potrebbe durare da pochi giorni a un mese, a seconda che Teheran continui o meno i suoi attacchi alle navi mercantili. «Le daremo una bella lezione, così capiranno che non stiamo scherzando», ha detto. Lo stesso Vance, insieme a Jared Kushner e a Steve Witkoff, è, nell’amministrazione Trump, il principale fautore del memorandum d’intesa con Teheran. Scetticismo sul documento era stato invece espresso dal segretario di Stato, Marco Rubio, dal capo del Pentagono, Pete Hegseth, nonché dal direttore della Cia, John Ratcliffe. Ieri sera, il presidente americano si accingeva a incontrare il team di sicurezza nazionale. Tra le ipotesi sul tavolo c’era la reimpostazione del blocco navale all’Iran.
Si acuiscono intanto le spaccature in seno al regime khomeinista. È infatti altamente probabile che i pasdaran abbiano colpito le navi mercantili a Hormuz proprio per boicottare il processo negoziale tra Washington e Teheran. Non è un mistero che le Guardie della rivoluzione non abbiano mai gradito l’approccio diplomatico assunto dal presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, da sempre preoccupato per la disastrosa situazione economica in cui versa la Repubblica islamica. I pasdaran, notoriamente contrari a concessioni sostanziali sul nucleare, vogliono che il regime mantenga la linea dura con gli Usa e vedono nel controllo di Hormuz una leva per infliggere danni politici a Trump: tenendo alto il costo dell’energia, questa è la loro strategia, sperano di rendere vulnerabile il Partito repubblicano statunitense in vista delle Midterm di novembre, indebolendo così indirettamente l’inquilino della Casa Bianca. Proprio ieri, un funzionario americano ha detto ad Axios che «l’attuale escalation deriva dalla frustrazione degli elementi più radicali all’interno della frammentata leadership iraniana, i quali ritengono che il memorandum d’intesa non abbia portato benefici concreti a Teheran».
In questo quadro, Israele è davanti a un bivio. «La guerra non è ancora finita e nuove sfide si profilano all’orizzonte», ha dichiarato Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano, d’altra parte, non è mai stato un fautore del memorandum tra Usa e Iran. Tuttavia, essendo ormai entrato in periodo elettorale, Netanyahu rischia politicamente non poco da un’eventuale ripresa del conflitto con Teheran. Insomma, le incognite, per tutti gli attori coinvolti, restano numerose.
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