L’Iran ha violato gli accordi attaccando il traffico commerciale internazionale nello Stretto di Hormuz e la risposta degli Stati Uniti non si è fatta attendere. Nella notte tra martedì e mercoledì il Comando Centrale delle Forze armate statunitensi ha lanciato una vasta operazione militare contro la Repubblica islamica, colpendo oltre 80 obiettivi strategici dopo gli attacchi iraniani contro le navi mercantili in transito nel principale corridoio energetico del pianeta.
È stata proprio la decisione di Teheran di rompere gli impegni assunti e di mettere a rischio la libertà di navigazione a far precipitare la crisi. I raid del Centcom hanno colpito sistemi di difesa aerea, reti di comando e controllo, radar costieri, batterie missilistiche antinave e oltre 60 imbarcazioni veloci dei pasdaran. Otto militari iraniani, appartenenti all’Aeronautica e alla Marina, sono rimasti uccisi negli ultimi raid statunitensi contro Bandar Abbas e Bushehr. Lo riferiscono i media di Stato iraniani, secondo cui Teheran ha promesso di «vendicare» la loro morte.
L’ordine di dare il via all’operazione è stato impartito da Donald Trump mentre si trovava ad Ankara per il vertice della Nato. Secondo fonti dell’amministrazione americana, il presidente ha autorizzato l’attacco dopo una riunione con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario al Tesoro Scott Bessent e il capo degli Stati Maggiori riuniti, generale Dan Caine. Poche ore prima Washington aveva reintrodotto le sanzioni sulle esportazioni petrolifere iraniane, aumentando la pressione economica su Teheran. Da Ankara, Trump ha dichiarato di valutare l’ipotesi di limitare il transito nello Stretto di Hormuz per le sole imbarcazioni iraniane per aumentare la pressione su Teheran.
La risposta iraniana è arrivata immediatamente. Le forze armate della Repubblica islamica hanno lanciato droni contro la base aerea statunitense di Isa, in Bahrein, definendo tutte le installazioni militari americane nella regione «obiettivi legittimi». Le sirene antiaeree hanno risuonato più volte nel Paese, mentre le difese di Manama sono entrate in azione contro missili e droni. Anche il Kuwait è finito nel mirino. Il governo kuwaitiano ha definito gli attacchi una grave violazione della propria sovranità. I pasdaran hanno successivamente rivendicato le operazioni contro siti militari statunitensi tra Kuwait e Bahrein.
Sul piano politico Teheran accusa gli Stati Uniti di aver violato il memorandum d’intesa firmato meno di venti giorni fa. Il Parlamento e il ministero degli Esteri parlano di «malafede» americana, mentre lo Stato Maggiore avverte che ogni Paese che sosterrà Washington sarà considerato un «bersaglio legittimo». L’Iran minaccia inoltre di chiudere lo Stretto di Hormuz e di rispondere a eventuali nuovi attacchi colpendo almeno il doppio degli obiettivi americani. Trump ha risposto con toni ancora più duri. Ha definito la leadership iraniana composta da «persone cattive e pazze» che «non possono avere un’arma nucleare» e ha lasciato aperta la possibilità di nuovi bombardamenti, sostenendo inoltre di considerare «finita» la tregua con Teheran. Nel bilaterale con Volodymyr Zelensky ha affermato che gli attacchi hanno avuto un «enorme impatto», distruggendo in particolare le postazioni radar iraniane. Ha inoltre minacciato di colpire ponti, centrali elettriche e impianti di desalinizzazione, rivelando di aver ordinato di bombardare tutto ciò che si trovava sull’isola di Kharg, risparmiando gli oleodotti. «Potremmo prendere il controllo dell’isola di Kharg», ha spiegato. Poi però ha fatto un passo indietro e calmato in parte i toni: «Non credo che si torni in guerra. Penso che, qualunque cosa accada, finirà molto in fretta. Quando loro colpiscono, noi colpiamo dieci volte più duramente. Parliamo la loro lingua. Devo assicurarmi di una cosa: che non ci siano pazzi ad avere armi nucleari. E ora l’abbiamo fatto. Non c’è modo che abbiano armi nucleari».
Trump ha anche attaccato frontalmente la leadership iraniana: «I leader che governavano l’Iran prima della guerra sono andati, quelli che li hanno sostituiti sono andati pure loro e anche quelli attuali potrebbero andarsene. Chi lo sa? Sono feccia». Successivamente, parlando in conferenza stampa ad Ankara, il presidente americano ha aggiunto: «Questo è il terzo livello: penso che siano razionali, ma a giudicare dalle loro azioni non stanno facendo le scelte giuste». il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi, replicando alle dichiarazioni di Donald Trump, ha affermato: «Gli insulti rivolti al popolo iraniano non ne diminuiranno mai la grandezza e riceveranno una risposta con i fatti».
Nella notte l’escalation è proseguita. Gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova ondata di attacchi contro obiettivi militari nel sud dell’Iran, con esplosioni segnalate tra Bandar Abbas, Sirik, Konarak e Chabahar. Il Comando centrale americano ha riferito di aver colpito circa 90 obiettivi, tra cui sistemi di difesa aerea, infrastrutture di sorveglianza costiera, depositi di missili e droni, capacità navali e basi logistiche, spiegando che l’operazione mirava a ridurre ulteriormente la capacità di Teheran di minacciare il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz. Trump ha rivendicato l’azione definendola una «rappresaglia» per gli attacchi iraniani contro le navi mercantili e ha avvertito che, in caso di nuove aggressioni, «la situazione peggiorerà notevolmente». Il presidente americano ha però ribadito di ritenere che l’Iran voglia raggiungere un’intesa, pur mettendo in dubbio che possa rispettarla, e ha assicurato di non volere una ripresa del conflitto su larga scala. Teheran ha reagito rivendicando attacchi con droni e missili contro le basi statunitensi di Arifjan e Ali Al Salem, in Kuwait, e di Juffair e Sheikh Isa, in Bahrein, minacciando di estendere le operazioni ad altre installazioni americane nella regione se Washington dovesse proseguire con i raid. Intanto il traffico nello Stretto di Hormuz risulta drasticamente ridotto, a conferma delle crescenti tensioni lungo la principale rotta energetica mondiale.
Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha definito «giusta» la decisione degli Stati Uniti di attaccare l’Iran, sostenendo che Teheran ha violato l’accordo e che indebolirne le capacità nucleari e missilistiche è fondamentale per la sicurezza del Medio Oriente, dell’Europa e del mondo. Dal vertice Nato sono arrivati anche appelli alla diplomazia. Recep Tayyip Erdogan ha invitato le parti a evitare provocazioni. Giorgia Meloni ha espresso preoccupazione per il rischio di un allargamento del conflitto, ribadendo però la necessità di mantenere aperta la via negoziale. Ancora più netto Friedrich Merz: «La violazione dell’accordo è chiaramente partita dall’Iran e le forze armate americane hanno risposto». Per il cancelliere tedesco l’obiettivo resta un accordo stabile sul nucleare e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Intanto Israele si prepara a un possibile peggioramento e a intervenire se necessario. «Le Idf sono pronte a qualsiasi sviluppo in Iran. Abbiamo lo stesso livello di allerta di ieri e del giorno precedente», ha dichiarato una fonte militare israeliana a Maariv.
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