Hamas smantella il governo a Gaza per dare il via al comitato del Board
Gaza (Ansa)

Il giorno dopo l’incontro a Teheran con i vertici della Repubblica islamica, Hamas ha annunciato lo scioglimento dei propri organi direttivi nella Striscia di Gaza, dopo quasi vent’anni di controllo del territorio.

Una mossa che, almeno formalmente, apre la strada a una nuova fase amministrativa affidata al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, il Ncag, organismo tecnocratico previsto dalla roadmap internazionale nata dopo il cessate il fuoco tra Israele e Hamas dell’ottobre 2025.

A comunicare la decisione è stato Ismaïl al-Thawabta, direttore dell’ufficio stampa del governo di Hamas. «Il presidente del comitato di emergenza del governo, Mohammed al-Farra, ha presentato ufficialmente le sue dimissioni», ha dichiarato all’Afp, aggiungendo che al-Farra aveva «deciso di sciogliere il comitato per facilitare la transizione amministrativa e governativa verso il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza».

Il Ncag è stato istituito dal Board of peace, l’organismo creato dal presidente americano Donald Trump durante i negoziati che portarono alla tregua. Nelle intenzioni dei mediatori, il nuovo comitato dovrebbe garantire la gestione civile della Striscia e accompagnare il passaggio verso una governance non direttamente controllata da Hamas. Ma l’annuncio, invece di aprire una fase di distensione, ha prodotto subito un nuovo scontro politico.

Poche ore dopo la comunicazione delle dimissioni, Hamas ha infatti attaccato duramente Israele, i mediatori e lo stesso Board of peace. «Nel momento in cui il Movimento di resistenza islamica Hamas, insieme alle fazioni palestinesi, prosegue i propri sforzi per consolidare l’accordo di cessate il fuoco e attuarne i punti, la criminale macchina di morte sionista continua la sua aggressione sulla Striscia di Gaza.

L’ultimo episodio è il martirio di sei cittadini e il ferimento di oltre venti altri in selvaggi bombardamenti dall’alba di oggi sulla Striscia di Gaza», si legge in un comunicato diffuso sul canale Telegram ufficiale del movimento. Nel testo Hamas attribuisce ai mediatori una responsabilità diretta per il mancato stop alle operazioni israeliane.

«I mediatori e il Board of peace portano la responsabilità diretta per la continuazione del massacro contro il nostro popolo a Gaza, in assenza di reali sforzi per fermare lo sterminio che il governo del criminale di guerra Netanyahu continua a perpetrare senza freni né preoccupazione per le conseguenze. Rinnoviamo la nostra richiesta ai mediatori, agli Stati arabi e islamici, di intensificare la loro pressione sull’occupazione per porre fine alla serie di crimini sionisti».

La risposta del Board of peace è stata prudente ma netta. In una nota, l’organismo ha spiegato di aver preso atto dell’annuncio di Hamas, chiarendo però che ogni valutazione sarà basata sui comportamenti concreti e non sulle dichiarazioni. «Abbiamo preso atto dell’annuncio odierno relativo allo scioglimento del Comitato di emergenza a Gaza.

In definitiva, la nostra valutazione sarà guidata dai fatti, non dalle promesse, al fine di soddisfare i bisogni primari della popolazione di Gaza», si legge nel comunicato. Il Board ha poi ricordato che «le decisioni devono essere complete e rispettare i requisiti stabiliti nella roadmap per promuovere la governance, la sicurezza e la transizione a Gaza».

Lo scetticismo resta forte. Hamas non ha infatti accettato il disarmo, nodo centrale di qualsiasi transizione reale. Inoltre, i 15 membri del Ncag, scelti con il consenso delle principali fazioni palestinesi, incluse Hamas e Fatah, vengono presentati come tecnocrati indipendenti e privi di incarichi politici. Tuttavia vivono nella Striscia con le proprie famiglie e, dunque, restano esposti al controllo del gruppo jihadista.

Israele ha respinto l’annuncio definendolo una trovata di pubbliche relazioni. Secondo fonti politiche israeliane, «le dimissioni del governo di Hamas sono prive di significato perché tutti i dipendenti del ministero, ad eccezione dei ministri stessi, rimarranno al loro posto». Per Gerusalemme, «si tratta di una manovra politica priva di significato, ideata per creare una falsa impressione negli americani e guadagnare tempo, in modo che Hamas non venga percepita come la parte che viola l’accordo di cessate il fuoco».

Per tornare all’Iran, ieri si sono svolti i funerali di Ali Khamenei e, secondo la Cnn, centinaia di migliaia di persone hanno seguito il corteo funebre nella capitale iraniana lungo un percorso di circa 20 chilometri. In assenza di dati ufficiali, la rete americana parla di una folla enorme, con molti partecipanti arrivati anche da altre città.

Durante la cerimonia sono stati scanditi slogan contro gli Stati Uniti, tra cui «Morte all’America», e invocazioni di vendetta contro Donald Trump e Israele. Al corteo è stato visto anche l’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad più volte dato per morto, riferisce la Bbc citando i media locali. A rendere ancora più teso il clima, durante il funerale è comparso anche un fantoccio raffigurante Donald Trump, poi impiccato. Su uno striscione campeggiava la scritta: «Uccideremo Trump».

A chiudere il quadro è lo stesso Donald Trump, che dallo Studio Ovale ha ribadito la linea dura contro Teheran: «Non cerco un cambio di regime in Iran, anche se questo lo è». Poi ha assicurato che le capacità nucleari iraniane sono state distrutte: «Andremo a raccogliere la polvere nucleare. Quello è rimasto». Infine l’ultimatum: «O faremo un accordo o finiremo il lavoro. In un modo o nell’altro vinciamo».

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