Quante illusioni. Per anni ci hanno spiegato che la Banca centrale europea era il Vaticano della moneta. Un luogo dove la politica non poteva mettere piede nemmeno con il passaporto diplomatico. I governi litigano, i partiti si azzuffano, gli elettori cambiano idea. Loro no. I sacerdoti dell’euro sono al di sopra delle miserie terrene. Vivono di spread, inflazione e tassi d’interesse con l’unico obiettivo del bene comune. Poi Christine Lagarde ha deciso di aprire una finestra. Anzi, un portone. Se il mare si calmerà, ha spiegato, in una intervista al quotidiano Les Echos, potrebbe anche lasciare la Bce prima della scadenza naturale del mandato, prevista nell’ottobre del 2027.
Per fare cosa? Per buttarsi nella politica francese e correre verso l’Eliseo. Con una sola frase è riuscita nell’impresa che non era riuscita nemmeno ai populisti più accaniti: demolire il mito dell’indipendenza della Banca centrale europea. Perché delle due l’una. O il presidente della Bce è davvero un arbitro imparziale, lontano anni luce dalla politica, e allora non può mollare la carica da banchiere centrale per indossare la maglietta di una squadra. Oppure quella famosa indipendenza è una favola raccontata ai cittadini europei per convincerli che le decisioni arrivano dal Monte Sinai con i Dieci comandamenti e non dai corridoi del potere. Fino a ieri Lagarde assicurava che avrebbe concluso il mandato. Parola d’onore. Del resto, lasciare una poltrona da quasi 700.000 euro l’anno sembrava un sacrificio persino eccessivo. Adesso, invece, scopriamo che il richiamo dell’Eliseo vale più della stabilità monetaria. Evidentemente il profumo della politica francese è più inebriante di quello dei corridoi di Francoforte.
Naturalmente tutto viene raccontato con l’eleganza del lessico europeo. Non dice «voglio candidarmi». Dice, nell’intervista, che potrebbe esserci bisogno di una «voce europea». Politichese puro in versione haute couture. Una descrizione epica. Il capitano della nave, ci dice Lagarde, oggi non può abbandonare il timone perché il mare è ancora agitato. Domani, però, se le onde si abbassano, il capitano scende dalla nave e corre direttamente al comizio. Altro che indipendenza. È come vedere l’arbitro che si toglie il fischietto dalla bocca e tira un calcio di rigore al novantesimo per la squadra del cuore. La verità è che l’indipendenza delle banche centrali è diventata il mostro di Loch Ness della finanza. Tutti ne parlano, nessuno l’ha mai vista. La conferma arriva dalla Francia. Emmanuel Macron non aspetta certo che siano gli elettori a decidere gli equilibri futuri. Ha accelerato il ricambio alla Banque de France per poter mettere lui il successore di François Villeroy de Galhau. Perché il rischio è che nel 2027 all’Eliseo possa arrivare un presidente non appartenente all’attuale establishment. Probabilmente Jordan Bardella se la corsa di Marine Le Pen dovesse essere fermata dai giudici. Martedì ci sarà la sentenza della Corte d’appello sul procedimento che la vede sul banco degli imputati. È accusata di aver truffato i contribuenti europei per circa 4,5 milioni avendo messo a carico di Bruxelles degli assistenti che l’Europarlamento non l’avrebbero mai frequentato. Marine Le Pen è stata condannata e per cinque anni non potrà candidarsi per cariche pubbliche.
A ogni buon conto Macron ha bloccato il podio della Banca di Francia prima di consegnare le chiavi della casa. Del resto, il metodo è antico quanto la politica. Quando governa la sinistra si chiama responsabilità istituzionale. Se lo facesse il centrodestra si parlerebbe di occupazione delle istituzioni, deriva autoritaria e attentato alla democrazia. Vi ricorda qualcosa? Magari quello che sta accadendo in Italia per la successione a Sergio Mattarella. Giorgia Meloni ha detto che stavolta potrebbe toccare al centrodestra. Apriti cielo. È partito l’allarme rosso. Editoriali apocalittici, appelli, firme illustri, costituzionalisti improvvisamente insonni. Come se il Quirinale fosse una dependance della sinistra. Due pesi, due misure. Una sola morale: le poltrone sono indipendenti soltanto quando le occupano gli altri. Anche per questo sul futuro della Bce l’Italia non deve fare la comparsa. Se davvero Lagarde decidesse di salutare Francoforte, Giorgia Meloni avrebbe il dovere di giocare la partita senza complessi d’inferiorità. Il nome c’è già. Fabio Panetta. Non è un candidato inventato in una cena romana. Conosce la Bce bullone per bullone. È stato nel comitato esecutivo dell’Eurotower, oggi guida Bankitalia e, soprattutto, ha in mano il progetto destinato a cambiare il futuro della moneta unica: l’euro digitale.
Mentre gli altri discutono di tassi, Panetta sta costruendo la moneta del futuro. L’adozione è prevista il prossimo anno, la circolazione dal 2029. È il dossier che segnerà la prossima stagione della Bce. Difficile immaginare un curriculum più pesante. Certo, i tedeschi si stanno scaldando. Isabel Schnabel osserva la poltrona con lo stesso entusiasmo con cui un bambino guarda la vetrina dei giocattoli il giorno di Natale. Anche Madrid non resterà a guardare. Ma Roma può presentarsi con carte pesanti. Il governo Meloni è l’unico che non vive appeso al bollettino quotidiano della maggioranza. Macron è all’ultima curva. Friedrich Merz balla su una coalizione fragile. Pedro Sánchez combatte una battaglia politica ogni settimana. L’Italia è diventata l’isola della stabilità. E non è finita. Meloni arriva al tavolo europeo dopo aver imposto, pezzo dopo pezzo, la propria linea sull’immigrazione. Fino a due anni fa, parlare di centri per il rimpatrio fuori dai confini europei era un reato. Oggi quei modelli vengono discussi, copiati, legittimati. Bruxelles prima ti accusa e poi ti imita. È questa la vera forza negoziale dell’Italia. Non le conferenze stampa. I risultati. Per questo non si deve assistere in silenzio alla successione di Lagarde.
Roma non deve chiedere il permesso. Deve presentarsi, bussare alla porta e dire semplicemente: questa volta tocca a noi. Anche perché la lezione impartita da Christine Lagarde è chiarissima e non certo ammirevole. Altro che sacerdoti della moneta. Alla fine, sotto la toga del banchiere centrale, batte un cuore da politico. E forse batte da sempre. Solo che adesso qualcuno ha dimenticato di tirare la tenda.
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