Venti Stati infilzano i giudici pro clandestini
Corte europea dei diritti dell'uomo (Getty Images)

Migliaia di persone in piazza a Milano per la festa islamica dell’Ashura. E prima ancora a maggio per la Festa del sacrificio. Gli Islamici sono 1.000, 10.000, 100.000. È una schiera che si ingrossa, avanza. E pretende sempre più spazio, anche politico.

L’immigrazione è una marea umana: è una cultura diversa, opposta. La tensione sale. Il problema è europeo e occidentale, non solo italiano. E coinvolge tutte le istituzioni, che ormai vanno in cortocircuito fra di loro.

Il 19 giugno scorso, in una lettera congiunta diretta alla Commissione Ue e al Consiglio europeo, 20 Stati europei (Italia capofila) hanno richiesto un impegno veramente effettivo per «aumentare il tasso dei rimpatri» e salvaguardare «la coesione delle nostre società». Non è una cosa caduta dal pero: giusto un anno fa, il 22 maggio 2025, il governo italiano e quello danese avevano inviato una richiesta – firmata da altri sette Stati Ue – con cui si chiedeva alla Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) di interpretare in senso meno astratto o pre-orientato le norme in materia di immigrazione. La lettera del 2025 diceva, con un linguaggio nemmeno tanto soffice, che la Cedu – in tema di «tutela del migrante» – ha «esteso eccessivamente la portata della Convenzione rispetto alle intenzioni originarie che la animavano, alterando così l’equilibrio tra gli interessi che dovrebbero essere tutelati» e, di fatto, sta limitando la capacità degli Stati «di prendere decisioni politiche nelle nostre democrazie».

Prima si chiedeva alla Cedu, oggi alla Commissione e al Consiglio europeo. Il succo di queste iniziative a 360 gradi sono che l’attuale normativa va rivista: la cosiddetta «tutela del migrante» si nutre di una miriade di trattati e convenzioni risalente a epoche giurassiche, in cui il fenomeno non aveva le dimensioni enormi e drammatiche di oggi.

Di qui il punto: o si cambia la norma, o si prova a interpretarla adeguandola al quadro storico in atto. Arroccarsi in una torre d’avorio giurisdizionalista ignorando le urgenze drammatiche dei popoli significa solo svuotare di senso il concetto di democrazia, che non è un impianto formalistico fine a sé stesso, ma uno strumento finalizzato a una pace sociale dignitosa ed effettiva. La lettera del 2025 era indirizzata direttamente ai giudici di Strasburgo. All’epoca, il segretario generale della Corte inarcò il sopracciglio: «Bisogna avere rispetto dell’indipendenza e dell’imparzialità della Corte … in una società governata dallo Stato di diritto non si può “politicizzare la Corte”». Ma tu guarda: è esattamente la stessa risposta liturgica dell’Anm nostrana nei mesi referendari: ogni accenno di critica viene respinto come attacco allo Stato di diritto. Noli me tangere. Punto. Dopo anni di improvvido giurisdizionalismo crescente, le magistrature in quanto tali non sono più disposte a scendere dal palcoscenico.

Pochi giorni fa il nostro Paese, quindi, è tornato alla carica: nel 2025 era l’Italia più otto. Oggi è sempre l’Italia capofila, ma più 19. Bel colpo. Vediamo di capire. Il punto in questione è il cosiddetto principio di non respingimento, ovvero: secondo la normativa internazionale in materia, il respingimento dello straniero deve essere l’eccezione e non la regola. Così dicono sia la Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950 sia la Convenzione di Ginevra del 1951 (epoche giurassiche, appunto). Ma non solo: se proprio bisogna espellere, l’articolo 4 del protocollo aggiuntivo Cedu del 1963 e la Carta di Nizza del 2000 vietano le espulsioni collettive. La procedura di respingimento deve essere garantita e – soprattutto – individuale. Ogni straniero ha diritto ad essere interrogato. Ha diritto all’assistenza legale. Ha diritto a un interprete. Ha diritto a una decisione motivata. Ha diritto alla impugnazione. Oltretutto – secondo la Corte – ogni cosa può passare per «espulsione collettiva» e va impedita: il respingimento in mare, il rifiuto di entrata ai confini, i voli aerei collettivi di rimpatrio, Risultato: arrivi a migliaia ed espulsioni uno per volta. Il contagocce contro la valanga. Capirai: ma quale remigrazione vuoi fare in queste condizioni?

Negli anni dei governi global-immigrazionisti, le giurisprudenze dei singoli Stati tenevano le porte sempre aperte. Poi, però, le Primavere arabe (2010-12) e i conflitti afghano e siriano (2015) sbolognarono sull’Europa più di due milioni di migranti, quasi tutti islamici; ed è proprio davanti a quella inondazione umana che cominciò a prendere coraggio la protesta popolare. Da quel momento le maglie della Corte hanno cominciato un po’ ad allargarsi: nel 2016 (sentenza Khlaifia vs Italia) la Corte ha escluso che il migrante abbia diritto a un colloquio formalmente individuale, basta solo che possa esporre di fatto le sue ragioni davanti a una pubblica autorità. Mentre bisogna aspettare il 2020 perché la Cedu ammetta la espulsione collettiva almeno – dico: almeno – nel caso in cui l’ingresso abbia natura «violenta» (sentenza N.D. e N.T. vs Spagna). Per le tifoserie dell’immigrazionismo massimalista, si tratterebbe di una «involuzione antidemocratica» della giurisprudenza di Strasburgo. Sarà. Il fatto è che, comunque, queste sentenze arrivano col contagocce, dopo lunghissime procedure, dopo anni di notifiche e citazioni. E intanto il flusso continua, inarrestabile, immenso. Il dislivello è così evidente che oggi contro la Cedu cominciano a protestare anche i governi europei. Tutti i governi, di tutti i colori. Che, nel frattempo, hanno assunto connotati molto meno globalisti.

Riflessioni sparse.

1 È lecito contestare la giurisprudenza astratta e lunare della aristocratica Corte di Strasburgo? Certo che sì. Checché ne dicano i suoi grandi ciambellani, l’indipendenza della magistratura non c’entra niente. La composizione dei conflitti sociali non è cosa da giudici. Per l’insuperabile ragione che, occupandosi solo di casi singoli, le magistrature mancano di quella visione strutturale e generale che solo le classi politiche possono avere. Non si possono governare gli spostamenti di masse di milioni di persone con il lento gocciolamento della singola sentenza e con le notifiche a passo di lumaca dell’ufficiale giudiziario: occorrono decisioni gravi, rapide, di portata enorme e può prenderle solo chi è legittimato dalla investitura di milioni di voti.

2 Non si venga a dire che la Cedu abbia dovuto necessariamente applicare «il diritto che c’era». Perché «il diritto che c’era», c’era in misura tale che già prima qualcosa di meglio si poteva pur fare: l’ articolo 33 della Convenzione sui rifugiati (1951) prevedeva già esplicitamente l’espulsione del rifugiato qualora avesse rappresentato «un pericolo per la sicurezza dello Stato» oppure «una minaccia per la comunità». E quanto alle sentenze del 2016 e del 2020, forse potevano arrivare anche prima. Insomma, a mancare in questi anni non è stata la norma, ma la sua applicazione realistica e ragionevole. E una interpretazione fatta in modo tale da cancellare di fatto delle opzioni di respingimento pur previste non è più una semplice interpretazione tecnica: è semplicemente l’adesione ad una vera e propria linea politica immigrazionista.

3 La normativa internazionale che pretenderebbe di governare le migrazioni è disperatamente vecchia, risale a epoche lontane, risente di postulati astratti, è fallimentare; e ormai – a giudicare dai fatti di sangue che si ripetono sempre più spesso – è anche pericolosissima.

4 La protesta degli Stati Ue è la semplice, inappellabile dimostrazione che la tensione fra politica e giustizia non riguarda solo l’Italia, ma è ormai un dato costante in tutto il continente: l’irragionevole processo di delega politica di questi decenni ha regalato alle magistrature (plurale) una centralità abnorme, finendo col bloccare il sistema democratico, che è fisiologicamente e storicamente imperniato sul politico e non sul giudice. E la lotta referendaria italiana è stata solo un episodio del conflitto in corso. In un pezzo su La Verità del 18 marzo, dicevamo che, «trattandosi di tendenze politico-sociali e forse antropologiche di fatto inconciliabili, il contrasto prescinde dalle volontà individuali ed è destinato ad aumentare comunque, non a ridursi».

Come volevasi dimostrare: la protesta delle cancellerie contro la Cedu è una nuova puntata del contrasto ormai sistemico, è l’ulteriore dimostrazione del blocco del meccanismo provocato da chi ha voluto ridurre la democrazia a un impianto meramente processualistico. È un atto d’accusa ed è una accusa colossale: una certa giustizia non aiuta la democrazia politica. Ma la soffoca.

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