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In virtù dell’abituale rotazione, la presidenza dell’Unione ora tocca a Nicosia, che non ha mai reciso i legami con Mosca.

Una mattina mi sono svegliato e ho trovato un cipriota. Allarme compagni europei: da ieri è scattato il semestre di presidenza di uno degli Stati più piccoli e tradizionalmente più legati a Mosca di tutta l’Ue. Urge richiamo alla sensibilità democratica dell’intero collettivo di Bruxelles: i tailleur di Ursula, la faccia tosta di Macron e financo le gaffe di Kaja Kallas dovranno fare i conti con il peggiore dei nemici interni, la rotazione delle poltrone di comando sulla tolda dell’Unione. Il meccanismo bizantino, figlio malato di un sistema evidentemente decotto, prevede infatti che la presidenza del consiglio dell’Ue, l’organo che riunisce gli Stati membri e che dunque delinea le linee strategiche ed elabora le politiche estere e di sicurezza, passi di mano ogni sei mesi. E dall’1 gennaio il delicato e prestigioso incarico è passato a Cipro, già paradiso degli oligarchi turchi, per anni hub finanziario della Russia e legato a Mosca da antichi interessi comuni in campo energetico e militare. O partigiano portami via, che mi sento di morir.

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Eniko Gyori: «Ursula ha fallito. L’Europa non è in guerra con Mosca»
Eniko Gyori (Ansa)
L’eurodeputata ungherese: «Già l’accordo commerciale con Kiev danneggia la nostra agricoltura. Col Mercosur la uccideremmo».
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Fuori gioco su energia e terre rare. Perché ora Macron «chiama» Putin
Emmanuel Macron e Vladimir Putin (Ansa)
Il presidente francese approfitta dello stallo nelle trattative a Miami, apre al Cremlino («parlarci è utile») e incassa il gradimento della controparte. Una mossa che avrebbe dovuto fare per prima la Meloni.

Finalmente qualcuno in Europa ha capito che l’Unione europea e l’asse dei volenterosi si stavano lentamente condannando alla irrilevanza. Perché al netto della retorica, i fatti ci dicono una cosa chiara da tempo: pensare di isolare Putin e rinunciare al dialogo era una «non mossa politica». E infatti il primo leader europeo che ha cercato apertamente il Cremlino è stato il presidente francese Macron, approfittando dello stallo delle trattative a Miami che puntavano su un trilaterale che portasse al tavolo America, Russia e Ucraina. Il presidente francese avrebbe fatto la prima mossa: del resto lui era stato l’ultimo a incontrarlo. Secondo le indiscrezioni Macron aveva già messo in moto la macchina diplomatica alla vigilia del suo viaggio in Cina, cercando lì una sponda; preferì però non forzare alla luce delle tensioni che il bilaterale stava portando a galla.

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Giorgetti a casa? Chi si deve dimettere è l’opposizione
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica)
Il Pd che invocava la tenuta dei conti e urlava allo spread, ora critica la manovra. Guardi a ciò che succede a Parigi e Berlino.

Il Pd chiede le dimissioni del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in quanto la manovra proposta sarebbe troppo prona ai dettami dell’Europa e, quindi, non rispondente alle esigenze economiche e sociali del Paese. Ma, ci chiediamo, questo Pd è lo stesso degli anni scorsi che ha sempre invocato, anche sollecitato dal suo indimenticabile (per nullità) commissario europeo Paolo Gentiloni, di attenersi rigorosamente alle regole europee in quanto garanzia della tenuta finanziaria dell’Ue stessa?

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Stellantis pensa di mollare l’Ue
Antonio Filosa (Ansa)
L’ad critica il piano che concede più flessibilità nell’addio al termico: previsti costi e complessità che non possiamo più permetterci, negli Stati Uniti meno vincoli.

Che a Stellantis la recente revisione del piano Ue sul Full electric non fosse piaciuto era risaputo. Ma ieri l’ad del gruppo, Antonio Filosa, ha spinto le critiche un bel pezzetto più in là fino a parlare di marcia indietro sugli investimenti nelVecchio continente.

Il manager sulle pagine del Financial Times ha respinto l’idea che l’Ue stia offrendo una «via d’uscita» credibile rispetto all’addio ai motori termici a partire dal 2035: per il top manager il pacchetto «non è all’altezza» e, soprattutto, «mancano del tutto le misure urgenti necessarie per riportare il settore automotive europeo alla crescita». La spiegazione non è solo ideologica: è industriale e riguarda la capacità del quadro regolatorio di trasformarsi in investimenti sostenibili lungo tutta la filiera.

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