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2025-07-05
Dazi, ultime minacce di Donald per chiudere
Maros Sefcovic (Ansa)
Chiederanno aiuto a Maria De Filippi per impattare la partita dei dazi che Donald Trump - ha annunciato ai governi europei: c’è posta per te - sta vincendo: ha ottenuto due risultati. Porta a casa la svalutazione del dollaro e dimostra che, sulla materia centrale per l’Europa, l’Ue di fatto non esiste. Che Bruxelles non sa che pesci pigliare e ha ripetuto ieri, a quattro giorni dalla scadenza dell’ultimatum trumpiano, esattamente le stesse cose dette a metà aprile: cerchiamo l’accordo al 10%, ma siamo pronti anche al no deal.
Sarebbe interessante capire applicato a cosa, visto che la ritorsione più forte che l’Ue potrebbe fare è sulle multinazionali, ma Olanda e Irlanda si metterebbero di traverso. Gli Usa per l’Ue valgono 532 miliardi con un avanzo commerciale di quasi 200 miliardi di euro. La ritorsione in mancanza di accordo sarebbe esiziale per l’economia del vecchio continente. La riprova l’ha data il Financial Times che, mentre a Washington il commissario al Commercio estero Maros Sefcovic, impegnato nelle trattative, balbetta, anticipa l’intenzione Usa - confermata tra autorevoli negoziatori - di applicare un dazio del 17% sulle produzioni agricole europee. È forse una mossa per forzare la mano e chiudere entro il 9 luglio, ma se così fosse per l’Italia sarebbe una mazzata.
Gli Usa sono per il nostro agroalimentare il primo mercato extra-Ue (vendiamo in America per quasi 8 miliardi, pari al 12% del nostro export). Donald Trump intanto ha deciso di inviare a ogni governo una lettera in cui spiegherà quali dazi gli Usa applicheranno ai singoli Paesi dopo il 9 luglio: «È molto più semplice. Invieremo alcune lettere a partire da domani (oggi per chi legge)». La prassi Maga è distantissima dalla burocrazia europea. La Commissione presieduta da Ursula von der Leyen non ha voluto far sapere nulla di come vanno le trattative a Washington. Si lavora al modello Gran Bretagna: un’aliquota flat del 10% con l’impegno a comprare più gas dagli americani. Dice la Commissione: «Le discussioni a Washington sono state tali da permettere uno stato d’animo buono per il weekend, il commissario Sefcovic ha sorriso e questo è un segno positivo. Siamo in una fase sensibile della trattativa, il commissario al commercio informerà gli Stati membri sull’andamento del negoziato, quando riceveremo le loro valutazioni valuteremo come muoverci». È l’evidenza dei limiti dell’Ue che deve fare i conti con le enormi diversità dei 27. La Germania vede come la peste un eventuale dazio del 25% sulle sue auto, mentre l’Italia cerca un dazio basso visto che esportiamo in Usa beni unici ma di consumo come la moda e i prodotti agroalimentari. Se però l’aliquota salisse al 17% sarebbe una mazzata.
Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha stimato che un dazio del 10% ci costerebbe 20 miliardi. A quel punto ci converrebbe trattare da soli come sta facendo Emmanuel Macron con la Cina, che ha appena rialzato al 35% i dazi sul Cognac rendendo esplicita la «global war» commerciale. L’Italia ha un surplus con gli Usa di circa 40 miliardi; la Germania ne ha 18, ma è quasi tutto fatto con le auto; la Francia ha addirittura un deficit di quasi 5 miliardi. È evidente che l’Ue sui dazi mostra d’essere una disunione europea!
Donald Trump lo sa e forza la mano. Soprattutto facendo sospirare l’accordo sul 10% generalizzato perché, se non c’è l’intesa, dal 10 luglio si torna al 50% di dazi su acciaio e alluminio e al 25% su auto e componentistica. Ed è soprattutto questo a spaventare Ursula von der Leyen e la Germania. Una cosa è certa: la bilancia pende tutta dalla parte di Washington.
A renderlo esplicito sono gli andamenti di Borsa. Wall Street sta sui massimi, in Europa sono tutti segni meno: Milano fa -0,8 come Parigi, Madrid ha un tonfo di un punto e mezzo (pesa anche la situazione politica spagnola) e Francoforte chiude a -0,6. La fonte maggiore di preoccupazione resta però il dollaro. Continua il Big beautiful bill voluto da Donald Trump per incrementare le esportazioni, tant’è che il biglietto verde flette in particolare contro le valute (euro in testa) dei Paesi che non hanno ancora stretto accordi sui dazi. Se c’è un vantaggio nell’acquisto di materie prime - quasi tutte denominate in dollari - è certo che per l’economia europea il biglietto verde anemico - dall’inizio dell’anno ha perso quasi il 12% - è peggio dei dazi. Che ora hanno animato anche i rapporti tra Ue e Cina.
Pechino ritiene che i distillati europei siano venduti in dumping e applica da ieri una tariffa doganale di circa il 35%. Bruxelles, come al solito, ha fatto (solo) la voce grossa. «La Ue deplora la decisione della Cina di imporre misure anti-dumping definitive sulle importazioni di brandy dell’Unione, si tratta di misure ingiustificate e non in linea con le norme internazionali», ha scritto in un comunicato la Commissione annunciando «i prossimi passi per proteggersi dai dazi cinesi». Ma a riprova che nell’Ue chi fa da sé fa per tre, Emmanuel Macron ha «twittato»: «Le autorità cinesi hanno accettato le proposte dei nostri maggiori produttori di Cognac e Armagnac. È una tappa decisiva per metter fine all’annoso contenzioso che minacciava le nostre esportazioni», peraltro già crollate in Cina del 29%.
Spiegato il broncio di Elon Musk: il «bill» dimezzerà i profitti di Tesla
Il Big beautiful bill (Bbb) è stato approvato definitivamente giovedì dal Congresso statunitense dopo una lunga maratona parlamentare e ieri è giunto alla Casa Bianca, dove il presidente americano Donald Trump l’ha firmato.
La legge fiscale elimina gran parte dei sussidi pubblici alle aziende del settore green e i crediti di imposta per l’acquisto di auto elettriche (fino a 7.500 dollari), con tagli per 370 miliardi di dollari. Il Bbb, però, contiene anche una polpetta avvelenata, destinata soprattutto all’ex amico di Trump ed ex capo del dipartimento per l’Efficienza del governo, Elon Musk.
Tra le righe della legge si stabilisce infatti la cancellazione di una norma che riguarda l’Epa (Environment protection agency) e l’eliminazione delle sanzioni per le case automobilistiche che non rispettano gli standard di efficienza nei consumi. Si tratta degli standard Corporate average fuel economy (Cafe), i quali impongono che le case automobilistiche rispettino determinati requisiti di consumi di carburante e di emissioni sul totale dei veicoli venduti.
Poiché quasi nessuna delle aziende del settore rispetta tale soglia, le regole permettevano a queste di acquistare crediti di emissione da case automobilistiche «virtuose». La Tesla di Musk è una di queste aziende, anzi praticamente l’unica. Grazie alla sua flotta di veicoli al 100% elettrici, Tesla può vendere alle altre case automobilistiche i crediti (detti Zev, dal nome della legge californiana che li ha istituiti) ed è proprio qui che si nasconde l’insidia per l’azienda di Musk.
Tesla ha guadagnato 3,36 miliardi di dollari in vendite di crediti Zev solo negli ultimi cinque trimestri. Per dare un’idea, l’utile netto del primo trimestre 2025, pari a 409 milioni di dollari, è stato raggiunto solo perché nello stesso periodo Tesla ha venduto 595 milioni di dollari di crediti Zev alle altre case automobilistiche. Nel 2024 Tesla ha registrato vendite dei crediti di emissione per 2,8 miliardi di dollari, pari al 39% dell’utile netto. Dal 2015 a oggi, Tesla ha guadagnato oltre 11 miliardi di dollari dai crediti Zev. Negli ultimi anni, questo sistema ha di fatto garantito il bilancio di Tesla, che in borsa vale 1.050 miliardi di dollari (70 volte gli utili 2024).Con l’abolizione delle multe per il mancato rispetto dello standard Cafe verrà quindi a mancare un 40% secco dei profitti della compagnia (alcuni analisti parlano del 50% nel 2025).
La ragione ultima per cui Donald Trump ed Elon Musk hanno rotto il loro sodalizio con una clamorosa lite dalla risonanza planetaria potrebbe essere proprio questa. L’acceso confronto è iniziato quando Trump ha celebrato il Bbb come una svolta storica per gli Stati Uniti. Tramite il suo social X, Musk ha definito la legge un abominio e ha minacciato i membri del congresso favorevoli alla legge di finanziare i loro avversari. Dei 53 senatori repubblicani, però, 50 hanno votato a favore della legge, e i tre dissidenti non sono inquadrabili come fedelissimi di Musk, il quale ha motivato la sua opposizione con le preoccupazioni per il deficit degli Stati Uniti. È chiaro però che la posizione di Tesla lo preoccupi di più.Il magnate ha poi lanciato l’ipotesi di creare un proprio partito. Ancora ieri, con diversi post su X, Musk ha lanciato un sondaggio sull’opportunità di fondare un nuovo partito (per la cronaca, circa il 60% dei pareri è orientato al sì). Ma lo stesso Musk ha poi detto che potrebbe «concentrarsi solo su 2 o 3 seggi del Senato e su 8 o 10 distretti della Camera. Considerati i margini legislativi estremamente ridotti, questo sarebbe sufficiente per fungere da voto decisivo sulle leggi controverse, garantendo che esse servano la vera volontà del popolo».La soluzione «fai da te» tenta dunque anche il creatore di Tesla. Vedremo se saprà resistere alla tentazione.
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Mentre Bruxelles ha difficoltà a trovare una posizione unitaria, attraversata dagli interessi divergenti di Francia, Germania e Italia, secondo il «Financial Times» il tycoon sarebbe pronto a imporre tariffe al 17% sull’agroalimentare. Che per noi sarebbe una mazzata.Con i crediti di emissione, venduti alle altre case di auto, dal 2015 Elon Musk ha raccolto 11 miliardi.Lo speciale contiene due articoli.Chiederanno aiuto a Maria De Filippi per impattare la partita dei dazi che Donald Trump - ha annunciato ai governi europei: c’è posta per te - sta vincendo: ha ottenuto due risultati. Porta a casa la svalutazione del dollaro e dimostra che, sulla materia centrale per l’Europa, l’Ue di fatto non esiste. Che Bruxelles non sa che pesci pigliare e ha ripetuto ieri, a quattro giorni dalla scadenza dell’ultimatum trumpiano, esattamente le stesse cose dette a metà aprile: cerchiamo l’accordo al 10%, ma siamo pronti anche al no deal. Sarebbe interessante capire applicato a cosa, visto che la ritorsione più forte che l’Ue potrebbe fare è sulle multinazionali, ma Olanda e Irlanda si metterebbero di traverso. Gli Usa per l’Ue valgono 532 miliardi con un avanzo commerciale di quasi 200 miliardi di euro. La ritorsione in mancanza di accordo sarebbe esiziale per l’economia del vecchio continente. La riprova l’ha data il Financial Times che, mentre a Washington il commissario al Commercio estero Maros Sefcovic, impegnato nelle trattative, balbetta, anticipa l’intenzione Usa - confermata tra autorevoli negoziatori - di applicare un dazio del 17% sulle produzioni agricole europee. È forse una mossa per forzare la mano e chiudere entro il 9 luglio, ma se così fosse per l’Italia sarebbe una mazzata. Gli Usa sono per il nostro agroalimentare il primo mercato extra-Ue (vendiamo in America per quasi 8 miliardi, pari al 12% del nostro export). Donald Trump intanto ha deciso di inviare a ogni governo una lettera in cui spiegherà quali dazi gli Usa applicheranno ai singoli Paesi dopo il 9 luglio: «È molto più semplice. Invieremo alcune lettere a partire da domani (oggi per chi legge)». La prassi Maga è distantissima dalla burocrazia europea. La Commissione presieduta da Ursula von der Leyen non ha voluto far sapere nulla di come vanno le trattative a Washington. Si lavora al modello Gran Bretagna: un’aliquota flat del 10% con l’impegno a comprare più gas dagli americani. Dice la Commissione: «Le discussioni a Washington sono state tali da permettere uno stato d’animo buono per il weekend, il commissario Sefcovic ha sorriso e questo è un segno positivo. Siamo in una fase sensibile della trattativa, il commissario al commercio informerà gli Stati membri sull’andamento del negoziato, quando riceveremo le loro valutazioni valuteremo come muoverci». È l’evidenza dei limiti dell’Ue che deve fare i conti con le enormi diversità dei 27. La Germania vede come la peste un eventuale dazio del 25% sulle sue auto, mentre l’Italia cerca un dazio basso visto che esportiamo in Usa beni unici ma di consumo come la moda e i prodotti agroalimentari. Se però l’aliquota salisse al 17% sarebbe una mazzata. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha stimato che un dazio del 10% ci costerebbe 20 miliardi. A quel punto ci converrebbe trattare da soli come sta facendo Emmanuel Macron con la Cina, che ha appena rialzato al 35% i dazi sul Cognac rendendo esplicita la «global war» commerciale. L’Italia ha un surplus con gli Usa di circa 40 miliardi; la Germania ne ha 18, ma è quasi tutto fatto con le auto; la Francia ha addirittura un deficit di quasi 5 miliardi. È evidente che l’Ue sui dazi mostra d’essere una disunione europea! Donald Trump lo sa e forza la mano. Soprattutto facendo sospirare l’accordo sul 10% generalizzato perché, se non c’è l’intesa, dal 10 luglio si torna al 50% di dazi su acciaio e alluminio e al 25% su auto e componentistica. Ed è soprattutto questo a spaventare Ursula von der Leyen e la Germania. Una cosa è certa: la bilancia pende tutta dalla parte di Washington. A renderlo esplicito sono gli andamenti di Borsa. Wall Street sta sui massimi, in Europa sono tutti segni meno: Milano fa -0,8 come Parigi, Madrid ha un tonfo di un punto e mezzo (pesa anche la situazione politica spagnola) e Francoforte chiude a -0,6. La fonte maggiore di preoccupazione resta però il dollaro. Continua il Big beautiful bill voluto da Donald Trump per incrementare le esportazioni, tant’è che il biglietto verde flette in particolare contro le valute (euro in testa) dei Paesi che non hanno ancora stretto accordi sui dazi. Se c’è un vantaggio nell’acquisto di materie prime - quasi tutte denominate in dollari - è certo che per l’economia europea il biglietto verde anemico - dall’inizio dell’anno ha perso quasi il 12% - è peggio dei dazi. Che ora hanno animato anche i rapporti tra Ue e Cina. Pechino ritiene che i distillati europei siano venduti in dumping e applica da ieri una tariffa doganale di circa il 35%. Bruxelles, come al solito, ha fatto (solo) la voce grossa. «La Ue deplora la decisione della Cina di imporre misure anti-dumping definitive sulle importazioni di brandy dell’Unione, si tratta di misure ingiustificate e non in linea con le norme internazionali», ha scritto in un comunicato la Commissione annunciando «i prossimi passi per proteggersi dai dazi cinesi». Ma a riprova che nell’Ue chi fa da sé fa per tre, Emmanuel Macron ha «twittato»: «Le autorità cinesi hanno accettato le proposte dei nostri maggiori produttori di Cognac e Armagnac. È una tappa decisiva per metter fine all’annoso contenzioso che minacciava le nostre esportazioni», peraltro già crollate in Cina del 29%.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dazi-ultime-minacce-2672708277.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spiegato-il-broncio-di-elon-musk-il-bill-dimezzera-i-profitti-di-tesla" data-post-id="2672708277" data-published-at="1751694666" data-use-pagination="False"> Spiegato il broncio di Elon Musk: il «bill» dimezzerà i profitti di Tesla Il Big beautiful bill (Bbb) è stato approvato definitivamente giovedì dal Congresso statunitense dopo una lunga maratona parlamentare e ieri è giunto alla Casa Bianca, dove il presidente americano Donald Trump l’ha firmato. La legge fiscale elimina gran parte dei sussidi pubblici alle aziende del settore green e i crediti di imposta per l’acquisto di auto elettriche (fino a 7.500 dollari), con tagli per 370 miliardi di dollari. Il Bbb, però, contiene anche una polpetta avvelenata, destinata soprattutto all’ex amico di Trump ed ex capo del dipartimento per l’Efficienza del governo, Elon Musk. Tra le righe della legge si stabilisce infatti la cancellazione di una norma che riguarda l’Epa (Environment protection agency) e l’eliminazione delle sanzioni per le case automobilistiche che non rispettano gli standard di efficienza nei consumi. Si tratta degli standard Corporate average fuel economy (Cafe), i quali impongono che le case automobilistiche rispettino determinati requisiti di consumi di carburante e di emissioni sul totale dei veicoli venduti. Poiché quasi nessuna delle aziende del settore rispetta tale soglia, le regole permettevano a queste di acquistare crediti di emissione da case automobilistiche «virtuose». La Tesla di Musk è una di queste aziende, anzi praticamente l’unica. Grazie alla sua flotta di veicoli al 100% elettrici, Tesla può vendere alle altre case automobilistiche i crediti (detti Zev, dal nome della legge californiana che li ha istituiti) ed è proprio qui che si nasconde l’insidia per l’azienda di Musk. Tesla ha guadagnato 3,36 miliardi di dollari in vendite di crediti Zev solo negli ultimi cinque trimestri. Per dare un’idea, l’utile netto del primo trimestre 2025, pari a 409 milioni di dollari, è stato raggiunto solo perché nello stesso periodo Tesla ha venduto 595 milioni di dollari di crediti Zev alle altre case automobilistiche. Nel 2024 Tesla ha registrato vendite dei crediti di emissione per 2,8 miliardi di dollari, pari al 39% dell’utile netto. Dal 2015 a oggi, Tesla ha guadagnato oltre 11 miliardi di dollari dai crediti Zev. Negli ultimi anni, questo sistema ha di fatto garantito il bilancio di Tesla, che in borsa vale 1.050 miliardi di dollari (70 volte gli utili 2024).Con l’abolizione delle multe per il mancato rispetto dello standard Cafe verrà quindi a mancare un 40% secco dei profitti della compagnia (alcuni analisti parlano del 50% nel 2025).La ragione ultima per cui Donald Trump ed Elon Musk hanno rotto il loro sodalizio con una clamorosa lite dalla risonanza planetaria potrebbe essere proprio questa. L’acceso confronto è iniziato quando Trump ha celebrato il Bbb come una svolta storica per gli Stati Uniti. Tramite il suo social X, Musk ha definito la legge un abominio e ha minacciato i membri del congresso favorevoli alla legge di finanziare i loro avversari. Dei 53 senatori repubblicani, però, 50 hanno votato a favore della legge, e i tre dissidenti non sono inquadrabili come fedelissimi di Musk, il quale ha motivato la sua opposizione con le preoccupazioni per il deficit degli Stati Uniti. È chiaro però che la posizione di Tesla lo preoccupi di più.Il magnate ha poi lanciato l’ipotesi di creare un proprio partito. Ancora ieri, con diversi post su X, Musk ha lanciato un sondaggio sull’opportunità di fondare un nuovo partito (per la cronaca, circa il 60% dei pareri è orientato al sì). Ma lo stesso Musk ha poi detto che potrebbe «concentrarsi solo su 2 o 3 seggi del Senato e su 8 o 10 distretti della Camera. Considerati i margini legislativi estremamente ridotti, questo sarebbe sufficiente per fungere da voto decisivo sulle leggi controverse, garantendo che esse servano la vera volontà del popolo».La soluzione «fai da te» tenta dunque anche il creatore di Tesla. Vedremo se saprà resistere alla tentazione.
La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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Don Giussani (Ansa)
La sua non è stata una «pastorale», come si potrebbe dire oggi, ma una vocazione all’educazione e alla missione prorompente. E così è sempre stato considerato don Giussani, mettendo quasi più di lato, per non dire dietro, il suo pensiero filosofico e teologico.
Per questo potrebbe stupire la nascita di un Centro studi internazionale dedicato al pensiero del fondatore di Comunione e liberazione. Da quel 1954 a oggi sono passati più di settant’anni, e fuori dalla sua comunità l’attenzione al pensiero di Giussani, capace di far nascere alcune generazioni di figli spirituali, non aveva mai avuto grande rilievo «accademico». Invece ora, ecco la nascita del Centro studi, tenuto a battesimo da un incontro presso il Centro Internazionale di CL a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11), che vede la partecipazione della professoressa Tracey Rowland (Università australiana Notre Dame) e del professor Michael Waldstein (Franciscan University di Steubenville in Ohio).
A moderare, il professor Giovanni Maddalena, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Bologna. «Don Giussani», spiega alla Verità il professor Maddalena, che del Centro sarà coordinatore, «interpretava il carisma di Comunione e liberazione come lo stupore profondo per l’incarnazione di Dio in Gesù e la commozione nel riconoscerne la presenza viva all’interno dell’amicizia cristiana, sia essa la Chiesa o la comunità incontrata. Da questo incontro scaturisce la capacità di giudicare ogni evento del mondo - passato, presente e futuro - valorizzando ogni aspetto dell’umano sotto la luce di Cristo. Qui si deve collocare anche quella spinta a far si che la fede diventasse cultura, si facesse così spazio nella vita di tutti i giorni per donare una testimonianza e una traccia sulle strade della vita e nelle piazze».
Anche questo non volersi far rinchiudere nelle sagrestie ha probabilmente reso meno potabile ai contemporanei, e non solo, l’azione e quindi il pensiero di don Giussani in ambito accademico. «Il termine centrale che Giussani utilizzerà per descrivere questa dinamica», continua Maddalena, è “esperienza”: il cristianesimo non viene inteso come un sistema di dottrine, ma come l’avvenimento di un incontro reale, analogo a quello dei primi discepoli». Un cammino, insomma, da percorrere insieme agli altri, coinvolgendo interamente la propria umanità - tra ragione e affezione - per verificarne l’attendibilità senza alcun pregiudizio.
In effetti, dopo aver ricevuto una solida formazione in quel di Venegono, Giussani non smette di «teologare» né di pensare, ma lo fa dentro un’esperienza in atto. È nel coinvolgimento della sua opera missionaria ed educativa che il sacerdote approfondisce e confronta il suo pensiero con la realtà per farne scaturire una modalità nuova di pensare l’ontologia, la gnoseologia e la metafisica, facendo emergere qui tutta la sua forza filosofica. Non un «nuovo pensiero» (il cardinale Angelo Scola lo definirà «sorgivo»), ma un modo nuovo di esprimerlo, spinto dal fuoco della sua missione. In altri termini, Giussani ripensa l’essere metafisico senza togliere nulla, né lo diluisce, ma lo riscopre. E forse è proprio ciò che meno è piaciuto a tanti suoi confratelli contemporanei, affascinati da filosofie moderne e che si allontanavano da quella filosofia perennis senza la quale anche la teologia tende a dissolversi.
Eppure quell’insistere sull’«esperienza» non aveva mancato di sollevare dubbi anche all’interno della Chiesa, come quando nel 1963 a fargli notare il rischio fu l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. «Il timore», dice il moderatore dell’incontro che inaugura il nuovo Centro studi, «era che l’enfasi sull’esperienza potesse condurre al soggettivismo, rendendo arduo distinguere la verità oggettiva dal semplice “sentire” o dai desideri momentanei. Don Giussani rispose a queste preoccupazioni chiarendo che la sua visione di esperienza non era affatto soggettiva, poiché si fonda sulla ragione e sull’affezione - ovvero il cuore - che poggiano su esigenze profonde di verità, giustizia, bellezza e felicità comuni a ogni essere umano. Inoltre, egli precisò che la verifica dell’esperienza non è un atto isolato, ma lega il giudizio personale al confronto con la proposta della tradizione della fede, evitando così che il giudizio diventi un mero arbitrio o un’espressione narcisistica. Proprio il mantenimento di questa rigorosa concezione di esperienza ha permesso a CL di vivere una stagione di straordinaria fecondità missionaria e culturale».
Oggi la nascita del Centro Studi internazionale potrebbe contribuire riaffermare anche a livello accademico il pensiero di Giussani, magari permettendogli di rinverdire la sua forza.
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Ansa
Il sospetto degli investigatori è che, nei 16 mesi sotto osservazione, abbia inciso direttamente sulle procedure di espulsione di 34 stranieri destinati all’espulsione su un totale di 64. Altri dieci immigrati, invece, si sarebbero ufficialmente rifiutati di sottoporsi alla visita medica, circostanza che di fatto ha impedito la valutazione sanitaria necessaria per stabilire l’idoneità alla detenzione amministrativa in un Cpr.
Ravenna era diventato un punto caldo della geografia italiana rispetto agli sbarchi: 25 dal dicembre 2022, tutti di navi Ong. E la città comincia a fare i conti con le espulsioni. A settembre 2024, ricostruisce il Corriere della Romagna, la stessa dottoressa aggiorna il conteggio: «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». In risposta dal medico No Cpr arriva l’emoticon col bicipite pompato. E quando i numeri cominciano a crescere, le risposte di Cocco sarebbero state: «Grande» o anche «gradissim*». È a quel punto che avrebbe svelato l’intento: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». La «cuenta» dei ribelli.
I pm della Procura di Ravenna, Daniele Barberini e Angela Scorza, hanno chiesto la sospensione per un anno per alcuni dei camici bianchi indagati. Le chat recuperate dagli investigatori raccontano un dialogo costante. Quasi due anni di contatti. Decine di pagine tra messaggi e intercettazioni ambientali sembrerebbero ricostruire una progressiva convergenza di intenti. All’inizio c’è un confronto. Che poi sarebbe diventato sostegno. E che si sarebbe trasformato infine in un’adesione alla campagna «No Cpr». Una traccia sarebbe rinvenibile nelle chat il 3 maggio del 2024. Una delle infettivologhe che nelle conversazioni, riporta il Corriere della Romagna, si definisce «anarchica e antagonista», condivide con i colleghi un articolo scritto proprio da Cocco sui rischi sanitari all’interno dei Cpr. Il messaggio che accompagna il link: «Abbiamo organizzato un incontro online per chiarirci le idee». Da quel momento il passaparola prende velocità: «Noi stiamo aderendo alla campagna No ai Cpr».
Secondo la ricostruzione investigativa, gli effetti non restano confinati alla discussione teorica. Si rifletterebbero anche nei numeri delle certificazioni mediche. A luglio 2024 una delle dottoresse scrive: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi». Nel corso del 2025, secondo quanto emergerebbe dalle conversazioni, il clima nel reparto sarebbe cambiato. Nelle chat sarebbe comparso un senso di appartenenza. Uno dei messaggi sembra descriverlo in modo netto: «Ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura, ma la scelta è puramente etica». E torna il bilancio: «Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente». Infine l’invito alla compattezza: «La cosa importante è essere uniti e non succede nulla».
L’episodio che fa scattare l’allarme arriva nell’estate del 2024. È luglio. Un certificato medico attira l’attenzione degli agenti dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Il modulo utilizzato è un prestampato della Simm. E sarebbe stato usato per dichiarare una non idoneità. Una delle dottoresse l’aveva ottenuto chiedendo se durante gli incontri online della campagna fosse stata suggerita «una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità». Il referto prodotto con quel modulo diventa la prima crepa. Gli agenti entrano in ospedale. E in reparto comincia a diffondersi una certa preoccupazione. Una delle dottoresse scrive a una collega: «Ho un’urgenza. È arrivato l’ispettore e ora mi vogliono fare un verbale. Ho bisogno di non fare passi falsi, la polizia mi tampina, è un incubo». L’ipotesi di un’indagine prende forma. E nelle chat c’è chi prova a rassicurare. Un collega di Rimini interviene: «Va beh ci provano... e poi? Chi certifica sei tu, si attaccano». Ma la tensione cresce. E nella rete dei contatti viene chiamato in causa anche Cocco. La risposta che sarebbe arrivata è durissima. «Gli facciamo il c... a sti sbirri maledetti». Per lui, «i colleghi di Ravenna hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione». Ora bisognerà capire se è conforme alla legge.
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