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2025-07-05
Dazi, ultime minacce di Donald per chiudere
Maros Sefcovic (Ansa)
Chiederanno aiuto a Maria De Filippi per impattare la partita dei dazi che Donald Trump - ha annunciato ai governi europei: c’è posta per te - sta vincendo: ha ottenuto due risultati. Porta a casa la svalutazione del dollaro e dimostra che, sulla materia centrale per l’Europa, l’Ue di fatto non esiste. Che Bruxelles non sa che pesci pigliare e ha ripetuto ieri, a quattro giorni dalla scadenza dell’ultimatum trumpiano, esattamente le stesse cose dette a metà aprile: cerchiamo l’accordo al 10%, ma siamo pronti anche al no deal.
Sarebbe interessante capire applicato a cosa, visto che la ritorsione più forte che l’Ue potrebbe fare è sulle multinazionali, ma Olanda e Irlanda si metterebbero di traverso. Gli Usa per l’Ue valgono 532 miliardi con un avanzo commerciale di quasi 200 miliardi di euro. La ritorsione in mancanza di accordo sarebbe esiziale per l’economia del vecchio continente. La riprova l’ha data il Financial Times che, mentre a Washington il commissario al Commercio estero Maros Sefcovic, impegnato nelle trattative, balbetta, anticipa l’intenzione Usa - confermata tra autorevoli negoziatori - di applicare un dazio del 17% sulle produzioni agricole europee. È forse una mossa per forzare la mano e chiudere entro il 9 luglio, ma se così fosse per l’Italia sarebbe una mazzata.
Gli Usa sono per il nostro agroalimentare il primo mercato extra-Ue (vendiamo in America per quasi 8 miliardi, pari al 12% del nostro export). Donald Trump intanto ha deciso di inviare a ogni governo una lettera in cui spiegherà quali dazi gli Usa applicheranno ai singoli Paesi dopo il 9 luglio: «È molto più semplice. Invieremo alcune lettere a partire da domani (oggi per chi legge)». La prassi Maga è distantissima dalla burocrazia europea. La Commissione presieduta da Ursula von der Leyen non ha voluto far sapere nulla di come vanno le trattative a Washington. Si lavora al modello Gran Bretagna: un’aliquota flat del 10% con l’impegno a comprare più gas dagli americani. Dice la Commissione: «Le discussioni a Washington sono state tali da permettere uno stato d’animo buono per il weekend, il commissario Sefcovic ha sorriso e questo è un segno positivo. Siamo in una fase sensibile della trattativa, il commissario al commercio informerà gli Stati membri sull’andamento del negoziato, quando riceveremo le loro valutazioni valuteremo come muoverci». È l’evidenza dei limiti dell’Ue che deve fare i conti con le enormi diversità dei 27. La Germania vede come la peste un eventuale dazio del 25% sulle sue auto, mentre l’Italia cerca un dazio basso visto che esportiamo in Usa beni unici ma di consumo come la moda e i prodotti agroalimentari. Se però l’aliquota salisse al 17% sarebbe una mazzata.
Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha stimato che un dazio del 10% ci costerebbe 20 miliardi. A quel punto ci converrebbe trattare da soli come sta facendo Emmanuel Macron con la Cina, che ha appena rialzato al 35% i dazi sul Cognac rendendo esplicita la «global war» commerciale. L’Italia ha un surplus con gli Usa di circa 40 miliardi; la Germania ne ha 18, ma è quasi tutto fatto con le auto; la Francia ha addirittura un deficit di quasi 5 miliardi. È evidente che l’Ue sui dazi mostra d’essere una disunione europea!
Donald Trump lo sa e forza la mano. Soprattutto facendo sospirare l’accordo sul 10% generalizzato perché, se non c’è l’intesa, dal 10 luglio si torna al 50% di dazi su acciaio e alluminio e al 25% su auto e componentistica. Ed è soprattutto questo a spaventare Ursula von der Leyen e la Germania. Una cosa è certa: la bilancia pende tutta dalla parte di Washington.
A renderlo esplicito sono gli andamenti di Borsa. Wall Street sta sui massimi, in Europa sono tutti segni meno: Milano fa -0,8 come Parigi, Madrid ha un tonfo di un punto e mezzo (pesa anche la situazione politica spagnola) e Francoforte chiude a -0,6. La fonte maggiore di preoccupazione resta però il dollaro. Continua il Big beautiful bill voluto da Donald Trump per incrementare le esportazioni, tant’è che il biglietto verde flette in particolare contro le valute (euro in testa) dei Paesi che non hanno ancora stretto accordi sui dazi. Se c’è un vantaggio nell’acquisto di materie prime - quasi tutte denominate in dollari - è certo che per l’economia europea il biglietto verde anemico - dall’inizio dell’anno ha perso quasi il 12% - è peggio dei dazi. Che ora hanno animato anche i rapporti tra Ue e Cina.
Pechino ritiene che i distillati europei siano venduti in dumping e applica da ieri una tariffa doganale di circa il 35%. Bruxelles, come al solito, ha fatto (solo) la voce grossa. «La Ue deplora la decisione della Cina di imporre misure anti-dumping definitive sulle importazioni di brandy dell’Unione, si tratta di misure ingiustificate e non in linea con le norme internazionali», ha scritto in un comunicato la Commissione annunciando «i prossimi passi per proteggersi dai dazi cinesi». Ma a riprova che nell’Ue chi fa da sé fa per tre, Emmanuel Macron ha «twittato»: «Le autorità cinesi hanno accettato le proposte dei nostri maggiori produttori di Cognac e Armagnac. È una tappa decisiva per metter fine all’annoso contenzioso che minacciava le nostre esportazioni», peraltro già crollate in Cina del 29%.
Spiegato il broncio di Elon Musk: il «bill» dimezzerà i profitti di Tesla
Il Big beautiful bill (Bbb) è stato approvato definitivamente giovedì dal Congresso statunitense dopo una lunga maratona parlamentare e ieri è giunto alla Casa Bianca, dove il presidente americano Donald Trump l’ha firmato.
La legge fiscale elimina gran parte dei sussidi pubblici alle aziende del settore green e i crediti di imposta per l’acquisto di auto elettriche (fino a 7.500 dollari), con tagli per 370 miliardi di dollari. Il Bbb, però, contiene anche una polpetta avvelenata, destinata soprattutto all’ex amico di Trump ed ex capo del dipartimento per l’Efficienza del governo, Elon Musk.
Tra le righe della legge si stabilisce infatti la cancellazione di una norma che riguarda l’Epa (Environment protection agency) e l’eliminazione delle sanzioni per le case automobilistiche che non rispettano gli standard di efficienza nei consumi. Si tratta degli standard Corporate average fuel economy (Cafe), i quali impongono che le case automobilistiche rispettino determinati requisiti di consumi di carburante e di emissioni sul totale dei veicoli venduti.
Poiché quasi nessuna delle aziende del settore rispetta tale soglia, le regole permettevano a queste di acquistare crediti di emissione da case automobilistiche «virtuose». La Tesla di Musk è una di queste aziende, anzi praticamente l’unica. Grazie alla sua flotta di veicoli al 100% elettrici, Tesla può vendere alle altre case automobilistiche i crediti (detti Zev, dal nome della legge californiana che li ha istituiti) ed è proprio qui che si nasconde l’insidia per l’azienda di Musk.
Tesla ha guadagnato 3,36 miliardi di dollari in vendite di crediti Zev solo negli ultimi cinque trimestri. Per dare un’idea, l’utile netto del primo trimestre 2025, pari a 409 milioni di dollari, è stato raggiunto solo perché nello stesso periodo Tesla ha venduto 595 milioni di dollari di crediti Zev alle altre case automobilistiche. Nel 2024 Tesla ha registrato vendite dei crediti di emissione per 2,8 miliardi di dollari, pari al 39% dell’utile netto. Dal 2015 a oggi, Tesla ha guadagnato oltre 11 miliardi di dollari dai crediti Zev. Negli ultimi anni, questo sistema ha di fatto garantito il bilancio di Tesla, che in borsa vale 1.050 miliardi di dollari (70 volte gli utili 2024).Con l’abolizione delle multe per il mancato rispetto dello standard Cafe verrà quindi a mancare un 40% secco dei profitti della compagnia (alcuni analisti parlano del 50% nel 2025).
La ragione ultima per cui Donald Trump ed Elon Musk hanno rotto il loro sodalizio con una clamorosa lite dalla risonanza planetaria potrebbe essere proprio questa. L’acceso confronto è iniziato quando Trump ha celebrato il Bbb come una svolta storica per gli Stati Uniti. Tramite il suo social X, Musk ha definito la legge un abominio e ha minacciato i membri del congresso favorevoli alla legge di finanziare i loro avversari. Dei 53 senatori repubblicani, però, 50 hanno votato a favore della legge, e i tre dissidenti non sono inquadrabili come fedelissimi di Musk, il quale ha motivato la sua opposizione con le preoccupazioni per il deficit degli Stati Uniti. È chiaro però che la posizione di Tesla lo preoccupi di più.Il magnate ha poi lanciato l’ipotesi di creare un proprio partito. Ancora ieri, con diversi post su X, Musk ha lanciato un sondaggio sull’opportunità di fondare un nuovo partito (per la cronaca, circa il 60% dei pareri è orientato al sì). Ma lo stesso Musk ha poi detto che potrebbe «concentrarsi solo su 2 o 3 seggi del Senato e su 8 o 10 distretti della Camera. Considerati i margini legislativi estremamente ridotti, questo sarebbe sufficiente per fungere da voto decisivo sulle leggi controverse, garantendo che esse servano la vera volontà del popolo».La soluzione «fai da te» tenta dunque anche il creatore di Tesla. Vedremo se saprà resistere alla tentazione.
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Mentre Bruxelles ha difficoltà a trovare una posizione unitaria, attraversata dagli interessi divergenti di Francia, Germania e Italia, secondo il «Financial Times» il tycoon sarebbe pronto a imporre tariffe al 17% sull’agroalimentare. Che per noi sarebbe una mazzata.Con i crediti di emissione, venduti alle altre case di auto, dal 2015 Elon Musk ha raccolto 11 miliardi.Lo speciale contiene due articoli.Chiederanno aiuto a Maria De Filippi per impattare la partita dei dazi che Donald Trump - ha annunciato ai governi europei: c’è posta per te - sta vincendo: ha ottenuto due risultati. Porta a casa la svalutazione del dollaro e dimostra che, sulla materia centrale per l’Europa, l’Ue di fatto non esiste. Che Bruxelles non sa che pesci pigliare e ha ripetuto ieri, a quattro giorni dalla scadenza dell’ultimatum trumpiano, esattamente le stesse cose dette a metà aprile: cerchiamo l’accordo al 10%, ma siamo pronti anche al no deal. Sarebbe interessante capire applicato a cosa, visto che la ritorsione più forte che l’Ue potrebbe fare è sulle multinazionali, ma Olanda e Irlanda si metterebbero di traverso. Gli Usa per l’Ue valgono 532 miliardi con un avanzo commerciale di quasi 200 miliardi di euro. La ritorsione in mancanza di accordo sarebbe esiziale per l’economia del vecchio continente. La riprova l’ha data il Financial Times che, mentre a Washington il commissario al Commercio estero Maros Sefcovic, impegnato nelle trattative, balbetta, anticipa l’intenzione Usa - confermata tra autorevoli negoziatori - di applicare un dazio del 17% sulle produzioni agricole europee. È forse una mossa per forzare la mano e chiudere entro il 9 luglio, ma se così fosse per l’Italia sarebbe una mazzata. Gli Usa sono per il nostro agroalimentare il primo mercato extra-Ue (vendiamo in America per quasi 8 miliardi, pari al 12% del nostro export). Donald Trump intanto ha deciso di inviare a ogni governo una lettera in cui spiegherà quali dazi gli Usa applicheranno ai singoli Paesi dopo il 9 luglio: «È molto più semplice. Invieremo alcune lettere a partire da domani (oggi per chi legge)». La prassi Maga è distantissima dalla burocrazia europea. La Commissione presieduta da Ursula von der Leyen non ha voluto far sapere nulla di come vanno le trattative a Washington. Si lavora al modello Gran Bretagna: un’aliquota flat del 10% con l’impegno a comprare più gas dagli americani. Dice la Commissione: «Le discussioni a Washington sono state tali da permettere uno stato d’animo buono per il weekend, il commissario Sefcovic ha sorriso e questo è un segno positivo. Siamo in una fase sensibile della trattativa, il commissario al commercio informerà gli Stati membri sull’andamento del negoziato, quando riceveremo le loro valutazioni valuteremo come muoverci». È l’evidenza dei limiti dell’Ue che deve fare i conti con le enormi diversità dei 27. La Germania vede come la peste un eventuale dazio del 25% sulle sue auto, mentre l’Italia cerca un dazio basso visto che esportiamo in Usa beni unici ma di consumo come la moda e i prodotti agroalimentari. Se però l’aliquota salisse al 17% sarebbe una mazzata. Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha stimato che un dazio del 10% ci costerebbe 20 miliardi. A quel punto ci converrebbe trattare da soli come sta facendo Emmanuel Macron con la Cina, che ha appena rialzato al 35% i dazi sul Cognac rendendo esplicita la «global war» commerciale. L’Italia ha un surplus con gli Usa di circa 40 miliardi; la Germania ne ha 18, ma è quasi tutto fatto con le auto; la Francia ha addirittura un deficit di quasi 5 miliardi. È evidente che l’Ue sui dazi mostra d’essere una disunione europea! Donald Trump lo sa e forza la mano. Soprattutto facendo sospirare l’accordo sul 10% generalizzato perché, se non c’è l’intesa, dal 10 luglio si torna al 50% di dazi su acciaio e alluminio e al 25% su auto e componentistica. Ed è soprattutto questo a spaventare Ursula von der Leyen e la Germania. Una cosa è certa: la bilancia pende tutta dalla parte di Washington. A renderlo esplicito sono gli andamenti di Borsa. Wall Street sta sui massimi, in Europa sono tutti segni meno: Milano fa -0,8 come Parigi, Madrid ha un tonfo di un punto e mezzo (pesa anche la situazione politica spagnola) e Francoforte chiude a -0,6. La fonte maggiore di preoccupazione resta però il dollaro. Continua il Big beautiful bill voluto da Donald Trump per incrementare le esportazioni, tant’è che il biglietto verde flette in particolare contro le valute (euro in testa) dei Paesi che non hanno ancora stretto accordi sui dazi. Se c’è un vantaggio nell’acquisto di materie prime - quasi tutte denominate in dollari - è certo che per l’economia europea il biglietto verde anemico - dall’inizio dell’anno ha perso quasi il 12% - è peggio dei dazi. Che ora hanno animato anche i rapporti tra Ue e Cina. Pechino ritiene che i distillati europei siano venduti in dumping e applica da ieri una tariffa doganale di circa il 35%. Bruxelles, come al solito, ha fatto (solo) la voce grossa. «La Ue deplora la decisione della Cina di imporre misure anti-dumping definitive sulle importazioni di brandy dell’Unione, si tratta di misure ingiustificate e non in linea con le norme internazionali», ha scritto in un comunicato la Commissione annunciando «i prossimi passi per proteggersi dai dazi cinesi». Ma a riprova che nell’Ue chi fa da sé fa per tre, Emmanuel Macron ha «twittato»: «Le autorità cinesi hanno accettato le proposte dei nostri maggiori produttori di Cognac e Armagnac. È una tappa decisiva per metter fine all’annoso contenzioso che minacciava le nostre esportazioni», peraltro già crollate in Cina del 29%.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dazi-ultime-minacce-2672708277.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spiegato-il-broncio-di-elon-musk-il-bill-dimezzera-i-profitti-di-tesla" data-post-id="2672708277" data-published-at="1751694666" data-use-pagination="False"> Spiegato il broncio di Elon Musk: il «bill» dimezzerà i profitti di Tesla Il Big beautiful bill (Bbb) è stato approvato definitivamente giovedì dal Congresso statunitense dopo una lunga maratona parlamentare e ieri è giunto alla Casa Bianca, dove il presidente americano Donald Trump l’ha firmato. La legge fiscale elimina gran parte dei sussidi pubblici alle aziende del settore green e i crediti di imposta per l’acquisto di auto elettriche (fino a 7.500 dollari), con tagli per 370 miliardi di dollari. Il Bbb, però, contiene anche una polpetta avvelenata, destinata soprattutto all’ex amico di Trump ed ex capo del dipartimento per l’Efficienza del governo, Elon Musk. Tra le righe della legge si stabilisce infatti la cancellazione di una norma che riguarda l’Epa (Environment protection agency) e l’eliminazione delle sanzioni per le case automobilistiche che non rispettano gli standard di efficienza nei consumi. Si tratta degli standard Corporate average fuel economy (Cafe), i quali impongono che le case automobilistiche rispettino determinati requisiti di consumi di carburante e di emissioni sul totale dei veicoli venduti. Poiché quasi nessuna delle aziende del settore rispetta tale soglia, le regole permettevano a queste di acquistare crediti di emissione da case automobilistiche «virtuose». La Tesla di Musk è una di queste aziende, anzi praticamente l’unica. Grazie alla sua flotta di veicoli al 100% elettrici, Tesla può vendere alle altre case automobilistiche i crediti (detti Zev, dal nome della legge californiana che li ha istituiti) ed è proprio qui che si nasconde l’insidia per l’azienda di Musk. Tesla ha guadagnato 3,36 miliardi di dollari in vendite di crediti Zev solo negli ultimi cinque trimestri. Per dare un’idea, l’utile netto del primo trimestre 2025, pari a 409 milioni di dollari, è stato raggiunto solo perché nello stesso periodo Tesla ha venduto 595 milioni di dollari di crediti Zev alle altre case automobilistiche. Nel 2024 Tesla ha registrato vendite dei crediti di emissione per 2,8 miliardi di dollari, pari al 39% dell’utile netto. Dal 2015 a oggi, Tesla ha guadagnato oltre 11 miliardi di dollari dai crediti Zev. Negli ultimi anni, questo sistema ha di fatto garantito il bilancio di Tesla, che in borsa vale 1.050 miliardi di dollari (70 volte gli utili 2024).Con l’abolizione delle multe per il mancato rispetto dello standard Cafe verrà quindi a mancare un 40% secco dei profitti della compagnia (alcuni analisti parlano del 50% nel 2025).La ragione ultima per cui Donald Trump ed Elon Musk hanno rotto il loro sodalizio con una clamorosa lite dalla risonanza planetaria potrebbe essere proprio questa. L’acceso confronto è iniziato quando Trump ha celebrato il Bbb come una svolta storica per gli Stati Uniti. Tramite il suo social X, Musk ha definito la legge un abominio e ha minacciato i membri del congresso favorevoli alla legge di finanziare i loro avversari. Dei 53 senatori repubblicani, però, 50 hanno votato a favore della legge, e i tre dissidenti non sono inquadrabili come fedelissimi di Musk, il quale ha motivato la sua opposizione con le preoccupazioni per il deficit degli Stati Uniti. È chiaro però che la posizione di Tesla lo preoccupi di più.Il magnate ha poi lanciato l’ipotesi di creare un proprio partito. Ancora ieri, con diversi post su X, Musk ha lanciato un sondaggio sull’opportunità di fondare un nuovo partito (per la cronaca, circa il 60% dei pareri è orientato al sì). Ma lo stesso Musk ha poi detto che potrebbe «concentrarsi solo su 2 o 3 seggi del Senato e su 8 o 10 distretti della Camera. Considerati i margini legislativi estremamente ridotti, questo sarebbe sufficiente per fungere da voto decisivo sulle leggi controverse, garantendo che esse servano la vera volontà del popolo».La soluzione «fai da te» tenta dunque anche il creatore di Tesla. Vedremo se saprà resistere alla tentazione.
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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