2025-11-30
L’Ue ci chiederà altri soldi per pagare Kiev
Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa (Ansa)
Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, insiste sulla rischiosa strategia di usare gli asset russi congelati. Il Belgio, tuttavia, resta contrario e chiede garanzie economiche agli altri Stati membri. Il che si traduce in nuove stangate sui contribuenti.Il conto alla rovescia che ci separa dal Consiglio europeo del 18 dicembre prosegue inesorabilmente e le idee su come e quando finanziare le esauste casse di Kiev continuano ad essere poche e tutte altamente divisive.A confermare la delicatezza del momento, ieri sono arrivate le dichiarazioni, quasi da ventiquattresima ora, del presidente del Consiglio europeo, António Costa, al settimanale portoghese Expresso: «Posso garantire che il Consiglio europeo di dicembre non si concluderà senza l’approvazione dei finanziamenti all’Ucraina per il 2026 e il 2027, indipendentemente dalla modalità su cui si baseranno tali finanziamenti. Ho già informato i miei colleghi che questa volta dovranno prepararsi, se necessario, a un Consiglio europeo più lungo».Un appello senza mezzi termini, dove l’unica cosa incerta è il «come», non il «se» la Ue deciderà di erogare 140 miliardi (nel frattempo ridottisi a 35) all’Ucraina entro il primo trimestre 2026. E già questo è un rilevante motivo di allarme per il nostro Paese che, in un modo o nell’altro, sarà chiamato a garantire o contribuire direttamente una quota rilevante di quella cifra. Sono proprio le parole di Costa a lasciar intendere, nemmeno troppo velatamente, che l’operazione sarà accuratamente travestita in modo da non suscitare troppo allarme nell’opinione pubblica degli Stati membri. Soprattutto in queste settimane in cui quasi tutti i governi sono alle prese con le rispettive leggi di bilancio, ovunque improntate alla riduzione dei deficit.Tra le varie soluzioni da tempo sul tavolo, già presentate dalla Commissione ai capi di governo, Costa sposa apertamente quella che fa leva sullo sfruttamento degli asset russi. Esattamente quella che il premier belga Bart De Wever, aveva descritto, solo il giorno prima in una lettera di quattro pagine a Ursula von der Leyen, come «fondamentalmente sbagliata». Aggiungendo, giusto per far arrivare forte e chiaro il messaggio proprio a Costa, che «questa mossa potrebbe destabilizzare i mercati finanziari europei, dove Euroclear gestisce miliardi di asset. È un azzardo che beneficia solo l’Ucraina a breve termine, ma danneggia tutti noi a lungo andare […] invece di confiscare asset, dovremmo spingere per negoziati seri con la Russia. L’opposizione belga non è pro-Mosca, ma pro-stabilità: non possiamo giocare con il sistema finanziario globale per scopi geopolitici».Invece il portoghese sostiene che «non c’è una soluzione priva di rischi, ma quella presentata dalla Commissione è molto creativa e intelligente e rispetta le norme del diritto internazionale, perché non si tratta propriamente di un’appropriazione dei beni sovrani russi. Si tratta piuttosto, per così dire, di un utilizzo del valore contabile di tali beni come veicolo per il finanziamento dell’Ucraina».Una formula così sibillina che lascia intravedere un palese tentativo di aggiramento del problema principale sollevato dai belgi: se Euroclear prestasse alla Ue la liquidità russa già sequestrata da tempo, in modo che la Ue possa poi prestare quelle somme a Kiev, e Mosca volesse in futuro riappropriarsi di quelle somme - vuoi per la scadenza delle sanzioni o vuoi per una vittoria davanti a una Corte internazionale - i belgi non potrebbero soddisfare le richieste russe. Ecco perché Costa può fare qualsiasi acrobazia contabile ma Euroclear, depositario belga dei fondi russi, è chiaro da tempo circa la necessità di garanzie pro-quota da parte degli Stati membri. Da poter escutere se e quando la Russia potrà chiedere la restituzione della propria liquidità. È la tesi di Euroclear, ripetuta con maggiore autorevolezza da De Wever, che ha rilanciato la sua proposta di un prestito finanziato da debito congiunto Ue per 45 miliardi. Altra soluzione che, via bilancio Ue, inciderebbe comunque sui cittadini italiani.L’aspetto preoccupante è che Costa ritiene ormai superata la discussione circa la necessità che i cittadini europei sostengano un costo per aiutare l’Ucraina e ricorre a paragoni francamente imbarazzanti e fuori luogo: «Il denaro non piove mai dal cielo e il denaro pubblico, direttamente o indirettamente, proviene sempre dall’economia, dai cittadini e dalle imprese». Con ciò facendo passare, senza fare una piega, la «normalità» che a pagare siano cittadini e imprese. A Costa andrebbe obiettato che non è affatto neutrale e irrilevante individuare chi, alla fine, resterà inciso. Invece Costa - avendo già deciso che metterà le mani nelle tasche dei contribuenti europei - è già oltre, e intende giustificare la validità della causa sostenendo che «dobbiamo investire nella sicurezza dell’Ucraina, non solo per solidarietà, ma anche per il nostro interesse nella nostra sicurezza. Non possiamo pensare che sia solo un problema del confine orientale, altrimenti corriamo il rischio che a chi vive nel Sud dell’Europa accada ciò che è successo a chi viveva nel centro e nel Nord dell’Europa, quando pensavano che la questione dell’immigrazione fosse solo un problema del confine meridionale». Non poteva scegliere paragone più infelice, simile a un boomerang, ricordando un altro caso di clamoroso fallimento della fantomatica solidarietà europea. Citare un errore, per evitare di compierne un altro, sortirà l’effetto di far arrabbiare ancor più l’opinione pubblica italiana, lasciata sola in quell’occasione, e orientarla verso un secco «no» a qualsiasi trucchetto da fanta-finanza. Ma i belgi sono stati chiari e lo saranno anche il 18 dicembre: prima pagare, poi vedere cammello.
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