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2025-11-30
Ucraina, Yermak ora fa l’eroe incompreso: «Sono disgustato: vado al fronte»
Andriy Yermak (Ansa)
«Vado al fronte e sono pronto a qualsiasi rappresaglia. Sono una persona onesta e perbene». Con queste parole, Andriy Yermak si è rivolto al New York Post venerdì sera, poco dopo il suo passo indietro da capo di gabinetto dell’Ufficio presidenziale ucraino. «Ho servito l’Ucraina ed ero a Kiev il 24 febbraio 2022. Forse ci rivedremo. Gloria all’Ucraina», ha proseguito. «Sono stato dissacrato e la mia dignità non è stata tutelata, nonostante sia a Kiev dal 24 febbraio 2022. Pertanto, non voglio creare problemi a Zelensky; andrò al fronte», ha aggiunto, per poi concludere: «Sono disgustato dalla sporcizia che mi viene rivolta contro, e ancora più disgustato dalla mancanza di sostegno da parte di coloro che conoscono la verità». Non è al momento chiaro se l’ex capo di gabinetto abbia intenzione di arruolarsi direttamente nelle forze armate di Kiev o se si tratti di un modo per allontanarsi dai riflettori. Intanto, al Financial Times ha giurato di non essere risentito con il presidente.
Il passo indietro di Yermak è arrivato l’altro ieri, dopo che l’autorità anticorruzione aveva fatto perquisire la sua abitazione. Formalmente, il diretto interessato si è dimesso dal suo incarico. Eppure, un decreto presidenziale, datato 28 novembre, parla di una sua «rimozione». Secondo il Ny Post, la perquisizione ai danni dell’ex capo di gabinetto è avvenuta nell’ambito di un’operazione, condotta dall’autorità anticorruzione, denominata «Midas». In particolare, secondo la testata della Grande Mela, sotto la lente d’ingrandimento è finito «un piano che avrebbe costretto gli appaltatori di Energoatom a sborsare tangenti dal 10% al 15%, altrimenti avrebbero rischiato di essere inseriti in una blacklist». Stando agli inquirenti, le persone coinvolte (tra oligarchi, ministri ed ex soci dello stesso Volodymyr Zelensky) avrebbero racimolato indebitamente almeno 100 milioni di dollari. In particolare, fonti delle forze dell’ordine hanno riferito al Kyiv Independent che una delle case di lusso finanziate attraverso questo piano corruttivo sarebbe andata proprio a Yermak, il cui nome in codice nell’indagine risulterebbe «Alì Babà». Non solo. Secondo la stessa testata, il diretto interessato potrebbe anche essere incriminato molto presto.
Ora, lo scossone che ha colpito l’ex capo di gabinetto sta già avendo delle profonde ripercussioni politiche. Zelensky, che è sempre più debole sul piano interno, dovrà presto scegliere un successore per questo delicato ruolo. Tra i candidati a sostituire Yermak figurano soprattutto il primo ministro Yuliia Svyrydenko, il ministro per la trasformazione digitale Mykhailo Fedorov, il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov e il ministro della Difesa Denys Shmyhal. È in questo quadro che la Cnn si è chiesta se, dopo l’uscita di scena di Yermak, Zelensky riuscirà a rafforzarsi o meno. Secondo un ex funzionario ucraino ascoltato dalla testata statunitense, l’addio dell’ex capo di gabinetto sarebbe arrivato troppo tardi, in quanto «molti ucraini ora si chiederanno che cosa sapesse Zelensky delle azioni di Yermak». Ricordiamo che i due si conoscono dal 2011 e che, prima di diventare capo di gabinetto nel 2020, il diretto interessato aveva lavorato nella campagna elettorale dell’attuale presidente ucraino.
Ma non è finita qui. Un ulteriore nodo è quello dei negoziati relativi al conflitto russo-ucraino. Yermak era infatti il capo della delegazione di Kiev: era lui che, la settimana scorsa, si era incontrato a Ginevra con il segretario di Stato americano, Marco Rubio, per discutere e modificare il piano di pace statunitense. Ieri, Zelensky ha scelto come nuovo capo delegazione il segretario del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov: quest’ultimo guiderà adesso il team negoziale ucraino che si trova negli Stati Uniti. In particolare, Zelensky ha affermato che il compito di Umerov sarà quello di «individuare rapidamente e in modo sostanziale le misure necessarie per porre fine alla guerra». «L’Ucraina continua a collaborare con gli Stati Uniti nel modo più costruttivo possibile e ci aspettiamo che i risultati degli incontri di Ginevra vengano ora elaborati negli Stati Uniti», ha aggiunto il presidente ucraino. Il punto è che anche Umerov è stato quantomeno lambito dallo scandalo esploso ai vertici di Kiev: alcuni giorni fa, è stato infatti interrogato dall’autorità anticorruzione. E da gennaio è indagata in un altro filone per abuso di potere.
Ora, per Zelensky si prospettano non poche difficoltà. Sul piano interno, bisognerà vedere chi nominerà come capo di gabinetto al posto di Yermak e anche capire se sarà capace di uscire indenne da una bufera che sembra intensificarsi. Sul piano internazionale, è verosimile che la vicenda Yermak possa contribuire a indebolire la posizione negoziale di Kiev, proprio a pochi giorni dal viaggio dell’inviato americano, Steve Witkoff, in Russia, per incontrare Vladimir Putin. Infine, un aspetto interessante è che le due dimensioni - quella interna e quella internazionale - si saldano soprattutto su un punto. Non è un mistero che l’amministrazione Trump voglia rapidamente delle elezioni presidenziali in Ucraina. Addirittura, nella bozza originaria - quella in 28 punti - del piano di pace statunitense era previsto che il governo di Kiev organizzasse elezioni entro 100 giorni dall’eventuale firma di un accordo tra russi e ucraini. Non è al momento dato sapere se nella nuova versione della proposta di pace tale punto sia stato mantenuto. È tuttavia probabile che la Casa Bianca torni a battere su questo tasto. E potrebbe far leva proprio sulla questione Yermak.
Nella nebbia di Pokrovsk rispuntano i russi
Le condizioni meteorologiche mettono di nuovo sotto scacco i soldati ucraini. Oltre alle truppe russe, ad avanzare su Pokrovsk è anche la nebbia che, anzi, copre l’incursione dell’invasore.
A riferirlo è un comunicato del Settimo corpo delle forze d’assalto aereo: «La fitta nebbia che è rimasta sopra la città per tutto il giorno ieri (venerdì, ndr) ha complicato significativamente il lavoro delle unità ucraine, in particolare della ricognizione aerea. Questo limita la visibilità, così come la capacità di rilevare e distruggere il nemico». Ad approfittare del maltempo, appunto, sono le forze russe: a detta dei funzionari militari ucraini, stanno sfruttando la visibilità ridotta per preparare un’altra offensiva, avendo anche «l’opportunità di portare più personale nella città». Poco prima, ad annunciare l’avanzata delle truppe di Mosca nella parte orientale di Pokrovsk è stato il ministero della Difesa russo, che ha anche aggiunto che le forze armate stanno «continuando a bonificare» il villaggio di Rivne.
Oltre ai progressi sul campo, Mosca continua a bersagliare l’Ucraina con raid estesi. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha comunicato che nella notte la Russia ha lanciato «36 missili e 600 droni», prendendo di mira «strutture energetiche e civili». A scagliarsi contro Mosca, facendo riferimento alle trattative in corso, è stato il ministro degli Esteri, Andrii Sybiha, che ha dichiarato: «Mentre tutti discutono i punti dei piani di pace, la Russia continua a perseguire il suo piano di guerra in due punti: uccidere e distruggere». E la capitale ucraina è stata la più attaccata: diversi edifici residenziali sono stati distrutti e lungo l’autostrada Kharkiv motorway, oltre 600 balconi e finestre sono stati danneggiati. Al bilancio totale di tre morti e decine di feriti si aggiunge l’emergenza dei blackout. E a soffrirne è soprattutto Kiev. Il ministero dell’Energia ucraino ha dichiarato che sono più di 600.000 le persone senza elettricità: «oltre 500.000 utenti» si trovano a Kiev, «più di 100.000 nella regione capitale» e «quasi 8.000 nella regione di Kharkiv». Interpellato dal Kyiv Independent, il ceo di Ukrenergo, Vitaliy Zaichenko, ha ammesso che «le linee di trasmissione sono state danneggiate e quasi metà di Kiev è senza elettricità». Nel pomeriggio, l’energia elettrica è stata ripristinata per 360.000 utenti, ma «nei distretti di Obolonskyi, Shevchenkivskyi, Podilskyi, Solomianskyi e Sviatoshynskyi» gli abitanti sono rimasti senza riscaldamento.
Dall’altra parte della barricata, mentre Mosca ha fatto sapere di aver intercettato e abbattuto 103 velivoli senza pilota ucraini, Kiev ha rivendicato un attacco contro due petroliere russe sul Mar Nero che però erano vuote. A fornire maggiori dettagli è stata una fonte del Servizio di sicurezza ucraino (Sbu): ha rivelato che i droni navali denominati Sea baby hanno preso di mira le navi Kairos e Virat della flotta ombra russa mentre erano «in rotta verso il porto russo di Novorossijsk». A tal proposito un funzionario ucraino ha raccontato a Reuters: «Un video mostra che, dopo essere state colpite, entrambe le petroliere hanno subito danni critici e sono state di fatto messe fuori servizio». E si è detto convinto che «questo infliggerà un duro colpo al trasporto petrolifero russo». A intervenire in merito è stato anche il ministero dei Trasporti turco: la petroliera Kairos, dopo essere stata colpita, ha preso fuoco venerdì quando era in rotta dall’Egitto verso la Russia. La Virat invece è stata attaccata di nuovo ieri mattina, riportando però dei danni lievi.
Nei pressi dello stesso porto verso cui erano dirette le petroliere ombra, quello di Novorossijsk, un terminal petrolifero si è trovato costretto a mettere in standby le operazioni dopo essere stato attaccato da un altro drone navale ucraino. «A seguito di un attacco terroristico mirato da parte di imbarcazioni senza pilota, l’unico ormeggio numero 2 ha subito danni significativi. Le operazioni di carico e altre operazioni sono state interrotte e le petroliere sono state dirottate fuori dalle acque del Cpc», ha reso noto il Caspian pipeline consortium (Cpc), gestore dell’1% delle forniture mondiali di petrolio. Il Kazakistan, che è il principale fornitore, ha definito inaccettabile l’attacco ucraino. Altri droni lanciati da Kiev hanno colpito la raffineria di petrolio Afipsky, situata nel territorio di Krasnodar, causando un incendio poi domato. Sebbene non siano stati registrati feriti, alcune attrezzature tecniche sono state danneggiate, mentre i serbatoi sono rimasti indenni.
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L’ira dell’ex plenipotenziario, coinvolto nel caso mazzette: «C’è chi conosce la verità eppure non mi sostiene». Via al risiko per la successione nel gabinetto del presidente. Sul quale il popolo mormora: poteva non sapere?Ancora raid sulle centrali: in 600.000 al buio nell’area della capitale. La resistenza colpisce petroliere nemiche.Lo speciale contiene due articoli.«Vado al fronte e sono pronto a qualsiasi rappresaglia. Sono una persona onesta e perbene». Con queste parole, Andriy Yermak si è rivolto al New York Post venerdì sera, poco dopo il suo passo indietro da capo di gabinetto dell’Ufficio presidenziale ucraino. «Ho servito l’Ucraina ed ero a Kiev il 24 febbraio 2022. Forse ci rivedremo. Gloria all’Ucraina», ha proseguito. «Sono stato dissacrato e la mia dignità non è stata tutelata, nonostante sia a Kiev dal 24 febbraio 2022. Pertanto, non voglio creare problemi a Zelensky; andrò al fronte», ha aggiunto, per poi concludere: «Sono disgustato dalla sporcizia che mi viene rivolta contro, e ancora più disgustato dalla mancanza di sostegno da parte di coloro che conoscono la verità». Non è al momento chiaro se l’ex capo di gabinetto abbia intenzione di arruolarsi direttamente nelle forze armate di Kiev o se si tratti di un modo per allontanarsi dai riflettori. Intanto, al Financial Times ha giurato di non essere risentito con il presidente.Il passo indietro di Yermak è arrivato l’altro ieri, dopo che l’autorità anticorruzione aveva fatto perquisire la sua abitazione. Formalmente, il diretto interessato si è dimesso dal suo incarico. Eppure, un decreto presidenziale, datato 28 novembre, parla di una sua «rimozione». Secondo il Ny Post, la perquisizione ai danni dell’ex capo di gabinetto è avvenuta nell’ambito di un’operazione, condotta dall’autorità anticorruzione, denominata «Midas». In particolare, secondo la testata della Grande Mela, sotto la lente d’ingrandimento è finito «un piano che avrebbe costretto gli appaltatori di Energoatom a sborsare tangenti dal 10% al 15%, altrimenti avrebbero rischiato di essere inseriti in una blacklist». Stando agli inquirenti, le persone coinvolte (tra oligarchi, ministri ed ex soci dello stesso Volodymyr Zelensky) avrebbero racimolato indebitamente almeno 100 milioni di dollari. In particolare, fonti delle forze dell’ordine hanno riferito al Kyiv Independent che una delle case di lusso finanziate attraverso questo piano corruttivo sarebbe andata proprio a Yermak, il cui nome in codice nell’indagine risulterebbe «Alì Babà». Non solo. Secondo la stessa testata, il diretto interessato potrebbe anche essere incriminato molto presto.Ora, lo scossone che ha colpito l’ex capo di gabinetto sta già avendo delle profonde ripercussioni politiche. Zelensky, che è sempre più debole sul piano interno, dovrà presto scegliere un successore per questo delicato ruolo. Tra i candidati a sostituire Yermak figurano soprattutto il primo ministro Yuliia Svyrydenko, il ministro per la trasformazione digitale Mykhailo Fedorov, il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov e il ministro della Difesa Denys Shmyhal. È in questo quadro che la Cnn si è chiesta se, dopo l’uscita di scena di Yermak, Zelensky riuscirà a rafforzarsi o meno. Secondo un ex funzionario ucraino ascoltato dalla testata statunitense, l’addio dell’ex capo di gabinetto sarebbe arrivato troppo tardi, in quanto «molti ucraini ora si chiederanno che cosa sapesse Zelensky delle azioni di Yermak». Ricordiamo che i due si conoscono dal 2011 e che, prima di diventare capo di gabinetto nel 2020, il diretto interessato aveva lavorato nella campagna elettorale dell’attuale presidente ucraino.Ma non è finita qui. Un ulteriore nodo è quello dei negoziati relativi al conflitto russo-ucraino. Yermak era infatti il capo della delegazione di Kiev: era lui che, la settimana scorsa, si era incontrato a Ginevra con il segretario di Stato americano, Marco Rubio, per discutere e modificare il piano di pace statunitense. Ieri, Zelensky ha scelto come nuovo capo delegazione il segretario del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov: quest’ultimo guiderà adesso il team negoziale ucraino che si trova negli Stati Uniti. In particolare, Zelensky ha affermato che il compito di Umerov sarà quello di «individuare rapidamente e in modo sostanziale le misure necessarie per porre fine alla guerra». «L’Ucraina continua a collaborare con gli Stati Uniti nel modo più costruttivo possibile e ci aspettiamo che i risultati degli incontri di Ginevra vengano ora elaborati negli Stati Uniti», ha aggiunto il presidente ucraino. Il punto è che anche Umerov è stato quantomeno lambito dallo scandalo esploso ai vertici di Kiev: alcuni giorni fa, è stato infatti interrogato dall’autorità anticorruzione. E da gennaio è indagata in un altro filone per abuso di potere.Ora, per Zelensky si prospettano non poche difficoltà. Sul piano interno, bisognerà vedere chi nominerà come capo di gabinetto al posto di Yermak e anche capire se sarà capace di uscire indenne da una bufera che sembra intensificarsi. Sul piano internazionale, è verosimile che la vicenda Yermak possa contribuire a indebolire la posizione negoziale di Kiev, proprio a pochi giorni dal viaggio dell’inviato americano, Steve Witkoff, in Russia, per incontrare Vladimir Putin. Infine, un aspetto interessante è che le due dimensioni - quella interna e quella internazionale - si saldano soprattutto su un punto. Non è un mistero che l’amministrazione Trump voglia rapidamente delle elezioni presidenziali in Ucraina. Addirittura, nella bozza originaria - quella in 28 punti - del piano di pace statunitense era previsto che il governo di Kiev organizzasse elezioni entro 100 giorni dall’eventuale firma di un accordo tra russi e ucraini. Non è al momento dato sapere se nella nuova versione della proposta di pace tale punto sia stato mantenuto. È tuttavia probabile che la Casa Bianca torni a battere su questo tasto. E potrebbe far leva proprio sulla questione Yermak.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/yermak-disgustato-vado-al-fronte-2674355869.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nella-nebbia-di-pokrovsk-rispuntano-i-russi" data-post-id="2674355869" data-published-at="1764471188" data-use-pagination="False"> Nella nebbia di Pokrovsk rispuntano i russi Le condizioni meteorologiche mettono di nuovo sotto scacco i soldati ucraini. Oltre alle truppe russe, ad avanzare su Pokrovsk è anche la nebbia che, anzi, copre l’incursione dell’invasore.A riferirlo è un comunicato del Settimo corpo delle forze d’assalto aereo: «La fitta nebbia che è rimasta sopra la città per tutto il giorno ieri (venerdì, ndr) ha complicato significativamente il lavoro delle unità ucraine, in particolare della ricognizione aerea. Questo limita la visibilità, così come la capacità di rilevare e distruggere il nemico». Ad approfittare del maltempo, appunto, sono le forze russe: a detta dei funzionari militari ucraini, stanno sfruttando la visibilità ridotta per preparare un’altra offensiva, avendo anche «l’opportunità di portare più personale nella città». Poco prima, ad annunciare l’avanzata delle truppe di Mosca nella parte orientale di Pokrovsk è stato il ministero della Difesa russo, che ha anche aggiunto che le forze armate stanno «continuando a bonificare» il villaggio di Rivne.Oltre ai progressi sul campo, Mosca continua a bersagliare l’Ucraina con raid estesi. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha comunicato che nella notte la Russia ha lanciato «36 missili e 600 droni», prendendo di mira «strutture energetiche e civili». A scagliarsi contro Mosca, facendo riferimento alle trattative in corso, è stato il ministro degli Esteri, Andrii Sybiha, che ha dichiarato: «Mentre tutti discutono i punti dei piani di pace, la Russia continua a perseguire il suo piano di guerra in due punti: uccidere e distruggere». E la capitale ucraina è stata la più attaccata: diversi edifici residenziali sono stati distrutti e lungo l’autostrada Kharkiv motorway, oltre 600 balconi e finestre sono stati danneggiati. Al bilancio totale di tre morti e decine di feriti si aggiunge l’emergenza dei blackout. E a soffrirne è soprattutto Kiev. Il ministero dell’Energia ucraino ha dichiarato che sono più di 600.000 le persone senza elettricità: «oltre 500.000 utenti» si trovano a Kiev, «più di 100.000 nella regione capitale» e «quasi 8.000 nella regione di Kharkiv». Interpellato dal Kyiv Independent, il ceo di Ukrenergo, Vitaliy Zaichenko, ha ammesso che «le linee di trasmissione sono state danneggiate e quasi metà di Kiev è senza elettricità». Nel pomeriggio, l’energia elettrica è stata ripristinata per 360.000 utenti, ma «nei distretti di Obolonskyi, Shevchenkivskyi, Podilskyi, Solomianskyi e Sviatoshynskyi» gli abitanti sono rimasti senza riscaldamento.Dall’altra parte della barricata, mentre Mosca ha fatto sapere di aver intercettato e abbattuto 103 velivoli senza pilota ucraini, Kiev ha rivendicato un attacco contro due petroliere russe sul Mar Nero che però erano vuote. A fornire maggiori dettagli è stata una fonte del Servizio di sicurezza ucraino (Sbu): ha rivelato che i droni navali denominati Sea baby hanno preso di mira le navi Kairos e Virat della flotta ombra russa mentre erano «in rotta verso il porto russo di Novorossijsk». A tal proposito un funzionario ucraino ha raccontato a Reuters: «Un video mostra che, dopo essere state colpite, entrambe le petroliere hanno subito danni critici e sono state di fatto messe fuori servizio». E si è detto convinto che «questo infliggerà un duro colpo al trasporto petrolifero russo». A intervenire in merito è stato anche il ministero dei Trasporti turco: la petroliera Kairos, dopo essere stata colpita, ha preso fuoco venerdì quando era in rotta dall’Egitto verso la Russia. La Virat invece è stata attaccata di nuovo ieri mattina, riportando però dei danni lievi.Nei pressi dello stesso porto verso cui erano dirette le petroliere ombra, quello di Novorossijsk, un terminal petrolifero si è trovato costretto a mettere in standby le operazioni dopo essere stato attaccato da un altro drone navale ucraino. «A seguito di un attacco terroristico mirato da parte di imbarcazioni senza pilota, l’unico ormeggio numero 2 ha subito danni significativi. Le operazioni di carico e altre operazioni sono state interrotte e le petroliere sono state dirottate fuori dalle acque del Cpc», ha reso noto il Caspian pipeline consortium (Cpc), gestore dell’1% delle forniture mondiali di petrolio. Il Kazakistan, che è il principale fornitore, ha definito inaccettabile l’attacco ucraino. Altri droni lanciati da Kiev hanno colpito la raffineria di petrolio Afipsky, situata nel territorio di Krasnodar, causando un incendio poi domato. Sebbene non siano stati registrati feriti, alcune attrezzature tecniche sono state danneggiate, mentre i serbatoi sono rimasti indenni.
Jannik Sinner durante il suo incontro di singolare maschile contro Andrey Rublev agli Internazionali d'Italia di tennis a Roma (Ansa)
Quest’anno il Foro Italico tocca un vertice di popolarità quasi inedito. È agorà di celebrazioni sontuose, con due tennisti italiani in semifinale, re Brenno Sinner disceso dalle Dolomiti pronto a far dei vinti - oggi è toccato a Andy Rublev - un sol boccone, e Luciano Darderi emigrato dalla pampa argentina che si è imposto sia sul più quotato Zverev, sia sul castigliano di belle speranze Jodar.
Ma è pure un evento planetario, a detta della questura, «importante quanto il derby Roma-Lazio»: in un Paese di calciofili, collocare il fiero individualismo aristocratico del tennis sullo stesso piano del collettivismo popolare del pallone significa creare un precedente. Insomma, domenica pomeriggio, giorno della finale, ci sarà carne al fuoco. E se per caso in finale ci arrivasse Sinner, troverebbe sugli spalti ad applaudirlo Sergio Mattarella. La presenza del presidente della Repubblica è confermata. Riecheggiano ancora le polemiche di gennaio 2025 sull’assenza del numero uno Atp al Quirinale durante un incontro celebrativo dell’Italtennis, e qualcuno ha già azzardato la battuta: se Sinner non va da Mattarella, è Mattarella ad andare da Sinner. All’epoca la faccenda costò al povero Jannik un’ondata di punzecchiature. È un italiano riluttante, disse di lui Corrado Augias. Sbaglia a coniugare i verbi, scrissero altri. Non conosce l’inno, non mangia la pizza. Fino all’immancabile: ha la residenza a Montecarlo, e di solito chi lo scrive si scorda di ricordare che tra i tanti atleti accasati nel principato, lui è uno dei pochi a viverci davvero. Mai come oggi l’ex «italiano riluttante» è il vero beniamino dell’intero sport nazionale. Soprattutto perché, mentre il calcio garantisce delusioni e caos, Jannik inanella record.
Con il 6-2 6-4 rifilato a Rublev oggi pomeriggio nei quarti di finale del torneo capitolino, il nostro campione ha raggiunto la trentaduesima vittoria in un match di un torneo Master 1000, polverizzando il primato di Nole Djokovic. I pronostici erano tutti per Sinner. Rublev, moscovita numero 13 del mondo, capello svolazzante da poeta romantico, cresciuto alla scuola tennistica dei picchiatori da fondo campo spagnoli, si è dannato l’anima per rispondere ai colpi poderosi di Dolomiti Kid, non facendo altro che evidenziare una differenza: laddove Sinner, su ogni superficie, terra rossa compresa, possiede soluzioni polivalenti e variazioni di ritmo, Andy si piazza sulla linea di fondo alla ricerca di geometrie a esecuzione rapida, ma conosce un solo spartito. La disinvoltura con cui Sinner inventava tocchi smorzati e sberloni liftati, con percentuali di prime palle elevate e un solo passaggio a vuoto nel secondo set, quando ha ceduto il servizio, ha tratteggiato una sfida a senso unico. Il cammino di Sinner fino a oggi gli ha consentito di portare a casa lo scalpo dell’austriaco Ofner, dell’australiano Popyrin, e di imporsi nel derby con il mestierante di talento Andrea Pellegrino, proveniente dalle qualificazioni e bella sorpresa del torneo assieme all’exploit di Luciano Darderi, che conferma le sue doti da top 20 sulla terra battuta, con prospettive da estendere su ogni contesto. Sinner, che in semifinale troverà il russo Daniil Medvedev, dal canto sta puntellando una costanza di rendimento spaventosa, e può beneficiare dell’assenza del rivale Carlitos Alcaraz per puntare a un obiettivo molto ghiotto: se, con tutti gli scongiuri del caso, dovesse alzare il trofeo di Roma, metterebbe in bacheca l’ultimo Master 1000 che ancora gli manca. Sarebbe la sesta vittoria consecutiva in un evento di quella caratura. Un sogno che il calcio da tempo non ci regala più. Con la benedizione di Mattarella.
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Nella combo, a sinistra i tifosi della Roma nella curva sud dello stadio Olimpico; a destra i tifosi della Lazio nella curva nord (Ansa)
È l’esito di un accordo trovato tra Lega, Prefetto, Questore e sindaco dopo che il Tar del Lazio aveva scelto di non trasformarsi nel supplente di un sistema incapace di parlarsi e trovare una soluzione. In serata il tribunale amministrativo aveva rinviato il caso all’avvocatura dello Stato, spingendo Prefettura e Lega verso una soluzione condivisa sulla data e sull’orario del derby e delle altre quattro gare coinvolte nella lotta per la prossima Champions League.
Politicamente, hanno perso tutti. Formalmente, ha vinto la Lega. Ha perso meno degli altri perché alla fine ha ottenuto quasi tutto ciò che chiedeva: la domenica, la contemporaneità e la salvaguardia della regolarità sportiva. Ma non esce indenne. Per arrivare a giocare quasi quando voleva, ha dovuto passare da un ricorso al Tar, da un braccio di ferro con il prefetto e da 48 ore di incertezza che hanno esposto il campionato a un’immagine di totale improvvisazione. Il fatto che alla fine la Lega abbia avuto ragione sull’orario non cancella la sua responsabilità iniziale: il calendario era stato costruito dimenticando una sovrapposizione prevedibile tra derby, Internazionali di tennis e finale di Coppa Italia. Ha perso la Prefettura, perché dopo aver spostato il derby a lunedì sera per ragioni di ordine pubblico ha finito per accettare la domenica a mezzogiorno, cioè una variante minima della soluzione respinta all’inizio. Ha perso la Questura, costretta a rincorrere un’emergenza che avrebbe dovuto essere prevista. Ha perso una Figc sempre più allo sbando, spettatrice mentre la regolarità del campionato finiva schiacciata tra calendario, ordine pubblico e diritto amministrativo.
Ha perso anche la Fitp, perché gli Internazionali d’Italia, con un italiano come Jannik Sinner numero uno del mondo nel ranking, si sono ritrovati dentro una rissa istituzionale con il calcio. E ha perso l’industria televisiva, Dazn compresa, perché il prodotto venduto come premium ha mostrato il suo punto debole più banale: fino all’ultimo non si è capito quando si sarebbe giocato.
Soprattutto, hanno perso i tifosi. Ancora una volta presi a pesci in faccia. Hanno comprato biglietti, organizzato viaggi, turni, treni, alberghi e rientri. Poi hanno scoperto che una partita decisiva poteva essere spostata da domenica a lunedì sera. E poi di nuovo a domenica.
La cronologia del caos è semplice da ricordare. La Lega aveva previsto la contemporaneità tra Roma-Lazio, Como-Parma, Genoa-Milan, Juventus-Fiorentina e Pisa-Napoli. Una scelta logica: quando più squadre competono per lo stesso obiettivo, devono giocare in contemporanea. E qui l’obiettivo non era secondario. La Champions League vale decine di milioni, incide sui bilanci, sul mercato, sugli sponsor e sul valore delle rose.
Poi è intervenuta la Prefettura di Roma. La concomitanza con la finale maschile degli Internazionali d’Italia al Foro Italico ha portato alla decisione di spostare il derby a lunedì 18 maggio alle 20.45. Per effetto della contemporaneità, anche le altre quattro partite sarebbero slittate. La Lega ha reagito con durezza e ha presentato ricorso al Tar.
Il paradosso è che la soluzione prefettizia, nata in nome dell’ordine pubblico, rischiava di costituire un altro problema ancora più spinoso. Il lunedì sera a Roma era già previsto uno sciopero del trasporto pubblico locale. In più, i gruppi ultrà romanisti avevano annunciato che, in caso di derby al lunedì, sarebbero rimasti fuori dallo stadio. Sul fronte laziale, una parte del tifo organizzato aveva già annunciato la diserzione per la contestazione contro Lotito. Il rischio non era solo uno stadio meno pieno, ma un derby più vuoto dentro e più carico fuori. Anche perché le tifoserie avrebbero potuto fronteggiarsi all’esterno dell’Olimpico creando ulteriori problemi di ordine pubblico.
Dentro questo caos, Maurizio Sarri, allenatore della Lazio, ha scelto le barricate. Di fronte all’ipotesi di giocare il derby domenica a mezzogiorno, aveva dichiarato che lui non si sarebbe nemmeno presentato in campo. Ora cosa farà? Diserterà davvero la panchina in quello che potrebbe essere il suo ultimo suo derby coi biancocelesti?
Poi è arrivato persino Angelo Binaghi con il lanciafiamme. Il presidente della Fitp ha ricordato che gli il Master capitolino fa parte di un circuito internazionale e che una finale Atp non si sposta con leggerezza, soprattutto con il capo dello Stato atteso in tribuna. Poi ha attaccato il calendario della Serie A, definendolo «fatto con i piedi da un deficiente» e parlando di «grandi coincidenze» tra derby di Torino durante le Atp Finals, finale di Coppa Italia e derby romano durante gli Internazionali.
È vero: il tennis internazionale non è una sagra. Ma proprio per questo la Fitp non può chiamarsi fuori. Se Roma sogna il quinto Slam, deve contribuire a una regia urbana da evento globale. Invece un primo allarme era già arrivato mercoledì, quando il fumo dei fuochi d’artificio della finale di Coppa Italia all’Olimpico ha invaso il Foro Italico e interrotto i quarti di finale tra l’italiano Luciano Darderi e lo spagnolo Rafa Jodar. Un’immagine perfetta e imbarazzante: il tennis italiano che sogna il quinto Slam, oscurato dai fumi del calcio italiano.
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