- L’ira dell’ex plenipotenziario, coinvolto nel caso mazzette: «C’è chi conosce la verità eppure non mi sostiene». Via al risiko per la successione nel gabinetto del presidente. Sul quale il popolo mormora: poteva non sapere?
- Ancora raid sulle centrali: in 600.000 al buio nell’area della capitale. La resistenza colpisce petroliere nemiche.
Lo speciale contiene due articoli.
«Vado al fronte e sono pronto a qualsiasi rappresaglia. Sono una persona onesta e perbene». Con queste parole, Andriy Yermak si è rivolto al New York Post venerdì sera, poco dopo il suo passo indietro da capo di gabinetto dell’Ufficio presidenziale ucraino. «Ho servito l’Ucraina ed ero a Kiev il 24 febbraio 2022. Forse ci rivedremo. Gloria all’Ucraina», ha proseguito. «Sono stato dissacrato e la mia dignità non è stata tutelata, nonostante sia a Kiev dal 24 febbraio 2022. Pertanto, non voglio creare problemi a Zelensky; andrò al fronte», ha aggiunto, per poi concludere: «Sono disgustato dalla sporcizia che mi viene rivolta contro, e ancora più disgustato dalla mancanza di sostegno da parte di coloro che conoscono la verità». Non è al momento chiaro se l’ex capo di gabinetto abbia intenzione di arruolarsi direttamente nelle forze armate di Kiev o se si tratti di un modo per allontanarsi dai riflettori. Intanto, al Financial Times ha giurato di non essere risentito con il presidente.
Il passo indietro di Yermak è arrivato l’altro ieri, dopo che l’autorità anticorruzione aveva fatto perquisire la sua abitazione. Formalmente, il diretto interessato si è dimesso dal suo incarico. Eppure, un decreto presidenziale, datato 28 novembre, parla di una sua «rimozione». Secondo il Ny Post, la perquisizione ai danni dell’ex capo di gabinetto è avvenuta nell’ambito di un’operazione, condotta dall’autorità anticorruzione, denominata «Midas». In particolare, secondo la testata della Grande Mela, sotto la lente d’ingrandimento è finito «un piano che avrebbe costretto gli appaltatori di Energoatom a sborsare tangenti dal 10% al 15%, altrimenti avrebbero rischiato di essere inseriti in una blacklist». Stando agli inquirenti, le persone coinvolte (tra oligarchi, ministri ed ex soci dello stesso Volodymyr Zelensky) avrebbero racimolato indebitamente almeno 100 milioni di dollari. In particolare, fonti delle forze dell’ordine hanno riferito al Kyiv Independent che una delle case di lusso finanziate attraverso questo piano corruttivo sarebbe andata proprio a Yermak, il cui nome in codice nell’indagine risulterebbe «Alì Babà». Non solo. Secondo la stessa testata, il diretto interessato potrebbe anche essere incriminato molto presto.
Ora, lo scossone che ha colpito l’ex capo di gabinetto sta già avendo delle profonde ripercussioni politiche. Zelensky, che è sempre più debole sul piano interno, dovrà presto scegliere un successore per questo delicato ruolo. Tra i candidati a sostituire Yermak figurano soprattutto il primo ministro Yuliia Svyrydenko, il ministro per la trasformazione digitale Mykhailo Fedorov, il capo dell’intelligence militare Kyrylo Budanov e il ministro della Difesa Denys Shmyhal. È in questo quadro che la Cnn si è chiesta se, dopo l’uscita di scena di Yermak, Zelensky riuscirà a rafforzarsi o meno. Secondo un ex funzionario ucraino ascoltato dalla testata statunitense, l’addio dell’ex capo di gabinetto sarebbe arrivato troppo tardi, in quanto «molti ucraini ora si chiederanno che cosa sapesse Zelensky delle azioni di Yermak». Ricordiamo che i due si conoscono dal 2011 e che, prima di diventare capo di gabinetto nel 2020, il diretto interessato aveva lavorato nella campagna elettorale dell’attuale presidente ucraino.
Ma non è finita qui. Un ulteriore nodo è quello dei negoziati relativi al conflitto russo-ucraino. Yermak era infatti il capo della delegazione di Kiev: era lui che, la settimana scorsa, si era incontrato a Ginevra con il segretario di Stato americano, Marco Rubio, per discutere e modificare il piano di pace statunitense. Ieri, Zelensky ha scelto come nuovo capo delegazione il segretario del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale dell’Ucraina, Rustem Umerov: quest’ultimo guiderà adesso il team negoziale ucraino che si trova negli Stati Uniti. In particolare, Zelensky ha affermato che il compito di Umerov sarà quello di «individuare rapidamente e in modo sostanziale le misure necessarie per porre fine alla guerra». «L’Ucraina continua a collaborare con gli Stati Uniti nel modo più costruttivo possibile e ci aspettiamo che i risultati degli incontri di Ginevra vengano ora elaborati negli Stati Uniti», ha aggiunto il presidente ucraino. Il punto è che anche Umerov è stato quantomeno lambito dallo scandalo esploso ai vertici di Kiev: alcuni giorni fa, è stato infatti interrogato dall’autorità anticorruzione. E da gennaio è indagata in un altro filone per abuso di potere.
Ora, per Zelensky si prospettano non poche difficoltà. Sul piano interno, bisognerà vedere chi nominerà come capo di gabinetto al posto di Yermak e anche capire se sarà capace di uscire indenne da una bufera che sembra intensificarsi. Sul piano internazionale, è verosimile che la vicenda Yermak possa contribuire a indebolire la posizione negoziale di Kiev, proprio a pochi giorni dal viaggio dell’inviato americano, Steve Witkoff, in Russia, per incontrare Vladimir Putin. Infine, un aspetto interessante è che le due dimensioni – quella interna e quella internazionale – si saldano soprattutto su un punto. Non è un mistero che l’amministrazione Trump voglia rapidamente delle elezioni presidenziali in Ucraina. Addirittura, nella bozza originaria – quella in 28 punti – del piano di pace statunitense era previsto che il governo di Kiev organizzasse elezioni entro 100 giorni dall’eventuale firma di un accordo tra russi e ucraini. Non è al momento dato sapere se nella nuova versione della proposta di pace tale punto sia stato mantenuto. È tuttavia probabile che la Casa Bianca torni a battere su questo tasto. E potrebbe far leva proprio sulla questione Yermak.
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