Dalla Casa Rosada, il presidente Javier Milei prometteva nel 2023, anno del suo insediamento, una «terapia d’urto» per guarire un’economia devastata. A tre anni di distanza, per le strade di Buenos Aires, la cura si sta rivelando una morsa che toglie il respiro. L’Argentina vive infatti oggi un paradosso doloroso: è un Paese di rara, struggente bellezza che sta diventando, di fatto, un’enclave inaccessibile anche per i beni di prima necessità.
Basta entrare in un supermercato per capire che la normalità è un ricordo lontano. Prodotti di largo consumo, che in Europa sono alla portata di tutti, qui diventano beni di lusso. Per esempio l’acqua micellare Nivea da 400ml, che in Italia si trova a 4,99 euro, qui viene venduta a 19.039 pesos, oltre 18 euro. Un flacone di shampoo Elvive, pari peso, oscilla tra i 3,90 e i 6,50 euro in Italia, qui invece sfiora i 14 euro. Una nazione dove il costo della vita ha smarrito ogni logica, trasformando anche lo shopping da piacere a esercizio di resistenza.
Prendiamo il caso di Zara: colosso spagnolo, nato per democratizzare la moda, in Argentina è diventato quasi un brand d’élite. Un cappotto, approfittando anche del periodo di saldi, costa 299.999 pesos (circa 178 euro), mentre in Italia lo stesso identico modello si porta a casa con 45,95 euro. I jeans? 105.999 pesos (64 euro contro i 39,90 italiani). Una canotta, capo basico per eccellenza, tocca i 43.990 pesos (26 euro), il doppio del listino tricolore. Insomma, i prezzi argentini non perdonano, colpendo indistintamente residenti e turisti.
Ma è guardando al mercato locale Made in Argentina che il termometro della crisi esplode. Kosiuko, marchio iconico tra i giovani, è l’emblema di questa deriva: un paio di jeans ricercati può costare 880.000 pesos (457 euro) con punte di oltre 590 euro. Perché prezzi così folli? Non è solo avidità, ma una tempesta perfetta. Il settore tessile soffre di una cronica mancanza di concorrenza, protetto da barriere doganali che hanno isolato il mercato interno per decenni. Questa «bolla» permette ai produttori di scaricare l’incertezza macroeconomica, l’inflazione fuori controllo e l’alta pressione fiscale direttamente sul consumatore.
Senza il rischio di essere scalzati da competitor stranieri, i brand locali mantengono margini altissimi su volumi ridotti, rendendo ogni capo un bene da collezione.
E se ci spostiamo in profumeria, il paradosso raggiunge vette surreali. Un’Acqua di Parma da 100 ml, già un prodotto di alta gamma che in Italia costa circa 160 euro, qui viene venduto a 489.000 pesos, ovvero 290 euro. Davanti a cifre simili, viene da chiedersi: a chi si rivolgono questi prezzi?
Perché se incrociati con le buste paga non hanno senso.
Uno stipendio medio si attesta intorno a 1.500.000 pesos (circa 950 euro), ma una cameriera, una commessa portano a casa meno di 600 euro netti. Per loro, comprare un jeans Kosiuko significa sacrificare un intero stipendio mensile.
In questo scenario, il paradosso si completa con l’economia del «viaggio»: per molti autoctoni oggi è più conveniente volare all’estero che restare a casa propria. La Patagonia, un tempo meta prediletta, è diventata proibitiva per il ceto medio locale; chi ha disponibilità preferisce spostarsi oltre frontiera. Il vero salvagente resta il dollaro: medici, avvocati, professionisti di ogni genere pretendono pagamenti in valuta estera, appoggiandosi a conti correnti negli Stati Uniti, spesso intestati a prestanome o parenti residenti all’estero.
Eppure, tra le crepe di questa crisi, sopravvive la gentilezza. Entri in un bar, ordini una consumazione minima e hai diritto al Wi-Fi per ore. Nicholas, dietro il bancone, conosce bene la doppia morale di questo sistema: «La carta? È un problema per tutti. Se paghi cash, ti faccio lo sconto».
Tra un cliente e l’altro, il sorriso di chi serve ai tavoli ricorda che l’ospitalità resta un pilastro che nessuna inflazione è riuscita a scardinare. La strategia di Milei richiede tempi lunghi, ma la realtà è chiara: pagare cash nei ristoranti e nei locali, ottenendo sconti dal 10% al 20%, è l’unica strategia di sopravvivenza in un Paese che attende ancora di trasformare la «terapia d’urto» in una via d’uscita reale.
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