Più che un semplice piano economico, quello presentato ieri da Friedrich Merz assomiglia molto a un disperato tentativo di rilanciare una cancelleria nata sotto una cattiva stella. Dopo un risultato elettorale inferiore alle aspettative e l’umiliazione di essere diventato il primo cancelliere nella storia della Repubblica federale a non essere eletto dal Bundestag alla prima votazione, il leader della Cdu si trova oggi a governare una Germania in cui l’Afd sfiora ormai il 30% dei consensi, mentre la «grande coalizione» con i socialdemocratici appare sempre più come una minestra riscaldata che convince sempre meno elettori.
È in questo contesto che il governo ha varato un pacchetto di 34 riforme con cui punta a rilanciare crescita, occupazione e competitività. L’obiettivo dichiarato è far approvare le misure principali entro la fine dell’anno, nella speranza di rimettere in moto quella che un tempo era definita la «locomotiva d’Europa».
Il compromesso raggiunto tra cristianodemocratici e Spd riflette però tutte le difficoltà della maggioranza. Da una parte ci sono interventi tipicamente liberali, come la riduzione della burocrazia, il sostegno ai settori strategici (dall’automotive all’IA) e una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, con contratti a termine più lunghi e norme più severe contro gli abusi delle assenze per malattia (Secondo Merz, infatti, i tedeschi lavorano meno perché i casi di malattia sono aumentati in modo esorbitante dopo il Covid e il cancelliere aveva già denunciato in passato il numero troppo elevato di assenze per malattia). Dall’altra, però, compaiono misure di segno opposto, come gli sgravi fiscali destinati alle famiglie e, soprattutto, l’aumento dell’aliquota dal 45 al 47% per i redditi superiori ai 280.000 euro annui. Non si tratta di una patrimoniale in senso stretto, ma politicamente le assomiglia molto: una scelta che non rappresentava una priorità della Cdu e che, invece, porta l’evidente impronta dei socialdemocratici, che parlano da anni di stangare i «super ricchi».
Tra gli interventi più significativi figura anche la riforma delle pensioni, destinata a incidere su uno dei nodi più delicati del sistema tedesco. Il governo prevede, infatti, un graduale innalzamento dell’età pensionabile, l’abolizione della pensione anticipata a 63 anni e l’introduzione di una componente integrativa basata sulla capitalizzazione. Insomma, i tedeschi si troveranno costretti a lavorare fino alla tomba e oltre.
Resta però da capire se tutto questo sarà sufficiente. I principali economisti tedeschi, non a caso, invitano alla prudenza. Secondo il presidente dell’Ifo di Monaco, Clemens Fuest, il pacchetto potrebbe produrre effetti positivi, ma comunque limitati, soprattutto perché non interviene in modo deciso sulla riduzione della spesa pubblica, condizione ritenuta essenziale per alleggerire davvero il carico fiscale. Ancora più scettico si è mostrato Moritz Schularick, presidente dell’Istituto per l’economia mondiale di Kiel, secondo cui l’impatto sulla crescita rischia di essere vicino allo zero se la promessa di tagliare la burocrazia non verrà tradotta in interventi concreti.
È questa, in fondo, la vera scommessa di Merz. Dopo mesi di esitazioni e compromessi imposti dalla convivenza con la Spd, il cancelliere prova a dimostrare di essere ancora in grado di impugnare il timone dello Stato. Se le riforme avranno successo, potrà rivendicare di aver invertito la rotta. In caso contrario, il pacchetto appena annunciato rischia di passare alla storia come il canto del cigno di un leader che, fin dal suo insediamento, non è mai riuscito a liberarsi dell’immagine di un cancelliere debole e costretto a seguire la corrente. Con il concreto rischio di naufragare, così come stanno colando a picco i consensi della Cdu.
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