Ulf Kristersson svezia
Il primo ministro svedese Ulf Kristersson (Ansa)

Il Parlamento svedese abbassa da 15 a 14 anni l’età della responsabilità penale per i reati più gravi. La scelta arriva a poche settimane dalle elezioni e riporta al centro del dibattito anche la riforma voluta dal governo Meloni. In Italia la soglia dell’imputabilità resta fissata a 14 anni. La novità del disegno di legge del governo riguarda invece la presunzione di capacità di intendere e di volere per i minori tra 14 e 18 anni.

La Svezia abbassa la soglia a 14 anni

La Svezia compie un nuovo passo nella stretta contro la criminalità giovanile. Il Parlamento di Stoccolma ha approvato l’abbassamento da 15 a 14 anni dell’età della responsabilità penale per i reati più gravi. Il provvedimento è passato con 281 voti favorevoli e 66 contrari e consentirà di applicare il carcere anche a quattordicenni responsabili di delitti particolarmente gravi, tra cui omicidio, violenza sessuale aggravata e alcuni reati aggravati in materia di armi.

La legge entrerà in vigore il 10 settembre, tre giorni prima delle elezioni politiche. Il governo conservatore guidato da Ulf Kristersson, sostenuto in Parlamento dai Democratici Svedesi, ha fatto della lotta alla criminalità uno dei punti centrali della propria agenda.

La prima proposta dell’esecutivo era ancora più severa: portare la soglia a 13 anni. L’ipotesi, però, è stata ritirata a giugno dopo che non era emersa una maggioranza parlamentare sufficiente. Anche il confronto con le autorità chiamate a occuparsi della riforma aveva mostrato forti perplessità: tra i 126 soggetti consultati, anche polizia e amministrazione penitenziaria si erano opposti a una soglia così bassa.

La riforma prevede inoltre un inasprimento delle pene per i minorenni e interviene sugli sconti applicati in precedenza ai giovani condannati per più reati.

La stretta arriva dopo anni di guerre tra bande

La decisione svedese si inserisce in un quadro di criminalità giovanile particolarmente complesso. Da più di dieci anni il Paese è alle prese con violenti conflitti tra bande, legati soprattutto al controllo del mercato della droga. Il coinvolgimento di ragazzi sempre più giovani è diventato uno degli elementi del problema affrontato dalla politica.

Il governo aveva quindi scelto di intervenire anche sull’età della responsabilità penale. Alla fine, però, il Parlamento ha optato per una soluzione meno radicale rispetto a quella inizialmente proposta dall’esecutivo: 14 anni invece di 13.

La legge svedese rappresenta così un ulteriore elemento di confronto europeo sul rapporto tra criminalità minorile, responsabilità individuale e funzione della giustizia. Un dibattito che in Italia è tornato d’attualità proprio nelle ultime settimane.

In Italia i 14 anni restano il limite: cambia l’imputabilità

Il provvedimento approvato dal governo italiano è diverso da quello svedese. L’età minima della responsabilità penale in Italia resta infatti fissata a 14 anni. La novità riguarda il modo in cui viene stabilita la capacità di intendere e di volere dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni.

Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri, su proposta della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del ministro della Giustizia Carlo Nordio, interviene sull’articolo 98 del Codice penale introducendo una presunzione relativa di imputabilità.

Finora il giudice doveva verificare caso per caso se il minorenne avesse la capacità di intendere e di volere al momento della commissione del reato. Con la nuova disciplina, invece, per chi ha compiuto 14 anni e non ha ancora raggiunto i 18 si parte dal presupposto della capacità di intendere e di volere. Resta comunque possibile dimostrare davanti al giudice il contrario.

«Non abbiamo abbassato l’età di imputabilità, abbiamo invertito l’onere della prova», ha spiegato Nordio, definendo la misura «il tassello finale di un percorso iniziato con il decreto Caivano».

Anche Meloni ha rivendicato la scelta: «Chi sbaglia deve rispondere delle proprie azioni. Anche quando è minorenne». Secondo la premier, la modifica punta anche a contrastare quei casi in cui minorenni vengono utilizzati dalla criminalità come manovalanza.

Il vicepremier Matteo Salvini ha sostenuto la stessa impostazione, affermando che «a 14 anni si è consapevoli delle proprie azioni» e che la riforma serve a evitare che la minore età diventi automaticamente uno schermo rispetto alle conseguenze di un reato.

Le critiche: «Rischia di indebolire la giustizia minorile»

La modifica ha provocato la reazione delle opposizioni e delle organizzazioni che si occupano di minori. Il Pd e Alleanza Verdi e Sinistra contestano soprattutto il passaggio da una valutazione preventiva della capacità del ragazzo a una presunzione di imputabilità.

Save the Children ha definito rischioso considerare di regola imputabile un minore sopra i 14 anni, sostenendo che la giustizia minorile debba continuare a tenere conto del percorso di crescita e della maturità individuale. L’organizzazione ha ricordato che le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità sono scese da 256 nel 2004 a 60 nel 2024 e che nel 2024 i proscioglimenti per lo stesso motivo disposti dal Tribunale per i minorenni sono stati quattro.

Il confronto pone quindi una questione centrale: come conciliare una maggiore responsabilizzazione dei minori con la funzione rieducativa della giustizia. I due obiettivi non sono necessariamente alternativi: alla risposta al reato possono affiancarsi percorsi di recupero e reinserimento.

È proprio su questo punto che si concentra la posizione del governo: responsabilità e rieducazione non vengono considerate alternative. La riforma non elimina infatti le garanzie previste dalla giustizia minorile né modifica il principio della funzione rieducativa della pena. L’obiettivo dichiarato è evitare che l’età anagrafica costituisca, da sola, un elemento sufficiente per escludere la responsabilità.

Il problema della criminalità minorile, del resto, non si esaurisce nell’aula di un tribunale. La responsabilità per un reato deve accompagnarsi alla possibilità di intervenire sul percorso del ragazzo, coinvolgendo famiglia, scuola e servizi. Ma proprio per questo la discussione sulla riforma italiana parte da una questione concreta: se un quindicenne è ritenuto capace di comprendere ciò che fa, l’età può ancora essere il punto di partenza per presumere il contrario?

La Svezia ha scelto di rispondere abbassando la soglia per i reati più gravi. L’Italia ha scelto una strada diversa: lasciare il limite a 14 anni e modificare la presunzione sulla capacità del minorenne. Due risposte differenti allo stesso problema, quello di una criminalità giovanile che negli ultimi anni ha imposto alla politica europea di interrogarsi nuovamente sul confine tra tutela, responsabilità e punizione.

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