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5 giugno 2013: il corpo di Giovanni Bruno, davanti al Bar del Corso a Pinerolo (Ansa)

Altro che carcere. I domiciliari sarebbero più che «adeguati». Anche se hai commesso un omicidio. L’uomo accusato della morte di Giovanni Bruno, freddato nel 2013 durante una rapina nel suo bar di Pinerolo, potrà trascorrere la pena a casa propria. Mentre il carcere a vita, se ti chiami Mario Roggero, allora scatta senza troppi problemi.

Quando anziché essere il rapinatore, sei la vittima della rapina. Quindi «teoricamente» la parte offesa. Se invece sei il malvivente, le cose possono andare diversamente. Puoi redimerti. Come, a quanto pare, avrebbe fatto Gabriele Riondino, 53 anni, uno dei due presunti killer. O se hai 79 anni, come il presunto complice Pietro Zedde, puoi avere problemi di salute e quindi non essere del tutto compatibile con la vita dietro le sbarre.

Se invece sei un gioielliere, magari soffri di disturbo da stress post traumatico per aver subito una prima rapina e alla seconda insegui i ladri e spari, uccidendone due e ferendone un terzo, sei un giustiziere e a quel punto non hai scampo. Non ti resta che finire i tuoi giorni in carcere. Con l’ironia della sorte che vede in entrambe le storie, cinque colpi di arma da fuoco.

Ma se in un caso è scenario da Far west, nell’altro un danno collaterale di una normale dinamica criminale. Perché quando i malviventi chiedono la cassa, Bruno si oppone. E scatta il bagno di sangue.

Per carità. La giurisprudenza non è una scienza esatta, le valutazioni dei giudici sono discrezionali e i casi restano comunque diversi. Ma colpisce che nell’ordinanza con cui il giudice accoglie le richieste di scarcerazione presentate dai legali dei sospettati si precisi che, in relazione al reato contestato, ossia l’omicidio, «la misura cautelare dei domiciliari appare adeguata».

Una decisione che in primis ha lasciato di stucco la vedova di Bruno, peraltro dopo 13 anni passati a crescere i figli da sola e senza poter dare un nome ai killer del marito. Perché una volta commessa la rapina, il gruppo dei malviventi, aiutati da un terzo nel ruolo di basista e deceduto otto anni fa, fugge a bordo di un’auto rubata e non verrà mai rintracciato. Almeno fino a due mesi fa, quando i militari dell’Arma, coordinati dal pm Francesco La Rosa della Procura di Torino, chiudono il cerchio e proseguono con gli arresti a luglio.

«Finalmente c’è giustizia, i miei figli possono sapere chi ha rovinato loro la vita. Voglio l’ergastolo», aveva detto la vedova al TgR Piemonte una volta appresa la notizia. «Questa svolta nelle indagini mi ha ridato fiducia nella vita». Per poco. Perché la chiusura del cold case si è subito trasformato in una doccia fredda.

«La decisione del giudice è stata accolta con estremo disappunto dalla parte civile», spiega Wladimiro Lanzetti, legale della famiglia di Bruno, che contestando la scarcerazione ha sottolineato il profilo criminale di Riondino. Pluripregiudicato, con diverse rapine alle spalle, detenzione di armi, detenzione di stupefacenti e altri reati contro il patrimonio. Inoltre nel suo curriculum vi sarebbe l’ombra di un arresto a Londra nel 2015, di cui ancora non si conoscono i dettagli. Estradato in Italia, l’uomo sconta la pena in affidamento in prova terapeutica fino al 2021, a causa di problematiche connesse alla dipendenza da sostanze.

A suscitare perplessità, spiega Lanzetti a La Verità, vi sarebbe il fatto che l’ordinamento italiano prevede una presunzione relativa sia per la sussistenza delle esigenze cautelari sia per l’adeguatezza del carcere in casi come questo. Tradotto, l’accusato di omicidio volontario dovrebbe essere automaticamente considerato pericoloso e destinato alla prigione. A meno che la difesa non dimostri il contrario. Cosa che evidentemente è stata in grado di fare visto che l’ordinanza di scarcerazione recepisce la memoria dei legali di Riondino, secondo i quali l’uomo non sarebbe più quello di 13 anni fa, prova ne è il fatto negli ultimi anni non avrebbe commesso alcun reato. Tutto alle spalle, come anche i problemi di tossicodipendenza, con tanto di certificazioni del Serd.

Un uomo nuovo, dunque. Tanto è bastato per stabilire che non sussista il rischio di reiterazione del reato e che possa tornare a casa. In attesa di quanto potrebbe ulteriormente stabilire il tribunale del Riesame, adito dai legali dei due sospettati che continuano a respingere le accuse e ad affermarne la totale innocenza degli assistiti. A distanza di oltre un decennio dai fatti, i giudici dovranno quindi valutare la solidità dell’impianto accusatorio costruito dagli inquirenti.

Per Riondino resta il divieto di uscire, l’obbligo di portare un braccialetto elettronico e di comunicare solo con i familiari più stretti. Opzioni che fino a oggi, nel caso di Roggero, non sono che un lontanissimo miraggio. Appese solo all’udienza del 16 settembre quando i giudici del tribunale di Sorveglianza di Milano dovranno decidere se concedere o meno la scarcerazione temporanea in attesa che il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si esprima sulla domanda di grazia.

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