I 706 elettori di Riace che a giugno del 2024 avevano votato Mimmo Lucano non ci dormivano la notte. In base alla legge Severino, il loro sindaco era stato dichiarato decaduto per la condanna sulla gestione dei fondi per i migranti. Così ieri, sempre applicando un comma della magica legge della grande penalista romana, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha sospeso la sentenza che aveva dichiarato la decadenza, ritenendo che ci fosse «un danno grave e irreparabile» all’esercizio del mandato ricevuto dai cittadini.
Adesso si aspetta la Cassazione, a cui è stata demandata la faccenda. Ma intanto la vicenda assume contorni sempre più paradossali.
Lucano aveva subito una condanna a Locri a ben 13 anni e due mesi, contro i sette anni e undici mesi chiesti dai pm. Una mazzata notevole, per un personaggio che si era sempre proclamato innocente. Ma in appello le tesi dell’accusa erano state demolite e la condanna era scesa a un anno e sei mesi per il solo reato di falso, resa definitiva dalla Cassazione. A giugno di due anni fa, per l’attivista di Avs era scattato un doppio «soccorso rosso»: candidatura alle europee e ritorno alla guida del municipio. Obiettivo centrato brillantemente, se non fosse che quel reato di abuso di potere escluso dal penale (erano state revocate le sanzioni accessorie) era stato «ripescato» dal giudice civile come causa della decadenza da primo cittadino. I legali di Lucano, Andrea Daqua e Giuliano Saitta, hanno portato questo conflitto di giudicati davanti alla Corte di Appello di Reggio Calabria, che ieri ha deciso la sospensione della decisione sulla decadenza, in attesa della pronuncia della Cassazione.
L’eurodeputato Lucano torna così sindaco del suo paese, come nulla fosse. Del resto, anche i suoi concittadini lo hanno votato come nulla fosse, e queste contraddizioni della legge Severino faranno piacere ai politici condannati di qualunque partito. Oppure, magari, porteranno alla revisione di una legge nata tra mille polemiche e trascinata più volte davanti alla Consulta.
Sempre secondo questa norma, una volta che l’appello di Lucano fosse rigettato, la causa di decadenza tornerebbe operativa e quindi avremmo la scena surreale di un sindaco che fa nuovamente le valigie e saluta i compaesani. Il motivo per cui ieri la Corte d’Appello di Reggio ha ribaltato la vicenda è presto detto: l’istanza di Lucano era meritevole di accoglimento perché l’esecuzione della sentenza di decadenza creava «un danno grave ed irreparabile» agli elettori e ai cittadini tutti.
Lucano brinda e dopo l’ennesimo ribaltone dichiara: «Sono contento che la Corte d’Appello abbia sospeso l’esecuzione della mia decadenza riconoscendo l’esistenza del danno grave e irreparabile subito, non da me, in quanto sindaco, ma da Riace e dai suoi cittadini che nel 2024 mi hanno confermato la fiducia chiedendomi di guidare il Comune». Il punto è proprio qui: al di là della debolezza strutturale della legge «castigamatti», la sentenza di ieri accosta il voto popolare a una sorta di lavacro, sia preventivo che postumo. Chissà che cosa ne pensa l’ala più forcaiola del Campo largo.
Ma Lucano ieri non ha perso l’occasione per fare la vittima, quando ha sostenuto che «questa di oggi è l’ennesima occasione per sottolineare le enormi contraddizioni politiche che hanno caratterizzato tutta la mia vicenda giudiziaria». È vero che il suo caso ha avuto grande eco politica, ma i suoi processi sono stati celebrati regolarmente, e già l’enorme differenza tra le condanne chieste dai pm e la condanna finale, ovvero un anno e mezzo (pena sospesa) per falso in atto pubblico, dimostrano che la politica, se ha giocato, non lo ha fatto certo contro l’imputato. Comunque adesso tutto è pronto perché san Mimmo da Riace, detto «Il Curdo», possa tornare a indossare la fascia tricolore e chiedere la grazia a Sergio Mattarella. Ultimamente, è un peccato non provarci.
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