Quando la trasmette Report, la posizione dei giornalisti viene archiviata. Quando ricompare nell’intervista pubblicata da un sito d’informazione locale, Anteprima24, Maria Rosaria Boccia e Carlo Tarallo della Verità finiscono direttamente a giudizio saltando l’udienza preliminare (compariranno davanti ai giudici del Tribunale di Roma il prossimo 3 dicembre per l’udienza predibattimentale).
Motivo della contesa giudiziaria è una conversazione privata tra l’ex ministro della Cultura, ora consigliere regionale in Campania, Gennaro Sangiuliano, e la moglie Federica Corsini. I due procedimenti sono stati trattati dalla stessa Procura. E, in parte, anche dagli stessi pm. Nel caso di Report gli inquirenti erano Giuseppe Cascini e Giulia Guccione. Per Tarallo–Boccia, invece, Guccione e Barbara Trotta. Per Trotta e Guccione, Boccia e Tarallo dovranno rispondere del reato di interferenze illecite nella vita privata di Sangiuliano–Corsini. L’accusa sostiene che, «in concorso fra loro, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso e anche in tempi diversi», abbiano «diffuso frammenti della registrazione della conversazione intrattenuta» tra l’ex ministro e la moglie. E sempre secondo la ricostruzione dell’accusa, la registrazione sarebbe stata ottenuta dalla Boccia «indebitamente», imponendo a Sangiuliano di mantenere aperta la telefonata con lei mentre parlava con la moglie e minacciando di recarsi nella loro abitazione. Quei frammenti sarebbero poi stati pubblicati «sui canali social Facebook ed Instagram della testata giornalistica Anteprima24» e anche sul sito Web.
Ma c’è un altro dettaglio che accomuna i due procedimenti: nascono entrambi dagli esposti presentati da Sangiuliano e Corsini, che hanno sempre sostenuto che quelle conversazioni fossero state «illecitamente carpite e ancor più illecitamente consegnate».
Fin qui l’accusa. Poi ci sono gli atti investigativi. Nell’informativa del Nucleo investigativo dei carabinieri, per esempio, si legge che nelle varie versioni dell’intervista pubblicata da Anteprima24 erano stati inseriti «frammenti audiovisivi» della conversazione privata tra Sangiuliano e la moglie con la relativa trascrizione. Ma anche che «si evince che gli stessi sono verosimilmente acquisiti dal video pubblicato […] da Report». Evincerlo, d’altra parte, era semplice: «Nei video è chiaramente visibile», annotano i carabinieri, «il logo Rai 3 in alto a sinistra e il nome di Report in basso a destra». Quando gli investigatori eseguono il sequestro, però, si presentano nella sede della testata giornalistica locale. Dal verbale notificato al direttore responsabile Daniele Sauchelli (che seppur protagonista dell’attività istruttoria non è finito in quella processuale) risulta infatti che viene acquisito il file audio-video utilizzato per la pubblicazione, conservato nell’hard disk della redazione. Carlo Tarallo, invece, afferma di non essere in possesso dei file indicati nel decreto di sequestro e precisa di avere svolto esclusivamente l’intervista alla Boccia, aggiungendo che gli audio e i video «non sono stati registrati e portati in redazione dall’operatore». La stessa linea è stata successivamente ribadita anche dalla redazione di Anteprima24. In un comunicato il giornale sostiene che «l’audio è un servizio di Report» e aggiunge che Tarallo «non è mai stato in possesso del frammento trasmesso nel corso dell’intervista». Ma se la medesima registrazione aveva già dato origine a un altro procedimento (archiviato dal gip), quello nei confronti di Sigfrido Ranucci e dell’inviato Luca Bertazzoni, perché ora la Boccia e Tarallo si ritrovano, senza passare dal gip, all’udienza predibattimentale?
Tra una vicenda e l’altra c’è anche un altro snodo: il Tribunale civile di Roma ha annullato la sanzione da 150.000 euro inflitta dal Garante della privacy a Rai e Report, ritenendo prevalente il diritto di cronaca. Però non è ancora finita. Nel caso di Report i pm hanno ritenuto che mancasse l’elemento soggettivo del reato di interferenze illecite nella vita privata: ovvero non c’erano elementi per sostenere che i due giornalisti fossero consapevoli che la conversazione fosse stata registrata all’interno di una privata dimora. La gip Rosamaria De Lellis ha condiviso integralmente questa impostazione, definendo «assorbente l’assenza dell’elemento soggettivo del reato». E ha anche qualificato la messa in onda del frammento audio come «condotta espressione del diritto di cronaca, rispettosa dei canoni di veridicità della notizia riportata, della continenza espositiva e dell’interesse pubblico». Tarallo, pure lui giornalista, invece, avrebbe dovuto essere consapevole che un video pubblicato da Report e valutato come «rispettoso dei canoni di veridicità» era una conversazione privata? Ora, dai banchi di Fratelli d’Italia il deputato Paolo Pulciani interroga il Guardasigilli «per sollecitare chiarimenti su una vicenda che pone interrogativi importanti sul funzionamento della magistratura». Ma Tarallo, ieri, su Facebook ha commentato: «A Fratelli d’Italia vorrei sommessamente far notare che tutta questa storia è nata dalla denuncia di un loro esponente e potrebbe finire in un minuto se quello stesso esponente, dopo l’archiviazione di Ranucci, la ritirasse».
D’altra parte sarebbe la strada più semplice per ricomporre la questione. In fondo, però, il protagonista di questa storia non è Sangiuliano, non è Report e neppure Tarallo. È un file audio. Che, a quanto pare, cambia natura giuridica a seconda di chi preme il tasto play.
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