medici radiati covid
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Possibile? Possibile che la caccia alle streghe non finisca mai? Possibile che i medici che curavano a domicilio i malati di Covid, mentre i loro colleghi si piegavano ai mortali diktat «tachipirina e vigile attesa», debbano essere demonizzati in eterno? Possibile che chi non si è inginocchiato davanti al dogma del dio vaccino debba essere condannato per sempre? Anche se la scienza non procede per dogmi? Anche se è emerso chiaramente che aveva ragione chi dubitava? Possibile che non ci sia il giusto riconoscimento, nemmeno ora, per chi ha scelto il giuramento di Ippocrate anziché i bugiardini di Pfizer? Possibile che la sanità italiana continui a essere una malsana distesa cavalcata dai Bassetti&Burioni? E possibile che invece le centinaia di medici perbene, che non hanno esitato a rischiare tutto per rimanere fedeli a sé stessi, continuino a rimanere al palo? A pagare pegno? A essere calpestati e offesi?

È bastato che in Commissione affari sociali della Camera fosse presentato, con prima firma Alice Buonguerrieri di Fratelli d’Italia, un emendamento per consentire il reintegro dei cosiddetti «medici no vax», per suscitare reazioni scomposte. «Offesa alle vittime del Covid», protesta Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici. «Siamo sconcertati, amareggiati e delusi». «Insulto alla scienza», protesta la deputata Pd Ilenia Malavasi. «Schillaci riferisca in Parlamento», tuona Matteo Richetti di Azione. Il Foglio vede persino un «rischio politico». Mentre Pd, M5s, Avs, Iv, Azione e +Europa in una nota congiunta parlano di «una vergogna senza precedenti». Senza precedenti? Addirittura? Non sarà un filo esagerato? Ammesso che sia una vergogna, permettere ai medici di fare i medici è davvero «una vergogna senza precedenti»?

Evidentemente la demonizzazione deve continuare. La caccia alle streghe non è finita. Eppure molti dei medici incorsi nelle ire dell’Ordine sono quelli che sono stati più fedeli alla loro professione. Sono, per esempio, quegli eroi che, nelle prime fasi del Covid, quando nessuno sapeva cosa fare, andavano a curare i malati a domicilio, anziché abbandonarli a loro stessi, tachipirina e vigile attesa, aspettando che le condizioni si aggravassero. Aspettando, cioè, che andassero in ospedale. A farsi intubare. E a morire. Non c’erano terapie definite, certo. Si procedeva per tentativi. Ma non erano «terapie antiscientifiche», come si vuol far credere ora, non erano pozioni magiche o intrugli da apprendisti stregoni. Erano farmaci del prontuario nazionale e per lo più distribuite secondo protocolli scientifici. Ricordo per esempio il protocollo delle cure domiciliari del Piemonte. Oppure quelle del primario di Bergamo, Fredy Suter, in collaborazione con l’Istituto Mario Negri.

Non erano pozioni magiche, intrugli miracolosi, liquirizia e carcadè, quelli che usavano i medici delle cure domiciliari, come hanno raccontando, mentendo, nelle Tv a reti unificate. Erano medicine ufficiali. Protocolli condivisi. Terapie basate su studi ed esperienze. E me li ricordo io, quei medici eroi, che con queste terapie nella borsa andavano in giro per l’Italia, rischiando la loro vita per curare i malati. Ne hanno salvati a centinaia, anzi a migliaia, evitando loro di finire intubati negli ospedali al collasso. Ricordo Andrea Mangiagalli, che usciva dagli studi di Fuori dal Coro a mezzanotte e correva a casa dei pazienti. Ricordo il professor Luigi Cavanna a Piacenza, che finì pure sulla copertina del Time per le sue cure domiciliari. Ricordo il dottor Andrea Stramezzi, i medici di Tortona, il dottor Gerardo Torre di Salerno, sanzionato dall’Ordine proprio per aver salvato migliaia di malati. Tutti loro però, appena uscivano allo scoperto, rischiavano la sanzione. Venivano bastonati. Massacrati. Demonizzati con il supporto dei giornalisti di regime e delle virostar del circo mediatico che avevano un solo obiettivo: negare l’esistenza di ogni cura per dimostrare l’inevitabilità del vaccino. E della sua obbligatorietà.

Lo stesso trattamento riservato a un altro eroe di quei giorni, lo ricorderete senz’altro, il professor De Donno che aveva trovato una cura popolare e gratuita per il Covid, quella del plasma iperimmune. E per questo fu boicottato e umiliato, perse il lavoro e poi la vita. Ma ora la domanda da farsi è: chi tradisce davvero la professione medica? Chi cura i malati o chi si assoggetta al «tachipirina e vigile attesa»? Chi cerca di salvare vita o chi cerca di salvare i bilanci di Big pharma? E come è possibile che nemmeno oggi si riconosca che quei medici, che non facevano altro che curare i malati, sono stati degli eroi e che meritano non solo di vedersi cancellata ogni sanzione: meritano una medaglia. Così come meritano una medaglia quegli altri medici incorsi nelle ire del mainstream professionale per aver osato dubitare del dio vaccino onnipotente. Lo sa bene la nostra Silvana De Mari. Lo sa bene la professoressa Maria Rita Gismondo, una professionista esemplare che si è dovuta difendere da ogni tipo di accusa solo perché ha continuato a seguire le regole della scienza (le domande, i dubbi, la ricerca) anziché quelle del business. E della fede nel burionismo.

Ricordo un giorno, nella fase acuta dell’obbliga vaccinale, un medico di prim’ordine, primario in un ospedale del Veneto, specializzato in farmacologia. Aveva fatto il primo vaccino, poi aveva contratto il Covid. L’Ordine dei medici voleva obbligarlo a tutti i costi a vaccinarsi per la seconda volta. Lui era nel mio studio, a Fuori dal Coro. Mi guardava sconsolato e diceva: «Ho sempre studiato e insegnato che in una situazione come la mia fare la seconda dose di vaccino è sbagliato. Ed è pericoloso. Adesso sono davanti a un dilemma: o tradisco l’Ordine e non mi vaccino o tradisco la scienza e mi vaccino rischiando la mia vita. Che cosa devo fare?». Non so che cosa abbia deciso, alla fine, quel medico di prim’ordine, luminare del Nord-est. Ma se avesse deciso di restare fedele alla scienza sarebbe stato sospeso, punito, forse radiato. E reintegrarlo oggi non sarebbe un’offesa, uno sconcerto, un’amarezza, una delusione, un rischio politico e tantomeno una «vergogna senza precedenti». Sarebbe, solamente, un banale atto di buon senso. E di giustizia. Per non capirlo bisogna aver gli Anelli al naso.

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