Un tempo c’era la «tossicodipendenza da strada». Aveva il volto livido dell’eroina, lo sporco rituale delle siringhe e una geografia ben precisa: gli angoli bui delle stazioni ferroviarie, i parchi abbandonati, i margini più disperati delle grandi città. Oggi quel mondo esiste ancora, ma si è mimetizzato. La droga ha cambiato pelle, consistenza e linguaggio. Si consuma sotto le luci calde dei locali da aperitivo, si nasconde nei bagni della movida e viaggia in compresse pulite, precise, pronte all’uso. Ma soprattutto, ha perso l’istinto di difesa che un tempo teneva lontani i più giovani: la paura.

A scattare la fotografia nitida e spietata di questa metamorfosi è l’ultima Relazione annuale al Parlamento sul fenomeno delle tossicodipendenze, curata dal Dipartimento delle politiche antidroga. I numeri parlano chiaro: se da un lato i sequestri complessivi in peso sono scesi a 58.268 chilogrammi (un calo del 35% sul 2023, dove a dominare sono ancora marijuana col 49%, hashish col 30% e cocaina col 19%), a fare davvero impressione è un altro dato. Le dosi e le compresse intercettate dalle forze di polizia sono letteralmente esplose, facendo registrare un aumento del 225% e sfiorando le 124.200 unità. È il segno inequivocabile di un mercato che si sta spostando massicciamente verso le droghe sintetiche e i mercati chimici di nuova generazione.

Un’offensiva silenziosa che colpisce duramente soprattutto le scuole: il 37% degli studenti italiani dichiara di aver provato almeno una sostanza illecita nella vita, uno su quattro lo ha fatto nell’ultimo anno e il 15% nell’ultimo mese, con un preoccupante 4,1% di consumatori frequenti. L’età del primo contatto, inoltre, continua ad abbassarsi, trascinata da una strisciante e pericolosa normalizzazione sociale del fenomeno.

È proprio su questo scenario che si inserisce la battaglia della Comunità Lautari, la onlus fondata nel 1992 a Pozzolengo, in provincia di Brescia, che gestisce percorsi di recupero per persone con dipendenze da alcol e droghe. Guidata dal 2014 da Andrea Bonomelli, l’associazione sta raccogliendo firme per una legge di iniziativa popolare che chiede regole più severe contro lo spaccio e maggiore attenzione, da parte delle istituzioni, al ruolo delle comunità terapeutiche. Bonomelli ha spiegato la sua visione del fenomeno, tra il furto di fentanyl all’Ospedale Israelitico di Roma, il cambiamento della società negli ultimi trent’anni e il peso, spesso decisivo, delle famiglie, per i ragazzi che si lanciano nell’abisso della tossicodipendenza.

Come nasce la comunità di recupero «Lautari» e con quali obiettivi?

È stata fondata da mio padre insieme a una decina di ragazzi che chiesero aiuto. Nasce da un sogno: aiutare i giovani con problemi di tossicodipendenza. Erano gli anni Novanta, l’epoca dell’eroina e della tossicodipendenza di strada. Da quelle prime dieci persone oggi siamo arrivati a ospitarne trecento. Fin da subito, l’idea cardine per impostare la comunità è stata che il lavoro, l’indipendenza e l’occupazione rappresentassero il metodo più efficace per il recupero: l’obiettivo è creare per loro una nuova opportunità di vita. Abbiamo scelto, dunque, attività lavorative che permettessero a questi ragazzi un reale reinserimento nella società.

«Lautari» sta raccogliendo le firme per una legge di iniziativa popolare. In che modo pensa che la vostra proposta possa rappresentare un deterrente contro le dipendenze?

A volte ci dimentichiamo che le comunità italiane sono un fiore all’occhiello a livello internazionale, strutture d’eccellenza focalizzate sul recupero. All’estero vorrebbero copiare il nostro modello, ma spesso non ci riescono perché la maggior parte delle nostre realtà sono accreditate o non a scopo di lucro, rendendo quel sistema difficile da sostenere economicamente altrove. Con questa proposta di legge vogliamo lanciare un segnale: lo Stato a volte si dimentica che noi siamo costantemente sul territorio a dare un’opportunità di lavoro a questi ragazzi. Riqualificare una persona significa anche togliere un peso allo Stato italiano. Per questo ci siamo impegnati in questa raccolta firme. Vogliamo una legge più severa: oggi la tossicodipendenza deve tornare a essere un argomento tabù, perché l’aumento dei consumi è abissale. Noi facciamo una media di venti colloqui a settimana e riusciamo ad accogliere solo tre ragazzi. La situazione sta peggiorando. Nonostante lo Stato abbia introdotto norme interessanti, come quelle sulla patente, deve comprendere che la dipendenza è un problema serio. Serve una legge forte che tuteli i giovani e fermi lo spaccio.

Cosa è mancato fino ad ora nell’affrontare questo fenomeno? Prevenzione e informazione non sono bastate?

La prevenzione e l’informazione sono fondamentali, così come il ruolo della scuola e della famiglia. Sono tanti piccoli tasselli che uniti compongono un grande puzzle. Più che una mancanza di strumenti, oggi c’è una mancanza di paura. Tante canzoni parlano di droga con totale disinvoltura; si è assistito a una specie di liberalizzazione culturale del problema. Di conseguenza, fare abuso di sostanze oggi non è più percepito come un pericolo o un problema.

In questo scenario, come si inserisce il gravissimo furto di fentanyl avvenuto all’Ospedale Israelitico di Roma? Potrebbe essere una spinta per accelerare interventi concreti su un tema così delicato?

Del fentanyl si parla già da tempo: come l’eroina, arriva dall’America. Parliamo di un farmaco che è a tutti gli effetti una droga pesante; con la quantità di prodotto rubata a Roma, si possono ricavare diverse migliaia di dosi. Il caso del fentanyl è grave perché evidenzia una falla nei controlli, ma il vero nodo resta la droga in generale. Ormai esistono tantissimi prodotti reperibili sul mercato, purtroppo anche molto facilmente, persino in farmacia o in erboristeria.

Quale dovrebbe essere il ruolo della politica e delle istituzioni?

Oltre a inasprire le pene, le istituzioni devono cooperare tra loro per combattere lo spaccio sul campo, scendendo ad esempio nelle stazioni ferroviarie e collaborando attivamente per colpire la microcriminalità e i piccoli spacciatori.

Com’è cambiato il mondo della droga rispetto a venti o trent’anni fa, al di là della normalizzazione del consumo?

È cambiata innanzitutto la società. Il tossicodipendente di un tempo veniva spesso allontanato da casa; doveva procurarsi il denaro e finiva per rubare. Quando entrava in comunità, avendo toccato il fondo, mostrava una forza di volontà molto più profonda rispetto a quella che vediamo oggi. Attualmente i ragazzi faticano a trovare quella spinta, anche perché raramente si trovano nella condizione di essere cacciati di casa o di dover rubare. Capita persino che i genitori paghino lo spacciatore pur di tenere il figlio sotto il proprio tetto, illudendosi di poterlo curare da soli. Spesso non chiedono aiuto all’esterno o, non appena il figlio mostra lievi miglioramenti, pretendono di riportarlo a casa. Si dimentica che in questo campo servono competenze specifiche e bisognerebbe ascoltare gli esperti. Dall’altra parte, è cambiata radicalmente la sostanza: oggi la droga è chimica. La marijuana che i genitori tendono a normalizzare perché magari l’hanno provata alla loro epoca, oggi ha una composizione chimica studiata per creare un’astinenza immediata e impedire di smettere. Inoltre, a livello minorile, registriamo un aumento drastico di casi psichiatrici causati proprio dalle tossicodipendenze. Senza contare che ormai se ne parla con assoluta naturalezza: capita di fare un aperitivo al bar con gli amici e vedere persone che consumano droga tranquillamente in bagno.

Un dato statistico molto preoccupante mostra che l’età del primo consumo si è abbassata e che ci si droga molto più di prima. È la conseguenza di questa normalizzazione?

La società è cambiata e i genitori sono diventati molto più permissivi. Spesso i ragazzi si drogano per colmare delle lacune profonde. A «Lautari» raccogliamo storie drammatiche e molto diverse tra loro: ci sono ragazzi che hanno subìto abusi nell’infanzia, persino dai nonni, e si sono rifugiati nella droga, e altri che vengono da famiglie assolutamente normali e sono caduti nel baratro dopo che un amico ha offerto loro una sostanza per «sollevare il morale» dopo un litigio con il padre. Le situazioni sono eterogenee, ma il contesto familiare resta determinante: un dato impressionante è che il 90 per cento dei ragazzi ospiti nella nostra comunità ha i genitori separati. Forse non è una statistica specchio della realtà nazionale, ma nel nostro osservatorio dimostra che la famiglia rimane un pilastro fondamentale.

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