Il «salto sulla sedia» attribuito a Sergio Mattarella era un tantino esagerato. La metafora da cartoon di Hanna&Barbera, associata al capo dello Stato da alcuni media influenti e storicamente compiacenti con ogni movimento sussultorio del Quirinale, aveva poco senso.
Perché «avviare un’istruttoria per la concessione della grazia» a Mario Roggero è nelle facoltà del ministero della Giustizia, quindi di Carlo Nordio, a meno che l’iter della clemenza non cambi a seconda delle stagioni. Nella lettera sulfurea del 27 aprile scorso riguardo ai presunti «buchi» del dossier Nicole Minetti, lo stesso Quirinale chiedeva accertamenti «in riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal presidente della Repubblica su proposta favorevole del ministro della Giustizia».
Allora Nordio poteva proporre senza chiedere il permesso ai costituzionalisti da ombrellone di Corriere della Sera e Repubblica. Anzi faceva parecchio comodo che lo avesse fatto, così da esporsi al tentato scaricabarile del Colle. Poi è evidente che la concessione spetta al presidente e solo al presidente. Lui è l’unico responsabile della concessione oppure no della clemenza istituzionale ma il punto d’arrivo non è il punto di partenza. Acqua passata, però talvolta il vizio della memoria è una virtù. Assodata l’istanza di grazia depositata dalla moglie del gioielliere condannato, si attende che, dopo gli annunci verbali, via Arenula faccia la sua parte.
Ieri il ministero ha comunicato che «si esclude che sia stato ancora compiuto alcun atto in merito alla procedura di grazia». La prudenza è necessaria perché non sono ancora note le motivazioni della Cassazione che ha vergato la condanna definitiva di Roggero. La legge prevede un termine ordinario di 30 giorni ma «se la motivazione è di particolare complessità» si può arrivare fino a 90 giorni. Tutto ciò che accade prima è, come dire, a fari spenti. Se alla politica social basta qualche minuto per avvampare, le istituzioni necessitano ancora (vivaddio) di settimane.
Una volta ricevuta la richiesta, il Quirinale (articolo 681 del codice di procedura penale) coinvolge l’autorità giudiziaria, in questo caso la Procura generale presso la corte d’Appello di Torino (dove s’era svolto il processo di merito), per acquisire ogni informazione e costruire il dossier con l’appoggio del magistrato di sorveglianza, visto che il gioielliere è detenuto nel carcere di Bollate. Ad oggi un approfondimento simile sarebbe impossibile, fuori tempo minimo, visto che Roggero è entrato in carcere l’altro ieri e i giudici di sorveglianza hanno un fascicolo vuoto.
A questo proposito, uno dei legali del gioielliere, Stefano Marcolini, è stato chiaro: «Siamo fiduciosi per la grazia ma bisogna sapere che i tempi dell’istruttoria presidenziale non sono brevi. La domanda di clemenza è una prospettiva interessante ma di medio termine». Sulla richiesta del suo assistito a Mattarella «di mettersi una mano sulla coscienza», il legale ha commentato: «Si è rivolto in modo forse un pochino diretto ma tutte le dichiarazioni vanno contestualizzate. Lui ha detto anche tante altre cose che umanamente mi hanno fatto sorridere». Il coordinatore del collegio difensivo, Sergio Novani, ha ribadito un’indiscrezione che attribuisce alla vicenda una colorazione ancora più politica: «Confermo di essere a capo dell’ufficio legislativo di Futuro Nazionale, è per me un onore seguire il generale Vannacci».
Tornando all’iter procedurale, per consuetudine nell’incartamento è contenuta «ogni utile informazione relativa alla posizione giuridica del condannato, all’intervenuto perdono delle persone danneggiate dal reato (difficile, anche se risarcite, ndr), ai dati conoscitivi forniti dalle forze di polizia». È interessante sapere che il procuratore generale di Torino è Lucia Musti (titolare in passato delle inchieste sui Bambini di Satana e sui killer della Uno Bianca), da tempo nel mirino delle frange comuniste e No Tav; suo padre era uno dei più stretti collaboratori del generale Dalla Chiesa. Ieri la toga ha specificato: «È importante parlare dell’etica del pentimento, cioè di un elemento che il procuratore generale valuta in sede di elaborazione del parere, non vincolante, per la concessione della grazia, insieme alla consapevolezza dell’illiceità del proprio agire».
Acquisiti i pareri e completata l’istruttoria firmata da Musti, sarà il ministero della Giustizia a trasmettere il faldone al capo dello Stato, accompagnato dalla propria valutazione favorevole o contraria. Da qui in poi la legge parla chiaro: solo il presidente Mattarella avrà facoltà e responsabilità di decidere, senza tenere conto di nulla. A tal punto che (sempre secondo l’articolo 681 del codice di Procedura penale citato sul sito del Quirinale) «la grazia potrà essere concessa d’ufficio e cioè in assenza di domanda e proposta, ma sempre dopo che sia stata compiuta l’istruttoria». Potere esclusivo del capo dello Stato. Tutto ciò non è interpretabile e neppure oggetto di slalom politico: sarà lui a decidere e ad assumersene ogni responsabilità pubblica. Allora qualche salto sulla sedia potrebbe essere più verosimile.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >