Non si è nascosto dietro giri di parole, non ha fatto lo slalom fra le subordinate. «Questa sentenza non rende giustizia alla realtà dei fatti. È stato condannato un innocente». Giovanni Paolo Accinni, luminare di diritto penale commerciale e difensore di Giovanni Castellucci, è molto deluso dall’esito del primo processo sul crollo del ponte Morandi e si prepara alla battaglia legale in Appello. In questa partita non è in gioco solo il destino del suo cliente ma un fondamento di legalità (quello della responsabilità individuale) messo a dura prova da una deriva delle toghe che ammiccano al consenso popolare.
Avvocato Accinni, commentando la sentenza lei ha detto: «Si è cercato il colpevole ma non la colpa». Cosa intendeva?
«Il dolore delle tragedie provoca un’esigenza psicologica difensiva: se troviamo quel qualcuno che ha sbagliato possiamo seguitare a vivere nell’illusione di sicurezza. E quel qualcuno che possa soddisfare anche le esigenze di consenso popolare e di chi desideri cavalcarlo è l’amministratore delegato, che perciò viene indicato come l’incarnazione di una cultura aziendale contraria alla sicurezza in favore del profitto: per occludergli ogni spazio di giustizia e sacrificarlo quale capro espiatorio della tragedia».
È però legittimo che in fondo a un dramma così grande i parenti delle vittime e l’opinione pubblica vedano identificati i colpevoli.
«Certo che lo è, pur nella consapevolezza che ci possano essere anche tragedie senza colpa. In questo caso non si è accertato chi siano stati gli autori o i coautori del vizio costruttivo, causa esclusiva del crollo, e chi ne fosse a reale conoscenza. Di quei vizi è stato chiamato a rispondere solo chi non li ha scoperti: è un messaggio immorale».
La sentenza ha sposato la tesi dell’accusa: omissione dei controlli e manutenzioni mancate per aumentare i profitti delle società. La difesa invece ha sempre sostenuto il crollo «per vizio occulto». Cosa hanno detto le perizie?
«Tutti sono d’accordo sul fatto che la causa del crollo siano i vizi costruttivi. L’oggetto del giudizio è diventato perciò l’addebito di non avere scoperto quello stesso vizio. Non credo che leggeremo in sentenza che la causa stia nelle mancate manutenzioni per aumentare i profitti. I dati di bilancio smentiscono la strategia sistematica di risparmio sulle manutenzioni. Il patteggiamento intervenuto tra la Procura e la società Aspi indica che l’unico profitto contestato sia quello pari al costo del retrofitting, l’ammodernamento del sistema; non a tagli deliberati per massimizzare dividendi».
Quindi nulla era prevedibile?
«Il ponte è stato commissionato negli anni Sessanta dallo Stato (Anas), costruito da una società ben presto diventata Iri (Condotte), dalla stessa ristrutturato negli anni Novanta e certificato dai più importanti luminari dell’epoca (come il professor Martinez) come esente da difetti e sicuro perlomeno fino al 2030. Il ponte Morandi è stato dunque venduto ai privati come “nuovo”. Solo dopo complesse operazioni di decostruzione del reperto identificato come punto di origine del collasso sono stati scoperti i vizi di costruzione. Per espressa ammissione dei periti, il difetto non presentava segni esteriori, non essendo identificabile se non con la quasi completa demolizione della porzione della struttura».
Perché in 50 anni nessun esperto aveva mai sollevato problemi di sicurezza?
«Evidentemente perché non erano rilevabili e il difetto è stato mantenuto occultato. Non è logicamente credibile che in più di mezzo secolo possano essere stati tutti incompetenti, mascalzoni o conniventi. Nel corso degli anni il ponte è stato monitorato e sottoposto a verifiche costanti. Nel 2016, su impulso dello stesso ad Castellucci, una primaria società specializzata valutò il sistema di monitoraggio come idoneo a cogliere l’evoluzione dello stato degli stralli. E nello stesso periodo autorevoli esperti esterni confermarono l’esistenza di ampi margini di sicurezza della struttura».
Giovanni Castellucci, rigettando l’accusa delle mancate manutenzioni per profitto, ha sempre sostenuto d’aver creato una Consulta per la sicurezza con istituzioni e associazioni consumatori.
«La Consulta per la sicurezza è nata nel 2005 con Codacons, Adusbef, Federconsumatori e Adoc. E ha potuto verificare che nel periodo 1999-2016 il tasso di mortalità sulla rete Autostrade per l’Italia fosse diminuito dell’80%; che significa 300 vite salvate ogni anno grazie al lavoro sulla rete effettuato durante la gestione dell’ad condannato».
Condanna di Mauro Moretti (in carcere a Orvieto), condanna di Giovanni Castellucci anche per la tragedia di Avellino (in carcere a Opera). I giudici puntano i top manager: cosa sta cambiando nella giustizia italiana?
«Il filone giurisprudenziale che vuole l’ad come “gestore del rischio aziendale” asseconda un’astrazione: la sua responsabilità a prescindere dalla rigorosa individuazione di uno specifico obbligo violato. E rischia di finire per applicare una legge che non si lascia conoscere se non attraverso le punizioni impartite in nome di essa. E questo violerebbe i principi costituzionali di legalità e personalità della responsabilità penale. Occorrono una riflessione seria e un confronto pacato».
Oggi un top manager è responsabile per tutto ciò che accade su 10.000 km di autostrada, per l’assale fuori norma di un treno e per un guardrail che non regge più. È normale?
«Ovviamente non lo è. È la sconfessione dei modelli di governance delle società con organizzazioni complesse che così diventano ingestibili».
Direttori di tronco autostradale con il compito di assicurare la prevenzione hanno avuto sanzioni infinitamente minori. Perché?
«È uno degli effetti di un simile indirizzo giurisprudenziale. Dopo queste sentenze il timore è quello di non favorire la competenza e la professionalità. E di allontanare, disincentivandoli, gli investimenti nazionali e internazionali».
Dopo la sentenza i giornalisti stranieri volevano approfondire il concetto di responsabilità oggettiva.
«È la conferma nei fatti di una preoccupazione a poter investire nel nostro Paese».
Avvocato Accinni, rimane nell’aria una domanda chiave: chi aveva interesse che il ponte crollasse?
«Questo è il punto: nessuno. Tantomeno l’ingegner Castellucci e la società di cui era amministratore delegato».
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