femminicidio ancona
L'esterno dell'abitazione in via Bramante a Loreto, in provincia di Ancona, dove Luigia Fortunato, una donna di 33 anni, è stata uccisa a coltellate al culmine di una lite con l'ex compagno, Sami Khemaies, tunisino 39enne (Ansa)

La legge a volte si applica e a volte si interpreta. Per il delitto di Loreto, il pm della Procura di Ancona, Rosario Lioniello, ha formulato la contestazione di omicidio volontario aggravato e non quella di femminicidio nei confronti di Sami Khemaies, 39 anni, tunisino, reo confesso del delitto di Luigia Fortunato, 33 anni, originaria di Cerignola, in provincia di Foggia, la sua ex compagna.

La motivazione, fatta trapelare dagli ambienti investigativi, sarebbe questa: «Allo stato non sono state riscontrate ragioni discriminatorie o di prevaricazione». La questione tecnico-giuridica, quindi, si presta a delle valutazioni. E di certo verrà affrontata oggi durante l’udienza di convalida del fermo davanti al gip Carlo Cimini. Ma, allo stesso tempo, non può essere considerata un dettaglio tecnico riservato agli addetti ai lavori. Il nuovo articolo 577 bis del Codice penale non punisce genericamente l’omicidio di una donna. Punisce chi la uccide quando il fatto è commesso «come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali».

La formulazione della norma colpisce per un particolare: il legislatore non richiede soltanto una condotta discriminatoria o prevaricatoria. Ma anche dei presupposti alternativi e non per forza cumulativi. Secondo la ricostruzione degli investigatori, Luigia e Khemaies, già condannato per spaccio di droga tra il 2017 e il 2019, recluso per alcuni anni e poi evaso dai domiciliari nel 2020, continuavano a vivere nella stessa abitazione pur essendosi separati sentimentalmente da circa due anni. Una scelta che, secondo i familiari della vittima, era stata mantenuta soprattutto per non turbare la crescita del loro bambino, ma anche per questioni economiche. L’ultima discussione sarebbe nata dalla gestione del centro estivo del bambino, dove Khemaies avrebbe fatto una «piazzata» che avrebbe urtato particolarmente Luigia.

Il motivo scatenante, per quanto il movente non risulti ancora accertato, sarebbe questo. Il tunisino avrebbe preso un coltello dalla cucina e colpito Luigia con una sfilza di fendenti, soprattutto all’addome e alle gambe. Quindi avrebbe lasciato il corpo nell’appartamento, sarebbe uscito con gli abiti ancora sporchi di sangue e avrebbe confessato il gesto prima ad alcune persone incontrate lungo la strada, poi ai carabinieri di Porto Recanati. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe anche inviato un messaggio alla madre della vittima: «È morta». Con i carabinieri, poi, si sarebbe giustificato: «Mi ha minacciato di farmi uccidere se non me ne andavo di casa e mi ha puntato un coltello». I fatti al momento conosciuti, quindi, raccontano una vicenda che sembra andare oltre la lite domestica.

La norma sul femminicidio non pretende necessariamente una lunga storia di vessazioni documentate. Né richiede che vi siano pregresse denunce o maltrattamenti. L’espressione utilizzata dal legislatore è diversa: l’omicidio deve essere commesso «come atto» di controllo, di possesso, di dominio o di prevaricazione. Elementi che possono precedere l’omicidio oppure (come nel caso della prevaricazione) identificarsi nell’omicidio stesso, se questo rappresenta l’atto finale con cui l’autore impone definitivamente la propria volontà sulla donna.

Il perno interpretativo è esattamente qui. La scelta di Luigia di vivere ormai una vita autonoma pur restando nella stessa abitazione potrebbe essere letta, poi, sul piano giuridico, proprio come esercizio di quelle «libertà individuali» richiamate dall’articolo 577 bis. E quel «mi ha minacciato di farmi uccidere se non me ne andavo di casa» sembra ricondurre la vicenda ancora una volta all’interno del «rifiuto di mantenere un rapporto affettivo».

Ma nonostante la questione, almeno sul piano della cronaca, appaia come particolarmente aperta non si è assistito alla mobilitazione pubblica che, di solito, trasforma un caso di questo tipo in un simbolo del patriarcato. Una categoria interpretativa che sembra trasformarsi in un valore solo quando l’autore del delitto si presta meglio a una determinata narrazione. Se cambiano la nazionalità o l’ambiente di provenienza, invece, femministe e progressisti preferiscono il silenzio.

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