- Il segretario dell’Ugl: «Basta parlare con i rider, loro preferiscono restare autonomi. Con il nostro contratto hanno più formazione, l’assicurazione per gli infortuni, premi e dotazioni a carico dell’azienda. Eppure i compagni ci hanno contrastato in tutti i modi».
- Non vanno a gonfie vele gli affari del delivery in Italia: Glovo e Deliveroo aumentano i fatturati ma se crescessero i costi non reggerebbero. Esiguo il gettito fiscale.
Lo speciale contiene due articoli
I rider che portano il cibo a casa vogliono essere trattati come lavoratori autonomi e ora Ugl chiede che il contratto voluto dal sindacato guidato da Paolo Capone venga rinnovato passando la paga oraria da 10 a 15 euro l’ora. Ma non tutti sono d’accordo e in passato gli scontri non sono mancati. La Verità ne ha parlato proprio con il numero uno dell’Ugl.
Capone, quando vi siete interessati per la prima volta al tema dei rider e perché?
«All’inizio ero convinto che la soluzione dovesse essere l’inquadramento pieno nel lavoro subordinato. Al primo tavolo istituzionale aperto quando c’era ancora il ministro Luigi Di Maio, si ragionava proprio in questi termini: “sconfiggere il precariato” e quindi contratto da dipendenti. Io stesso dichiarai quella linea. Poi ho cambiato posizione per un motivo semplice: ho iniziato ad ascoltare i rider e a verificare i dati reali, non i riflessi ideologici».
Cosa vi ha fatto cambiare lettura?
«Una constatazione: la gran parte dei rider chiedeva autonomia, non subordinazione. Non per “romanticismo”, ma per convenienza concreta: più libertà nella gestione dei tempi, possibilità di conciliare studio, famiglia, altri lavori e, spesso, redditi orari competitivi. In assenza di un quadro collettivo, però, il mercato era un far west: regole fissate unilateralmente dalle piattaforme, pagamenti e tutele non standardizzati. Da lì l’idea: se il lavoro è scelto come autonomo, va governato con un contratto vero».
Avete fatto anche un test sul campo, giusto?
«Ho chiesto a un dirigente confederale di iscriversi a una piattaforma senza qualificarsi come sindacalista e di fare consegne con continuità per tre mesi, parlando sistematicamente con i colleghi nei punti di ritrovo. Il risultato è stato netto: praticamente nessuno tra quelli incontrati dichiarava di desiderare un contratto da subordinato. È stato un passaggio decisivo perché ci ha dato un riscontro empirico, non mediato».
Sul piano della rappresentanza, che numeri avete nel settore?
«Il comparto vale circa 40.000 addetti ed è a bassissima sindacalizzazione, perché molti entrano ed escono rapidamente. In questo contesto Ugl Rider è il primo sindacato: circa il 13% del totale addetti e, soprattutto, quel 13% pesa circa il 96% dei rider sindacalizzati. Questo significa che, quando portiamo un’esigenza al tavolo, non lo facciamo da osservatori esterni».
La critica principale della Cgil era: “Applichiamo la logistica”. Perché non funziona?
«Perché non è un contratto specifico per lavoro su piattaforma e, soprattutto, non intercetta la domanda prevalente di autonomia. È un approccio “novecentesco” a un lavoro che ha dinamiche diverse. Il punto non è demonizzare la subordinazione: il punto è riconoscere che nel mercato reale oggi coesistono due opzioni e i rider scelgono».
Perché a Landini non sta bene?
«In Cgil hanno ancora una visione del lavoro organizzato con modelli novecenteschi. Non hanno mai cercato una mediazione con noi e hanno sempre cercato di osteggiare la nostra iniziativa. Hanno, di fatto, contrastato il primo contratto in Europa per lavoratori autonomi di questo tipo. Fosse per Landini i rider oggi non avrebbero tutele».
Lei cita spesso il confronto tra modelli. Quali sono i numeri che portate?
«È un fatto: in Italia oggi ci sono due strade. Una piattaforma che applica un impianto di lavoro subordinato (il caso di Just Eat) è passata da circa 6.000 addetti a meno di 2.000 dopo l’applicazione di quel modello. Dall’altra parte, circa 35.000 rider hanno scelto aziende che applicano un contratto per autonomi. Se la scelta è libera e la forbice è questa, significa che l’autonomia, regolata, risponde meglio alle esigenze di molti».
Andiamo al vostro contratto: cosa garantisce, in concreto, al rider autonomo?
«La base è un compenso indicato in 10 euro l’ora lavorata. Poi, ci sono tutele che prima non erano scontate: assicurazione per infortunio, formazione sulla sicurezza, dotazioni a carico dell’azienda (zaino, vestiario, dispositivi) con sostituzioni periodiche; e meccanismi incentivanti come premi annuali e di produzione definiti su base aziendale con la rappresentanza dei rider».
Siete in fase di rinnovo: cosa chiedete?
«Abbiamo aperto il confronto a inizio gennaio e la richiesta è chiara: portare la base da 10 a 15 euro l’ora lavorata. Sappiamo come funzionano le trattative: si alza l’asticella per arrivare a un punto di equilibrio plausibile. In parallelo chiediamo di estendere l’assicurazione anche alla malattia (oggi è centrata sull’infortunio) e di rafforzare le regole sul controllo/trasparenza dell’algoritmo, perché è lì che si gioca una parte rilevante della qualità del lavoro su piattaforma».
Un passaggio discusso è la vostra proposta sul riconoscimento facciale. Perché?
«Perché il vero sfruttamento, quando emerge, spesso non nasce dal contratto in sé ma dal “caporalato digitale”: account moltiplicati e poi “affittati” a lavoratori vulnerabili, spesso irregolari, che di fatto corrono mentre qualcun altro incassa e trattiene una quota. Lì sì che possono saltare fuori paghe da fame. La proposta è legare l’account a un riconoscimento facciale per impedire la sostituzione dell’identità. Serve un confronto serio con privacy e garanzie, ma l’obiettivo è colpire la filiera dello sfruttamento, non i regolari».
Le paghe sono minime, pure i ricavi
Il sospetto è che sopra la pizza fumante, non ci sia niente. Perché non vanno bene gli affari del delivery in Italia, almeno a giudicare dai numeri ufficiali. Fanno pochi utili, pagano pochissime tasse e questo nonostante costi del personale tenuti davvero al minimo. La soluzione sarebbe forse spostare la sede in qualche paradiso fiscale, anche comunitario, come l’Irlanda, ma poi non sarebbe facile giustificare un business che si vede molto bene, ogni giorno e ogni sera, sulle strade italiane.
Due giorni fa la procura di Milano ha contestato un reato abbastanza odioso come il caporalato all’amministratore unico di Deliveroo Italia. Qualche settimana prima, era toccato alla filiale italiana di Glovo, con tanto di controllo giudiziario urgente per mettere a posto situazioni di asserite «schiavitù». Che nel food delivery succeda di tutto è sotto gli occhi di molti: turni massacranti, finte partite Iva, paghe da fame, bici elettriche più o meno scassate o stranamente costose e oltre metà dei rider che sono immigrati, pronti a tutto pur di uscire dalla clandestinità. Però non siamo nel mondo dorato della grandi società americane che vendono servizi tecnologici e internet, macinano miliardi di utili e pagano le tasse un po’ dove vogliono, tanto che hanno un continuo contenzioso con l’Agenzie delle Entrate e con Bruxelles.
Il delivery in Italia c’è da oltre 10 anni e dei primi quattro operatori ne sono rimasti solo due, perché Foodora e Ubereats hanno già levato le tende. Deliveroo Italia è una srl da 10.000 euro di capitale, controllata dalla Roofods Ltd londinese. La sede è a Milano in via Carlo Bo e ha una ottima presenza commerciale. Oggi è sospettata dai pm di Milano di schiavizzare i suoi rider, ma solo cinque anni fa, per i suoi spot girati a Roma nel quartiere Prati, aveva ingaggiato il popolare attore comico Frank Matano. Deliveroo Italia ha 150 dipendenti e circa 20.000 rider, ai quali trattiene come sostituto d’imposta il 20% degli emolumenti. Nel 2018, fatturava 6 milioni di euro e ne versò appena 6.000 come Irap e Ires. L’anno dopo il fatturato è esploso a 50 milioni e le tasse sono rimaste sotto i 115.000 euro. Nel 2021 il fatturato ha raggiunto i 123 milioni, nel 2023 è salito a 176 milioni (con 3,4 di utile). Il costo del personale è al 7,2% dei ricavi, un’inezia, ma ovviamente non contempla i rider che sono fornitori di servizi. È evidente che se un tribunale italiano, o il governo con un decreto, costringessero un’azienda simile ad assumere tutti coloro che lavorano per lei, questa o se ne andrebbe dalla Penisola, o porterebbe i libri in tribunale.
Sul concorrente (si fa per dire, visto l’oligopolio) ci sono ancor meno dati, ma la situazione sembra simile. Glovo è dei tedeschi di Delivery Hero, che hanno comprato la piattaforma di origini spagnole, nata a Barcellona nel 2014. La controllata italiana è una semplice srl milanese, con sede in Via Pirelli 31 e nome accattivante, da calciatore brasiliano: Foodinho. Nel 2019 non risulta che abbia versato imposte, perché era in perdita. Nel 2022 ha registrato 147 milioni di fatturato (+30%), con 187 dipendenti. Da un’ispezione di tre anni fa, risultavano 19.000 rider. A giugno del 2021, Foodinho si è vista comminare una sanzione dal Garante della Privacy da 2,6 milioni per «trattamento discriminatorio dei rider», che sarebbero statti profilati pesantemente, molto controllati (a loro insaputa) e nell’impossibilità di sapere che cosa dicono di loro i clienti.
In attesa di vedere a dove porteranno le inchieste penali della procura milanese, che come spesso accade si muove in evidente supplenza di alcuni sindacati e di altri poteri dello Stato, resta il fatto che apparentemente il food delivery è un business povero, privo di un vero valore aggiunto industriale, senza contenuti tecnologici, «costretto» a campare sul costo del lavoro basso e su piattaforme diffuse quanto poco concorrenziali. Mentre dal punto di vista fiscale presenta un’anomalia notevole: da un lato assicura poco gettito al paese ospitante, dall’altro è abbastanza evidente che chi va al ristorante, dove il conto a fine pasto in questi 10 anni è esploso, paghi una tassa occulta che finanzia il delivery. Un servizio che «non puoi non offrire», ma che non sta molto in piedi se la compliance è totale.
Il bello degli immobili è che, a meno che siano bunker o parcheggi sotterranei, si vedono. E se tiri su un grattacielo o un condominio alberato dove prima c’era una casa a due piani, anche quello, prima o poi, si nota. E se il via libera del Comune lo dà una un organismo che si chiama commissione Paesaggio, in primo luogo vuole dire che si tratterebbe di tutelare il paesaggio (lo dice la Costituzione italiana, all’articolo 9) e in secondo luogo significa che non è roba da carbonari. Se poi, una volta partite le indagini della magistratura, ci si fa anche promotori di una legge chiamata «Salva Milano», c’è pure la confessione, come ha scritto ieri sulla Stampa Salvatore Settis.
Eppure, in casa Pd e nell’ufficio di Beppe Sala, è calata una strana nebbia agostana e sembra che non si veda più nulla di tutto ciò che è accaduto sotto gli occhi di tutti. Il sindaco di Milano «festeggia» la caduta dell’accusa di induzione indebita che però, allora, politicamente è fin peggio perché lo fa passare per una «res nullius» nelle mani dello Stefano Boeri, o del palazzinaro di turno. Mentre Emily Schlein tenta di stare contemporaneamente con Sala e con la Procura di Milano.
«A settembre o si fa sul serio, o si va a casa». Parole pronunciate dal sindaco milanese negli ultimi giorni (mentre ieri sera, con una storia su Instagram, ha annunciato l’intenzione di staccare, tra una settimana, per godersi una quindicina di giorni di ferie, ndr). Il messaggio è chiaro: se entro l’autunno non verranno approvati il nuovo Piano di governo del territorio, il piano casa e la vendita di San Siro, lui è pronto a lasciare. Ma più che un ultimatum politico, è un segnale di isolamento: Sala è sempre più solo, stretto tra scadenze cruciali, una maggioranza logorata e un’inchiesta che, pur alleggerita nei capi d’accusa, continua a tenerlo sotto pressione e, forse, anche in scacco.
L’induzione indebita a lui inizialmente contestata è stata archiviata dal giudice sul caso Pirellino. Ma resta l’indagine per falso ideologico, legata alla conferma di Giuseppe Marinoni nella commissione per il Paesaggio, avvenuta nel novembre 2024. Secondo i pm, Sala avrebbe attestato formalmente l’assenza di conflitti d’interesse, nonostante fosse già noto che Marinoni era oggetto di un’indagine penale in corso da mesi. A rafforzare il sospetto c’è un fatto nuovo: due giorni fa, Marinoni è stato messo agli arresti domiciliari con le accuse di corruzione, falso e turbativa d’asta. Non è ancora chiaro che tipo di rapporto personale vi fosse tra i due. Quello che si sa è che Marinoni era stato componente di quella commissione così strategica già fin dal 2009 e che, nel gennaio 2023, il Comune concesse il patrocinio istituzionale a un suo progetto: lo studio «Nodi e porte metropolitane Milano 2050». A firmare fu lo stesso Sala, quando Marinoni non era ancora indagato. Per la Procura, però, quel patrocinio non fu mera cortesia: servì a legittimare pubblicamente un tecnico che, parallelamente, stava lavorando con operatori immobiliari privati attivi proprio nelle aree interessate dallo studio. Un’operazione che oggi si deve guardare con occhi nuovi : un sigillo politico dato a un progetto che, secondo gli inquirenti, nascondeva un’agenda privata.
I numeri che emergono dalle carte dell’inchiesta sono rilevanti. Marinoni avrebbe incassato oltre 395.000 euro in parcelle professionali e, tra le somme, spiccano migliaia di euro per incarichi su progetti urbanistici in via Palizzi e via Pisani, su cui la commissione si era ovviamente espressa con parere favorevole. Una posizione, quella di Marinoni, che per gli inquirenti mescolava senza filtri interessi pubblici e compensi privati.
Gli ultimi sviluppi giudiziari gettano una luce quasi beffarda anche sui sedicenti «anticorpi» della politica. Negli ultimi anni, Palazzo Marino ha promosso vari strumenti contro le infiltrazioni nella macchina pubblica: un comitato per la legalità, la nomina nel 2024 di Marco Ciacci alla direzione Legalità e controlli, regolamenti anti-conflitto, audit interni. Ma nessuno di questi strumenti è riuscito a intercettare il funzionamento del sistema che oggi è al centro dell’inchiesta. Eppure, non erano crimini informatici transnazionali, ma secchiate di cemento. Nessuno si è accorto di nulla e l’ex giudice Gerardo Colombo si era dimesso solo a marzo 2025 dal Comitato per la legalità, dopo l’arresto del dirigente comunale Giovanni Oggioni.
Anche il Pd si muove nel buio. Ieri Schlein ha risposto agli attacchi di Giuseppe Conte cavillando: «L’alleanza col M5s si costruisce Regione per Regione. A Milano il Movimento non è in maggioranza e io non condivido quelle valutazioni. Ho confermato il pieno supporto al sindaco Sala». Insomma, a Milano, vietato spaccarsi su Sala, il sindaco che di mattone ne capisce benissimo fin dai tempi dell’Expo e del famoso patto non scritto Napolitano-Renzi con la Procura, ma che questa volta si faceva dettare la linea dall’archistar Boeri persino sul problema sicurezza. E chissà come farà, a gennaio, a presentare le Olimpiadi invernali come nulla fosse, per giunta in quello stadio di San Siro che stava tentando di svendere a Inter e Milan. Schlein difende Sala, ma se si va a vedere ciò che disse il 18 luglio, si capisce che è in un vicolo cieco: «Abbiamo fiducia nel lavoro della magistratura […] ma il Pd è al fianco di Sala». Prima o poi, anche lei dovrà scegliere.
Washington striglia Zelensky e lui si riallinea: «Pronti a firmare l’intesa con gli Usa»
- Il leader ucraino riceve l’inviato Kellogg e ringrazia l’America dopo l’ammonimento di Waltz («Abbassi i toni»). Per gli Stati Uniti al G7 la Russia non è l’«aggressore».
- A tre anni dall’inizio del conflitto il capo della Commissione Ue, escluso dalle trattative, visiterà la Capitale degli invasi. Con lei Costa, Sánchez (e Calenda). Macron si sfila.
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Prove di disgelo tra Washington e Kiev? Ieri, l’inviato americano per l’Ucraina, Keith Kellogg, è stato ricevuto da Volodymyr Zelensky nella Capitale ucraina. Nonostante al termine del colloquio la parte americana abbia chiesto e ottenuto l’annullamento della conferenza stampa congiunta dei due, il leader ucraino ha cercato di gettare acqua sul fuoco dopo le fibrillazioni degli ultimi giorni. Zelensky ha definito il colloquio con Kellogg una «buona discussione», dicendosi inoltre «grato agli Stati Uniti per tutta l’assistenza e il supporto bipartisan a favore dell’Ucraina e del popolo ucraino». «L’Ucraina», ha aggiunto, «è pronta per un accordo d’investimento e sicurezza forte ed efficace con il presidente degli Stati Uniti». Insomma, sembrerebbe essere tornato timidamente il sereno tra Washington e Kiev. Ricordiamo che, l’altro ieri, Donald Trump ha duramente criticato il presidente ucraino, definendolo un «dittatore» per aver posticipato le elezioni che avrebbero teoricamente dovuto tenersi l’anno scorso. L’inquilino della Casa Bianca era notevolmente irritato dopo che Zelensky si era lamentato dei colloqui tra americani e russi a Riad. Il presidente ucraino aveva inoltre affermato che l’omologo statunitense fosse circondato da disinformazione russa.
Tornando a ieri, alcune ore prima che la conferenza stampa a Kiev fosse annullata, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Mike Waltz, aveva rilasciato un’intervista a Fox News, sostenendo che l’Ucraina avrebbe dovuto «abbassare i toni, riflettere attentamente e firmare l’accordo» sui minerali strategici, che era stato proposto da Washington. «Abbiamo offerto agli ucraini un’incredibile e storica opportunità per far sì che gli Stati Uniti d’America co-investano con l’Ucraina, investano nella sua economia, investano nelle sue risorse naturali e diventino davvero un partner per il futuro dell’Ucraina in un modo che sia sostenibile, ma che rappresenti anche, credo, la migliore garanzia di sicurezza a cui possano mai sperare, molto più di un altro mucchio di munizioni», aveva aggiunto Waltz, per poi negare che Kiev fosse stata marginalizzata a livello diplomatico. «Portare tutti al tavolo contemporaneamente non ha funzionato in passato. Quindi abbiamo coinvolto una parte, abbiamo coinvolto l’altra parte e poi avremo un processo che andrà avanti sotto la direzione e la leadership del presidente Trump», aveva detto.
Nel frattempo, il Financial Times ha riportato che gli Stati Uniti si sarebbero rifiutati di definire Mosca un «aggressore» nell’ambito di una dichiarazione del G7 dedicata all’anniversario dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Dall’altra parte, Reuters ha riferito che Washington non avrebbe intenzione di co-sponsorizzare una bozza di risoluzione Onu, che sostiene l’integrità territoriale ucraina e che invoca al contempo il ritiro delle truppe russe.
Ora, per quanto possano apparire controverse alcune posizioni di Trump, va comunque tenuto presente che ci troviamo nel mezzo di un processo diplomatico, in cui il presidente americano bilancia bastone e carota, mettendo - in modo alternato - sotto pressione i due belligeranti. Era il 22 gennaio scorso quando il tycoon minacciò di colpire Mosca con «tariffe e sanzioni» se non avesse avviato le trattative diplomatiche sull’Ucraina. Ricordiamo inoltre che Trump ha recentemente imposto dazi aggiuntivi del 10% a quella stessa Cina che, negli ultimi tre anni, ha appoggiato economicamente Mosca. Tra l’altro, durante i recentissimi colloqui di Riad, le delegazioni americana e russa hanno concordato di trattare anche altri dossier geopolitici: un implicito riferimento alle questioni di Iran e Siria, che entreranno probabilmente nel processo diplomatico ucraino.
Non dimentichiamo infatti che la caduta di Bashar Al Assad ha notevolmente indebolito il Cremlino nello scacchiere mediorientale: un elemento, questo, su cui Trump potrebbe far leva nelle trattative ucraine con Vladimir Putin. Lo zar teme lo strapotere turco in Siria. E sta cercando di recuperare terreno nell’area dopo l’ascesa di Mohammed Al Jolani. Guarda caso, proprio ieri è stato reso noto da Middle East Eye che il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, dovrebbe recarsi ad Ankara la settimana prossima. Trump, dal canto suo, potrebbe manovrare affinché Turchia e Russia si mettano sotto pressione vicendevolmente. Potrebbe usare la pressione turca per indebolire la posizione negoziale di Mosca sull’Ucraina; dall’altra parte, potrebbe contemporaneamente sfruttare la sponda russa, per contenere l’incremento d’influenza di Recep Tayyip Erdogan in Siria. La situazione, come si vede, è complessa. Prima di tacciare semplicisticamente Trump di appeasement, bisognerebbe quindi forse essere un poco più cauti. La partita in corso è molto più ampia e articolata rispetto alla sola triangolazione tra Washington, Kiev e Mosca. Il presidente americano lo ha capito. E sta cercando di comportarsi di conseguenza. Avrà successo? Non lo sappiamo. Ma i giudizi affrettati andrebbero evitati.
Ursula invece va a Kiev con l’elmetto
Ci sono molti modi per perdere una guerra. Si può farlo con onore, come sta facendo l’Ucraina, oppure scivolare nel ridicolo e nell’inutilità, come sta facendo l’Unione europea. E allora, mentre gli assetti della futura Ucraina verranno decisi da Donald Trump e Vladimir Putin, Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio d’Europa, Antonio Costa, lunedì andranno in gita a Kiev per il terzo anniversario dell’invasione russa. Assai probabile che non ci sia Emmanuel Macron, che proprio ieri ha messo a punto un piano per la pace. Con il collega britannico Keir Starmer, mica con la povera Ursula.
Un anniversario è sempre meglio di niente, quando l’agenda politica è tristemente vuota, e allora il presidente della Commissione Ue ieri ha annunciato il viaggio in Ucraina per il 24. Dal suo staff, dopo i duri attacchi del presidente Usa al presidente ucraino, ci si limita a sottolineare che «Zelensky è stato legittimamente eletto in elezioni libere, corrette e democratiche» e che «l’Ucraina è una democrazia, mentre la Russia di Putin no».
Al viaggio di testimonianza ha subito aderito anche Costa, che su «X» ha scritto: «Lunedì 24 febbraio segna il terzo anniversario dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina. Ho deciso di essere a Kiev per quell’occasione, con Ursula von der Leyen, per riaffermare il nostro sostegno all’eroico popolo ucraino e al presidente eletto democraticamente Volodymyr Zelensky». Tra le prime adesioni, da registrare per il momento solo quelle dello spagnolo Pedro Sánchez e di Carlo Calenda, che ieri ha definito Giuseppe Conte «un traditore dell’Europa perché sta con Trump». Il sillogismo è un po’ azzardato, perché se l’Europa cincischia su tutto e si è fatta guidare da Joe Biden per quasi tre anni il concetto di «tradimento dell’Europa» va considerato con maggior precisione. Anche non onorare il proprio mandato è un tradimento.
E siccome la tenaglia Putin-Trump evidentemente non bastava per mettere spalle al muro, ieri ci si sono messi anche Regno Unito e Francia. Al momento non sembra che né Macron né Starmer parteciperanno alla simbolica gita di lunedì. Più che altro, hanno trovato di meglio da fare. In particolare, il primo ministro britannico presenterà all’inizio della prossima settimana al presidente americano, direttamente a Washington, un piano anglo-francese che prevede l’invio di circa 30.000 soldati europei in Ucraina per mantenere l’eventuale cessate il fuoco mediato dalla Casa Bianca. È appena il caso di ricordare che Londra, con la Brexit, ha formalmente salutato Bruxelles.
Il piano prevede che il comando delle truppe di pace sia affidato a non meglio precisati «Paesi europei» e che riguardi il presidio delle principali città ucraine, dei porti e di altri siti infrastrutturali critici come le centrali nucleari. Ci sarà anche un monitoraggio più tecnologico, affidato ad aerei dell’intelligence, droni, satelliti. Secondo l’inglese Telegraph, poi, saranno inviate anche navi da pattugliamento nel Mar Nero, in modo da monitorare le minacce (non solo russe) alle rotte di navigazione commerciale.
Anche Macron ha in programma un viaggio a Washington la prossima settimana per parlare con Trump. Il presidente francese, come ha spiegato il ministro per l’Ue, Benjamin Haddad, attraversa l’Atlantico per un colloquio a quattr’occhi che servirà a «difendere gli interessi europei» e a mettere le basi per una pace in Ucraina «stabile e sostenibile».
E così, mentre la pace si decide altrove e con iniziative concrete, la missione della Von der Leyen a Kiev rischia di essere buona per qualche foto e nulla più. Oltre al fatto che, considerato il livello delle polemiche di questi giorni, la gita potrebbe diventare una mezza pagliacciata anti Trump con tanto di elmetto. Giusto per continuare a promettere sempre più armi europee e, di fatto, disprezzando una tregua.





