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2025-01-24
Trump affossa il green: «Un’enorme frode»
Donald Trump interviene al World Economic Forum di Davos (Ansa)
Qui di notte la temperatura scende a -15. Ma nello sfavillante centro congressi con il soffitto a nido d’ape è più bassa già a metà pomeriggio, quando sul maxischermo compare Donald Trump in collegamento dalla Casa Bianca. È il momento clou del World economicfForum di Davos, santuario dell’economia planetaria, con numerosi presidenti, delegati, tecnocrati del progressismo mondialista, raggelati nell’ascoltare il simbolo della restaurazione. Applaudono ma sono quasi tutti increduli nell’essere risvegliati a schiaffi dal sonno del politicamente corretto, davanti alle cime rese immortali da Thomas Mann, che qui scrisse La montagna incantata.
A suonare la sveglia è l’uomo che vorrebbe mettere fine alle loro invenzioni a tavolino: la globalizzazione senza identità, le derive woke, il catastrofismo climatico, la carestia globale, la transizione energetica in salsa Greta Thurnberg, le mollezze dell’Europa radical. Alla faccia di Francis Fukuyama è ora di rientrare nella Storia. Nella sua prima uscita su un palcoscenico internazionale, il presidente americano con il capello color polenta impiega pochi minuti a farlo capire alla platea globale. «È stata una settimana storica per gli Stati Uniti, è iniziata l’età dell’oro», esordisce con un ottimismo da eredità elettorale. «Presto saremo più, forti, più ricchi, più uniti e il pianeta sarà pacifico e prospero. La mia amministrazione ha dato il via a una rivoluzione del buon senso e sta agendo con una velocità senza precedenti, anche perché Joe Biden, con il suo gruppo di inetti, aveva perso il controllo di ciò che stava accadendo nel paese e ha provocato la peggiore crisi inflazionistica dell’era moderna».
Sulla transizione verde Trump ha idee in totale controtendenza rispetto al Wef e lancia la prima stilettata agli euroburocrati. «L’industria green è un imbroglio, il Green deal è un grande imbroglio costato 2.000 miliardi. Lasceremo che la gente compri le auto che vuole». Sull’energia: «Il carbone è una buona a risorsa di backup. Costa poco e negli Stati Uniti ne abbiamo tantissimo, così come abbiamo tantissimo gas e petrolio». Dalla transizione ai tassi, continua a parlare a Ursula von der Leyen. «L’Unione europea ci tratta molto male, con tasse e Iva molto consistenti. Non prendono i nostri prodotti agricoli e non prendono le nostre auto. Eppure ci mandano auto a milioni e mettono tasse su cose che vogliamo fare».
Trump si lamenta per le imposte alte a Google e Apple (è il conto da pagare alle nuove alleanze) e torna a guardare verso Bruxelles. «Amo l’Europa, ma il sistema europeo rende molto difficile portare prodotti laggiù e tuttavia si aspettano di vendere i loro prodotti negli Usa». La conseguenza è un consiglio che suona come una minaccia o una ricetta cinese: «Il mio messaggio a tutte le aziende del mondo è semplice, producete negli Usa e avrete le tasse al 15%, più basse di qualsiasi nazione della Terra. Ma se non produrrete il vostro prodotto in America dovrete pagare un dazio, una tariffa che indirizzerà trilioni di dollari nel nostro Tesoro».
Liquidata l’economia con la certezza che il Congresso approverà i tagli fiscali («I tassi d’interesse dovrebbero calare in tutto il mondo»), The Donald passa alle guerre, non solo commerciali. «Chiederò all’Opec e a Riad di abbassare i prezzi del petrolio. Se il petrolio costasse meno, la guerra fra Russia e Ucraina finirebbe subito». Sull’altro incendio, quello in Medio Oriente, conferma: «Ancora prima di entrare in carica il mio team ha negoziato un accordo a Gaza che senza di noi non sarebbe mai avvenuto». E ribadisce l’alleanza con l’Arabia Saudita annunciando: «Farà un investimento di 600 miliardi negli Stati Uniti, sto lavorando per portarlo a 1000».
Dal grande schermo svizzero Trump ribadisce la tolleranza zero sui migranti: «Lo stop all’invasione dal Messico è necessario». E annuncia: «Faremo degli Stati Uniti la capitale dell’intelligenza artificiale e delle criptovalute». Poi ha ancora qualcosa da dire al vecchio continente: «Chiederò ai paesi Nato di aumentare la spesa per la difesa al 5% del pil. Era solo al 2% e la maggior parte delle nazioni non ha pagato finché non sono arrivato io». La botta è forte, il dossier è alto mezzo metro. E per ora Von der Leyen non può che abbozzare: «Se Trump mette i dazi siamo pronti a negoziare». Più battagliera la presidente della Bce Christine Lagarde, che aveva anticipato: «Questa è una sfida esistenziale, siamo pronti a rispondere».
The Donald scompare dal video e il gotha scosso torna nel conformismo consueto. Mentre a Davos si ripetono scene viste da anni (i cecchini sui tetti delle gasthaus, i delegati che pascolano fra la gioielleria Staüble e la pasticceria Weber, le piste notturne illuminate a giorno e le escort che salgono da Zurigo), viene consegnata alla stampa la lettera aperta di 370 miliardari - azionisti di fondi, banchieri, tecnocrati - che chiedono ai governi «di mettere un freno all’enorme concentrazione di ricchezza che compromette la coesione sociale». I paperoni che piangono per il povero all’angolo; un lavacro delle coscienze, nella certezza che non avverrà mai.
Milei sfrenato: «Il woke? Un cancro». Ed elogia la Meloni: «Grande amica»
Giornata di amarezza globale, sulle Alpi svizzere. Ieri ai banchieri e ai miliardari riuniti a Davos è toccata una predica ultra liberista e da parte di Javier Milei. Il presidente argentino, accolto l’anno scorso con curiosità e sorrisetti di compassione, quest’anno ha chiesto a Lorsignori di «rinunciare al cancro dell’ideologia woke e del femminsmo radicale», definiti due trucchetti per spingere «un nuovo statalismo». E ha sbattuto in faccia ai massimi teorici della globalizzazione economica e del multilateralismo il fatto che a distanza di soli 12 mesi lui non è più solo. Milei ha sbandierato la vittoria di Donald Trump, l’impegno , del «meraviglioso Elon Musk», della «mia cara amica Giorgia Meloni», di Benjamin Netanyahu in Israele e di Viktor Orban in Ungheria. Tutti insieme «per difendere l’Occidente».
Un segno dei tempi è andare a ripescare il titolo del Forum economico mondiale di Davos del 2019, l’anno prima della pandemia cinese: «La globalizzazione 4.0: plasmare un’architettura globale nell’era della quarta rivoluzione industriale». Vedendo come andata, ieri, costretti ad ascoltare la dura rampogna di Milei, verrebbe da dire che andarono per plasmare e furono plasmati. Del resto senza i soldi dei governi, Washington per primo, si fanno pochi affari.
Milei, vestito blu, camicia azzurra e cravatta blu, comincia il suo intervento con una notazione che sembra banale, ma è una mezza dichiarazione di guerra a chi negli anni ha coccolato i Soros, gli Obama, i Prodi: «Non mi sento più solo, perché nel corso di un anno nuovi alleati hanno abbracciato le idee di libertà in ogni angolo del mondo». E fa l’elenco di cui sopra, tutti governanti che nella vulgata di moda a Davos avrebbero dovuto far esplodere il debito pubblico e far schizzare gli spread, e invece sono stati ampiamente «digeriti» dai mercati. Musk, l’uomo del momento, viene difeso a spada tratta: «Il mio caro amico Elon è ingiustamente vilipeso», non ha fatto nessun saluto fascista, «ma solo un gesto innocente che riflette semplicemente il suo entusiasmo e la sua gratitudine verso le persone».
Poi spiega, indirettamente, il perché di una serie di risultati elettorali: «Ci vuole un’alleanza internazionale delle nazioni che combattono per la libertà (…) Bisogna combattere il virus mentale dell’ideologia woke, una sorta di epidemia che sta distruggendo le fondamenta della civiltà occidentale». Non solo, ma ai banchieri in grisaglia e doposcì, il presidente argentino fa un elenco di temi che conosco benissimo, visto che molti di loro hanno avuto e hanno larga influenza sui media: «Femminismo, uguaglianza, ideologia gender, cambiamenti climatici, aborto, immigrazione, sono tutte teste del medesimo mostro, usate con l’unico scopo di giustificare l’avanzata dello Stato».
Milei sa bene che per parlare in certi contesti bisogna aver «fatto i compiti» delle varie Troike e del Fmi. E allora ne approfitta per ricordare che in un anno il suo paese ha fatto miracoli: «L’Argentina è diventata un esempio globale di responsabilità fiscale, di mantenimento degli impegni, di contenimento dell’inflazione e di una nuova politica, capace di dire alla gente come stanno le cose». Poi passa Ursula von der Leyen, che con la sua cotonatura rappresenta anche l’opposto tricologico di Millei. Il presidente della Commissione Ue gioisce perché nel 2024 «il mondo ha investito 2.000 miliardi in energie rinnovabili» e quindi ne ricava che «in tutta evidenza, la transizione verde è in atto». In politica si può anche perdere un’elezione, ma non capire perché è davvero imbarazzante.
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In collegamento video con Davos il leader degli Usa stronca i progetti di transizione: «Sono un imbroglio da 2.000 miliardi». E annuncia: «Faremo dell’America la capitale delle criptovalute». Poi se la prende con l’Ue: «Ci tratta sempre molto male».Il presidente argentino Javier Milei demolisce le ideologie dominanti: «Alibi per lo statalismo».Lo speciale contiene due articoli.Qui di notte la temperatura scende a -15. Ma nello sfavillante centro congressi con il soffitto a nido d’ape è più bassa già a metà pomeriggio, quando sul maxischermo compare Donald Trump in collegamento dalla Casa Bianca. È il momento clou del World economicfForum di Davos, santuario dell’economia planetaria, con numerosi presidenti, delegati, tecnocrati del progressismo mondialista, raggelati nell’ascoltare il simbolo della restaurazione. Applaudono ma sono quasi tutti increduli nell’essere risvegliati a schiaffi dal sonno del politicamente corretto, davanti alle cime rese immortali da Thomas Mann, che qui scrisse La montagna incantata. A suonare la sveglia è l’uomo che vorrebbe mettere fine alle loro invenzioni a tavolino: la globalizzazione senza identità, le derive woke, il catastrofismo climatico, la carestia globale, la transizione energetica in salsa Greta Thurnberg, le mollezze dell’Europa radical. Alla faccia di Francis Fukuyama è ora di rientrare nella Storia. Nella sua prima uscita su un palcoscenico internazionale, il presidente americano con il capello color polenta impiega pochi minuti a farlo capire alla platea globale. «È stata una settimana storica per gli Stati Uniti, è iniziata l’età dell’oro», esordisce con un ottimismo da eredità elettorale. «Presto saremo più, forti, più ricchi, più uniti e il pianeta sarà pacifico e prospero. La mia amministrazione ha dato il via a una rivoluzione del buon senso e sta agendo con una velocità senza precedenti, anche perché Joe Biden, con il suo gruppo di inetti, aveva perso il controllo di ciò che stava accadendo nel paese e ha provocato la peggiore crisi inflazionistica dell’era moderna».Sulla transizione verde Trump ha idee in totale controtendenza rispetto al Wef e lancia la prima stilettata agli euroburocrati. «L’industria green è un imbroglio, il Green deal è un grande imbroglio costato 2.000 miliardi. Lasceremo che la gente compri le auto che vuole». Sull’energia: «Il carbone è una buona a risorsa di backup. Costa poco e negli Stati Uniti ne abbiamo tantissimo, così come abbiamo tantissimo gas e petrolio». Dalla transizione ai tassi, continua a parlare a Ursula von der Leyen. «L’Unione europea ci tratta molto male, con tasse e Iva molto consistenti. Non prendono i nostri prodotti agricoli e non prendono le nostre auto. Eppure ci mandano auto a milioni e mettono tasse su cose che vogliamo fare».Trump si lamenta per le imposte alte a Google e Apple (è il conto da pagare alle nuove alleanze) e torna a guardare verso Bruxelles. «Amo l’Europa, ma il sistema europeo rende molto difficile portare prodotti laggiù e tuttavia si aspettano di vendere i loro prodotti negli Usa». La conseguenza è un consiglio che suona come una minaccia o una ricetta cinese: «Il mio messaggio a tutte le aziende del mondo è semplice, producete negli Usa e avrete le tasse al 15%, più basse di qualsiasi nazione della Terra. Ma se non produrrete il vostro prodotto in America dovrete pagare un dazio, una tariffa che indirizzerà trilioni di dollari nel nostro Tesoro».Liquidata l’economia con la certezza che il Congresso approverà i tagli fiscali («I tassi d’interesse dovrebbero calare in tutto il mondo»), The Donald passa alle guerre, non solo commerciali. «Chiederò all’Opec e a Riad di abbassare i prezzi del petrolio. Se il petrolio costasse meno, la guerra fra Russia e Ucraina finirebbe subito». Sull’altro incendio, quello in Medio Oriente, conferma: «Ancora prima di entrare in carica il mio team ha negoziato un accordo a Gaza che senza di noi non sarebbe mai avvenuto». E ribadisce l’alleanza con l’Arabia Saudita annunciando: «Farà un investimento di 600 miliardi negli Stati Uniti, sto lavorando per portarlo a 1000». Dal grande schermo svizzero Trump ribadisce la tolleranza zero sui migranti: «Lo stop all’invasione dal Messico è necessario». E annuncia: «Faremo degli Stati Uniti la capitale dell’intelligenza artificiale e delle criptovalute». Poi ha ancora qualcosa da dire al vecchio continente: «Chiederò ai paesi Nato di aumentare la spesa per la difesa al 5% del pil. Era solo al 2% e la maggior parte delle nazioni non ha pagato finché non sono arrivato io». La botta è forte, il dossier è alto mezzo metro. E per ora Von der Leyen non può che abbozzare: «Se Trump mette i dazi siamo pronti a negoziare». Più battagliera la presidente della Bce Christine Lagarde, che aveva anticipato: «Questa è una sfida esistenziale, siamo pronti a rispondere».The Donald scompare dal video e il gotha scosso torna nel conformismo consueto. Mentre a Davos si ripetono scene viste da anni (i cecchini sui tetti delle gasthaus, i delegati che pascolano fra la gioielleria Staüble e la pasticceria Weber, le piste notturne illuminate a giorno e le escort che salgono da Zurigo), viene consegnata alla stampa la lettera aperta di 370 miliardari - azionisti di fondi, banchieri, tecnocrati - che chiedono ai governi «di mettere un freno all’enorme concentrazione di ricchezza che compromette la coesione sociale». I paperoni che piangono per il povero all’angolo; un lavacro delle coscienze, nella certezza che non avverrà mai.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-green-davos-2670984168.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="milei-sfrenato-il-woke-un-cancro-ed-elogia-la-meloni-grande-amica" data-post-id="2670984168" data-published-at="1737663390" data-use-pagination="False"> Milei sfrenato: «Il woke? Un cancro». Ed elogia la Meloni: «Grande amica» Giornata di amarezza globale, sulle Alpi svizzere. Ieri ai banchieri e ai miliardari riuniti a Davos è toccata una predica ultra liberista e da parte di Javier Milei. Il presidente argentino, accolto l’anno scorso con curiosità e sorrisetti di compassione, quest’anno ha chiesto a Lorsignori di «rinunciare al cancro dell’ideologia woke e del femminsmo radicale», definiti due trucchetti per spingere «un nuovo statalismo». E ha sbattuto in faccia ai massimi teorici della globalizzazione economica e del multilateralismo il fatto che a distanza di soli 12 mesi lui non è più solo. Milei ha sbandierato la vittoria di Donald Trump, l’impegno , del «meraviglioso Elon Musk», della «mia cara amica Giorgia Meloni», di Benjamin Netanyahu in Israele e di Viktor Orban in Ungheria. Tutti insieme «per difendere l’Occidente». Un segno dei tempi è andare a ripescare il titolo del Forum economico mondiale di Davos del 2019, l’anno prima della pandemia cinese: «La globalizzazione 4.0: plasmare un’architettura globale nell’era della quarta rivoluzione industriale». Vedendo come andata, ieri, costretti ad ascoltare la dura rampogna di Milei, verrebbe da dire che andarono per plasmare e furono plasmati. Del resto senza i soldi dei governi, Washington per primo, si fanno pochi affari. Milei, vestito blu, camicia azzurra e cravatta blu, comincia il suo intervento con una notazione che sembra banale, ma è una mezza dichiarazione di guerra a chi negli anni ha coccolato i Soros, gli Obama, i Prodi: «Non mi sento più solo, perché nel corso di un anno nuovi alleati hanno abbracciato le idee di libertà in ogni angolo del mondo». E fa l’elenco di cui sopra, tutti governanti che nella vulgata di moda a Davos avrebbero dovuto far esplodere il debito pubblico e far schizzare gli spread, e invece sono stati ampiamente «digeriti» dai mercati. Musk, l’uomo del momento, viene difeso a spada tratta: «Il mio caro amico Elon è ingiustamente vilipeso», non ha fatto nessun saluto fascista, «ma solo un gesto innocente che riflette semplicemente il suo entusiasmo e la sua gratitudine verso le persone». Poi spiega, indirettamente, il perché di una serie di risultati elettorali: «Ci vuole un’alleanza internazionale delle nazioni che combattono per la libertà (…) Bisogna combattere il virus mentale dell’ideologia woke, una sorta di epidemia che sta distruggendo le fondamenta della civiltà occidentale». Non solo, ma ai banchieri in grisaglia e doposcì, il presidente argentino fa un elenco di temi che conosco benissimo, visto che molti di loro hanno avuto e hanno larga influenza sui media: «Femminismo, uguaglianza, ideologia gender, cambiamenti climatici, aborto, immigrazione, sono tutte teste del medesimo mostro, usate con l’unico scopo di giustificare l’avanzata dello Stato». Milei sa bene che per parlare in certi contesti bisogna aver «fatto i compiti» delle varie Troike e del Fmi. E allora ne approfitta per ricordare che in un anno il suo paese ha fatto miracoli: «L’Argentina è diventata un esempio globale di responsabilità fiscale, di mantenimento degli impegni, di contenimento dell’inflazione e di una nuova politica, capace di dire alla gente come stanno le cose». Poi passa Ursula von der Leyen, che con la sua cotonatura rappresenta anche l’opposto tricologico di Millei. Il presidente della Commissione Ue gioisce perché nel 2024 «il mondo ha investito 2.000 miliardi in energie rinnovabili» e quindi ne ricava che «in tutta evidenza, la transizione verde è in atto». In politica si può anche perdere un’elezione, ma non capire perché è davvero imbarazzante.
Ansa
Per prima cosa sento il dovere di avvertire i piccoli risparmiatori che per ridurre i rischi di perdite nel settore tecnologico/borsistico futurizzante dovrebbero inserire il loro denaro in strumenti finanziari gestiti da soggetti professionali. Non è roba per il fai da te. Raccomandazione rinforzata da una notevole varietà di opinioni specialistiche sulle prospettive di guadagno di SpaceX. Da un lato lo scenario di medio-lungo termine trova probabilità ottimistiche. Ma, dall’altro, quello di breve-medio individua un’altalena di valori, con rischio di dimezzamento. Come mai, allora, venerdì scorso la domanda di azioni di SpaceX è arrivata a 250 miliardi di dollari a fronte di un’offerta di 75, portando la capitalizzazione dell’azienda verso i 2.000 miliardi di dollari, quasi il Pil italiano?
I grandi fondi finanziari possono gestire senza gravi problemi un’altalena di valori e tra questi i fondi sovrani, in particolare arabi, hanno la forza finanziaria per scambiare investimento con accessi alla tecnologia. L’agenzia Bloomberg ha rilevato che almeno 70 dei 250 miliardi detti sono stati proposti da piccoli risparmiatori trainati dalle aspettative o speranze speculative di brevissimo periodo. Per capire il fenomeno è utile osservare l’andamento dei titoli tecnologici statunitensi negli ultimi 10-15 anni: prevale il numero di quelli (grandi) che hanno moltiplicato in quantità enorme il loro valore e tale evidenza regge una profezia ottimistica sulle capacità delle aziende tecnologiche statunitensi di cambiare il mondo ottenendo per un certo periodo un monopolio super tecnologico con poca concorrenza che favorisce iper-guadagni. Per esempio, l’azienda innovativa Tesla di Musk in pochi anni ha ottenuto una capitalizzazione molto più elevata di altre case automobilistiche tradizionali. Probabilmente nel prossimo futuro ci saranno più competitori e i valori verranno riequilibrati dalla concorrenza, ma per un periodo non breve gli investitori iniziali hanno visto un aumento enorme del loro investimento iniziale. In sintesi, la speranza di superprofitti per le quotate tecnologiche statunitensi non è infondata. Tuttavia, prudenza come detto sopra.
Studio da almeno 25 anni lo scenario di esoeconomia cercando di capire il momento in cui avrà un ciclo di capitale autonomo e dinamico. Finora l’economia extraterrestre è stata finanziata per lo più con denaro statale in buona parte connesso agli investimenti di superiorità militare per scopi di dominio osservativo sulla superficie terrestre. Ora ci sono i primi segnali - in realtà anticipati già da un decennio - di irruzione del capitale privato nel settore. Non parlo di turismo spaziale strapagato che resta una piccola cosa, pur affascinante. Vedo invece nella logica di SpaceX una forte spinta a creare un esociclo specifico del capitale. Lanciatori a parte, Musk ha integrato Starlink (megarete satellitare per comunicazioni) ed esosistemi di Intelligenza artificiale. Questi ultimi hanno il potenziale di semplificare e velocizzare le immagini e altri dati della superficie terrestre ora ottenuti con procedure più complesse e nodi di inefficienza. Qui il potenziale di profitto è enorme. Ma in prospettiva il progetto di portare esseri umani su Marte ne promette di più. Migliaia di nuove tecnologie, dalla costruzione di astronavi in cantieri spaziali alla robotica medica. Siamo, vicini ad un esosalto entro uno scenario di 30-40 anni. Accelerato dalla esocompetizione tra America e Cina che potrebbe essere ancor più velocizzata dall’irruzione dall’Intelligenza artificiale basata su tecnologia quantistica che preferisco chiamare «robotica cognitiva». L’irruzione del capitale privato è un acceleratore dello sfruttamento e concorrenza nell’esospazio. Chi è ottimista su questo scenario secondo me non sbaglia l’analisi di destino, ma deve fare attenzione ai tempi di rendimento di un ciclo di capitale esospecifico. Che secondo me sarà massimo nel settore della robotica.
Non posso evitare di scrivere che, in base ai dati, il potenziale dell’industria italiana per la robotica eso, endo, aerea e sub è enorme. Ma il capitale privato di investimento che servirebbe per ingrandire le aziende specializzate nel settore è scarso. Saranno di manifattura italiana le costruzioni della futura base lunare nel programma statunitense Artemis. Semplificando, sono decine i settori esospaziali dove la tecnologia residente in Italia è la più evoluta nel mondo. Ma tutto questo potenziale è sottocapitalizzato come osservato con amarezza giustamente provocatoria da Mario Draghi: una start up di qualità innovativa promettente in Italia e in Europa deve andare in America per trovare i capitali utili al suo sviluppo. Cioè i Musk li abbiamo - forse anche migliori - ma non le regole e il luogo per capitalizzarli. E aggiungo che paradossalmente in Italia abbiamo un livello di risparmio tra i più alti al mondo. Sto proponendo un Nasdaq in Italia che capitalizzi le aziende tecnologiche residenti e attiri quelle europee e del Mediterraneo e perfino americane o giapponesi?
Sì, senza offesa per Euronext o autorità borsistiche oppure per chi pone troppi limiti ai fondi di investimento. Ma la rivoluzione tecnologica va gestita con più libertà per sperimentazioni ed investimenti e non con più regole.
www.carlopelanda.com
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