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2025-01-24
Trump affossa il green: «Un’enorme frode»
Donald Trump interviene al World Economic Forum di Davos (Ansa)
Qui di notte la temperatura scende a -15. Ma nello sfavillante centro congressi con il soffitto a nido d’ape è più bassa già a metà pomeriggio, quando sul maxischermo compare Donald Trump in collegamento dalla Casa Bianca. È il momento clou del World economicfForum di Davos, santuario dell’economia planetaria, con numerosi presidenti, delegati, tecnocrati del progressismo mondialista, raggelati nell’ascoltare il simbolo della restaurazione. Applaudono ma sono quasi tutti increduli nell’essere risvegliati a schiaffi dal sonno del politicamente corretto, davanti alle cime rese immortali da Thomas Mann, che qui scrisse La montagna incantata.
A suonare la sveglia è l’uomo che vorrebbe mettere fine alle loro invenzioni a tavolino: la globalizzazione senza identità, le derive woke, il catastrofismo climatico, la carestia globale, la transizione energetica in salsa Greta Thurnberg, le mollezze dell’Europa radical. Alla faccia di Francis Fukuyama è ora di rientrare nella Storia. Nella sua prima uscita su un palcoscenico internazionale, il presidente americano con il capello color polenta impiega pochi minuti a farlo capire alla platea globale. «È stata una settimana storica per gli Stati Uniti, è iniziata l’età dell’oro», esordisce con un ottimismo da eredità elettorale. «Presto saremo più, forti, più ricchi, più uniti e il pianeta sarà pacifico e prospero. La mia amministrazione ha dato il via a una rivoluzione del buon senso e sta agendo con una velocità senza precedenti, anche perché Joe Biden, con il suo gruppo di inetti, aveva perso il controllo di ciò che stava accadendo nel paese e ha provocato la peggiore crisi inflazionistica dell’era moderna».
Sulla transizione verde Trump ha idee in totale controtendenza rispetto al Wef e lancia la prima stilettata agli euroburocrati. «L’industria green è un imbroglio, il Green deal è un grande imbroglio costato 2.000 miliardi. Lasceremo che la gente compri le auto che vuole». Sull’energia: «Il carbone è una buona a risorsa di backup. Costa poco e negli Stati Uniti ne abbiamo tantissimo, così come abbiamo tantissimo gas e petrolio». Dalla transizione ai tassi, continua a parlare a Ursula von der Leyen. «L’Unione europea ci tratta molto male, con tasse e Iva molto consistenti. Non prendono i nostri prodotti agricoli e non prendono le nostre auto. Eppure ci mandano auto a milioni e mettono tasse su cose che vogliamo fare».
Trump si lamenta per le imposte alte a Google e Apple (è il conto da pagare alle nuove alleanze) e torna a guardare verso Bruxelles. «Amo l’Europa, ma il sistema europeo rende molto difficile portare prodotti laggiù e tuttavia si aspettano di vendere i loro prodotti negli Usa». La conseguenza è un consiglio che suona come una minaccia o una ricetta cinese: «Il mio messaggio a tutte le aziende del mondo è semplice, producete negli Usa e avrete le tasse al 15%, più basse di qualsiasi nazione della Terra. Ma se non produrrete il vostro prodotto in America dovrete pagare un dazio, una tariffa che indirizzerà trilioni di dollari nel nostro Tesoro».
Liquidata l’economia con la certezza che il Congresso approverà i tagli fiscali («I tassi d’interesse dovrebbero calare in tutto il mondo»), The Donald passa alle guerre, non solo commerciali. «Chiederò all’Opec e a Riad di abbassare i prezzi del petrolio. Se il petrolio costasse meno, la guerra fra Russia e Ucraina finirebbe subito». Sull’altro incendio, quello in Medio Oriente, conferma: «Ancora prima di entrare in carica il mio team ha negoziato un accordo a Gaza che senza di noi non sarebbe mai avvenuto». E ribadisce l’alleanza con l’Arabia Saudita annunciando: «Farà un investimento di 600 miliardi negli Stati Uniti, sto lavorando per portarlo a 1000».
Dal grande schermo svizzero Trump ribadisce la tolleranza zero sui migranti: «Lo stop all’invasione dal Messico è necessario». E annuncia: «Faremo degli Stati Uniti la capitale dell’intelligenza artificiale e delle criptovalute». Poi ha ancora qualcosa da dire al vecchio continente: «Chiederò ai paesi Nato di aumentare la spesa per la difesa al 5% del pil. Era solo al 2% e la maggior parte delle nazioni non ha pagato finché non sono arrivato io». La botta è forte, il dossier è alto mezzo metro. E per ora Von der Leyen non può che abbozzare: «Se Trump mette i dazi siamo pronti a negoziare». Più battagliera la presidente della Bce Christine Lagarde, che aveva anticipato: «Questa è una sfida esistenziale, siamo pronti a rispondere».
The Donald scompare dal video e il gotha scosso torna nel conformismo consueto. Mentre a Davos si ripetono scene viste da anni (i cecchini sui tetti delle gasthaus, i delegati che pascolano fra la gioielleria Staüble e la pasticceria Weber, le piste notturne illuminate a giorno e le escort che salgono da Zurigo), viene consegnata alla stampa la lettera aperta di 370 miliardari - azionisti di fondi, banchieri, tecnocrati - che chiedono ai governi «di mettere un freno all’enorme concentrazione di ricchezza che compromette la coesione sociale». I paperoni che piangono per il povero all’angolo; un lavacro delle coscienze, nella certezza che non avverrà mai.
Milei sfrenato: «Il woke? Un cancro». Ed elogia la Meloni: «Grande amica»
Giornata di amarezza globale, sulle Alpi svizzere. Ieri ai banchieri e ai miliardari riuniti a Davos è toccata una predica ultra liberista e da parte di Javier Milei. Il presidente argentino, accolto l’anno scorso con curiosità e sorrisetti di compassione, quest’anno ha chiesto a Lorsignori di «rinunciare al cancro dell’ideologia woke e del femminsmo radicale», definiti due trucchetti per spingere «un nuovo statalismo». E ha sbattuto in faccia ai massimi teorici della globalizzazione economica e del multilateralismo il fatto che a distanza di soli 12 mesi lui non è più solo. Milei ha sbandierato la vittoria di Donald Trump, l’impegno , del «meraviglioso Elon Musk», della «mia cara amica Giorgia Meloni», di Benjamin Netanyahu in Israele e di Viktor Orban in Ungheria. Tutti insieme «per difendere l’Occidente».
Un segno dei tempi è andare a ripescare il titolo del Forum economico mondiale di Davos del 2019, l’anno prima della pandemia cinese: «La globalizzazione 4.0: plasmare un’architettura globale nell’era della quarta rivoluzione industriale». Vedendo come andata, ieri, costretti ad ascoltare la dura rampogna di Milei, verrebbe da dire che andarono per plasmare e furono plasmati. Del resto senza i soldi dei governi, Washington per primo, si fanno pochi affari.
Milei, vestito blu, camicia azzurra e cravatta blu, comincia il suo intervento con una notazione che sembra banale, ma è una mezza dichiarazione di guerra a chi negli anni ha coccolato i Soros, gli Obama, i Prodi: «Non mi sento più solo, perché nel corso di un anno nuovi alleati hanno abbracciato le idee di libertà in ogni angolo del mondo». E fa l’elenco di cui sopra, tutti governanti che nella vulgata di moda a Davos avrebbero dovuto far esplodere il debito pubblico e far schizzare gli spread, e invece sono stati ampiamente «digeriti» dai mercati. Musk, l’uomo del momento, viene difeso a spada tratta: «Il mio caro amico Elon è ingiustamente vilipeso», non ha fatto nessun saluto fascista, «ma solo un gesto innocente che riflette semplicemente il suo entusiasmo e la sua gratitudine verso le persone».
Poi spiega, indirettamente, il perché di una serie di risultati elettorali: «Ci vuole un’alleanza internazionale delle nazioni che combattono per la libertà (…) Bisogna combattere il virus mentale dell’ideologia woke, una sorta di epidemia che sta distruggendo le fondamenta della civiltà occidentale». Non solo, ma ai banchieri in grisaglia e doposcì, il presidente argentino fa un elenco di temi che conosco benissimo, visto che molti di loro hanno avuto e hanno larga influenza sui media: «Femminismo, uguaglianza, ideologia gender, cambiamenti climatici, aborto, immigrazione, sono tutte teste del medesimo mostro, usate con l’unico scopo di giustificare l’avanzata dello Stato».
Milei sa bene che per parlare in certi contesti bisogna aver «fatto i compiti» delle varie Troike e del Fmi. E allora ne approfitta per ricordare che in un anno il suo paese ha fatto miracoli: «L’Argentina è diventata un esempio globale di responsabilità fiscale, di mantenimento degli impegni, di contenimento dell’inflazione e di una nuova politica, capace di dire alla gente come stanno le cose». Poi passa Ursula von der Leyen, che con la sua cotonatura rappresenta anche l’opposto tricologico di Millei. Il presidente della Commissione Ue gioisce perché nel 2024 «il mondo ha investito 2.000 miliardi in energie rinnovabili» e quindi ne ricava che «in tutta evidenza, la transizione verde è in atto». In politica si può anche perdere un’elezione, ma non capire perché è davvero imbarazzante.
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In collegamento video con Davos il leader degli Usa stronca i progetti di transizione: «Sono un imbroglio da 2.000 miliardi». E annuncia: «Faremo dell’America la capitale delle criptovalute». Poi se la prende con l’Ue: «Ci tratta sempre molto male».Il presidente argentino Javier Milei demolisce le ideologie dominanti: «Alibi per lo statalismo».Lo speciale contiene due articoli.Qui di notte la temperatura scende a -15. Ma nello sfavillante centro congressi con il soffitto a nido d’ape è più bassa già a metà pomeriggio, quando sul maxischermo compare Donald Trump in collegamento dalla Casa Bianca. È il momento clou del World economicfForum di Davos, santuario dell’economia planetaria, con numerosi presidenti, delegati, tecnocrati del progressismo mondialista, raggelati nell’ascoltare il simbolo della restaurazione. Applaudono ma sono quasi tutti increduli nell’essere risvegliati a schiaffi dal sonno del politicamente corretto, davanti alle cime rese immortali da Thomas Mann, che qui scrisse La montagna incantata. A suonare la sveglia è l’uomo che vorrebbe mettere fine alle loro invenzioni a tavolino: la globalizzazione senza identità, le derive woke, il catastrofismo climatico, la carestia globale, la transizione energetica in salsa Greta Thurnberg, le mollezze dell’Europa radical. Alla faccia di Francis Fukuyama è ora di rientrare nella Storia. Nella sua prima uscita su un palcoscenico internazionale, il presidente americano con il capello color polenta impiega pochi minuti a farlo capire alla platea globale. «È stata una settimana storica per gli Stati Uniti, è iniziata l’età dell’oro», esordisce con un ottimismo da eredità elettorale. «Presto saremo più, forti, più ricchi, più uniti e il pianeta sarà pacifico e prospero. La mia amministrazione ha dato il via a una rivoluzione del buon senso e sta agendo con una velocità senza precedenti, anche perché Joe Biden, con il suo gruppo di inetti, aveva perso il controllo di ciò che stava accadendo nel paese e ha provocato la peggiore crisi inflazionistica dell’era moderna».Sulla transizione verde Trump ha idee in totale controtendenza rispetto al Wef e lancia la prima stilettata agli euroburocrati. «L’industria green è un imbroglio, il Green deal è un grande imbroglio costato 2.000 miliardi. Lasceremo che la gente compri le auto che vuole». Sull’energia: «Il carbone è una buona a risorsa di backup. Costa poco e negli Stati Uniti ne abbiamo tantissimo, così come abbiamo tantissimo gas e petrolio». Dalla transizione ai tassi, continua a parlare a Ursula von der Leyen. «L’Unione europea ci tratta molto male, con tasse e Iva molto consistenti. Non prendono i nostri prodotti agricoli e non prendono le nostre auto. Eppure ci mandano auto a milioni e mettono tasse su cose che vogliamo fare».Trump si lamenta per le imposte alte a Google e Apple (è il conto da pagare alle nuove alleanze) e torna a guardare verso Bruxelles. «Amo l’Europa, ma il sistema europeo rende molto difficile portare prodotti laggiù e tuttavia si aspettano di vendere i loro prodotti negli Usa». La conseguenza è un consiglio che suona come una minaccia o una ricetta cinese: «Il mio messaggio a tutte le aziende del mondo è semplice, producete negli Usa e avrete le tasse al 15%, più basse di qualsiasi nazione della Terra. Ma se non produrrete il vostro prodotto in America dovrete pagare un dazio, una tariffa che indirizzerà trilioni di dollari nel nostro Tesoro».Liquidata l’economia con la certezza che il Congresso approverà i tagli fiscali («I tassi d’interesse dovrebbero calare in tutto il mondo»), The Donald passa alle guerre, non solo commerciali. «Chiederò all’Opec e a Riad di abbassare i prezzi del petrolio. Se il petrolio costasse meno, la guerra fra Russia e Ucraina finirebbe subito». Sull’altro incendio, quello in Medio Oriente, conferma: «Ancora prima di entrare in carica il mio team ha negoziato un accordo a Gaza che senza di noi non sarebbe mai avvenuto». E ribadisce l’alleanza con l’Arabia Saudita annunciando: «Farà un investimento di 600 miliardi negli Stati Uniti, sto lavorando per portarlo a 1000». Dal grande schermo svizzero Trump ribadisce la tolleranza zero sui migranti: «Lo stop all’invasione dal Messico è necessario». E annuncia: «Faremo degli Stati Uniti la capitale dell’intelligenza artificiale e delle criptovalute». Poi ha ancora qualcosa da dire al vecchio continente: «Chiederò ai paesi Nato di aumentare la spesa per la difesa al 5% del pil. Era solo al 2% e la maggior parte delle nazioni non ha pagato finché non sono arrivato io». La botta è forte, il dossier è alto mezzo metro. E per ora Von der Leyen non può che abbozzare: «Se Trump mette i dazi siamo pronti a negoziare». Più battagliera la presidente della Bce Christine Lagarde, che aveva anticipato: «Questa è una sfida esistenziale, siamo pronti a rispondere».The Donald scompare dal video e il gotha scosso torna nel conformismo consueto. Mentre a Davos si ripetono scene viste da anni (i cecchini sui tetti delle gasthaus, i delegati che pascolano fra la gioielleria Staüble e la pasticceria Weber, le piste notturne illuminate a giorno e le escort che salgono da Zurigo), viene consegnata alla stampa la lettera aperta di 370 miliardari - azionisti di fondi, banchieri, tecnocrati - che chiedono ai governi «di mettere un freno all’enorme concentrazione di ricchezza che compromette la coesione sociale». I paperoni che piangono per il povero all’angolo; un lavacro delle coscienze, nella certezza che non avverrà mai.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-green-davos-2670984168.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="milei-sfrenato-il-woke-un-cancro-ed-elogia-la-meloni-grande-amica" data-post-id="2670984168" data-published-at="1737663390" data-use-pagination="False"> Milei sfrenato: «Il woke? Un cancro». Ed elogia la Meloni: «Grande amica» Giornata di amarezza globale, sulle Alpi svizzere. Ieri ai banchieri e ai miliardari riuniti a Davos è toccata una predica ultra liberista e da parte di Javier Milei. Il presidente argentino, accolto l’anno scorso con curiosità e sorrisetti di compassione, quest’anno ha chiesto a Lorsignori di «rinunciare al cancro dell’ideologia woke e del femminsmo radicale», definiti due trucchetti per spingere «un nuovo statalismo». E ha sbattuto in faccia ai massimi teorici della globalizzazione economica e del multilateralismo il fatto che a distanza di soli 12 mesi lui non è più solo. Milei ha sbandierato la vittoria di Donald Trump, l’impegno , del «meraviglioso Elon Musk», della «mia cara amica Giorgia Meloni», di Benjamin Netanyahu in Israele e di Viktor Orban in Ungheria. Tutti insieme «per difendere l’Occidente». Un segno dei tempi è andare a ripescare il titolo del Forum economico mondiale di Davos del 2019, l’anno prima della pandemia cinese: «La globalizzazione 4.0: plasmare un’architettura globale nell’era della quarta rivoluzione industriale». Vedendo come andata, ieri, costretti ad ascoltare la dura rampogna di Milei, verrebbe da dire che andarono per plasmare e furono plasmati. Del resto senza i soldi dei governi, Washington per primo, si fanno pochi affari. Milei, vestito blu, camicia azzurra e cravatta blu, comincia il suo intervento con una notazione che sembra banale, ma è una mezza dichiarazione di guerra a chi negli anni ha coccolato i Soros, gli Obama, i Prodi: «Non mi sento più solo, perché nel corso di un anno nuovi alleati hanno abbracciato le idee di libertà in ogni angolo del mondo». E fa l’elenco di cui sopra, tutti governanti che nella vulgata di moda a Davos avrebbero dovuto far esplodere il debito pubblico e far schizzare gli spread, e invece sono stati ampiamente «digeriti» dai mercati. Musk, l’uomo del momento, viene difeso a spada tratta: «Il mio caro amico Elon è ingiustamente vilipeso», non ha fatto nessun saluto fascista, «ma solo un gesto innocente che riflette semplicemente il suo entusiasmo e la sua gratitudine verso le persone». Poi spiega, indirettamente, il perché di una serie di risultati elettorali: «Ci vuole un’alleanza internazionale delle nazioni che combattono per la libertà (…) Bisogna combattere il virus mentale dell’ideologia woke, una sorta di epidemia che sta distruggendo le fondamenta della civiltà occidentale». Non solo, ma ai banchieri in grisaglia e doposcì, il presidente argentino fa un elenco di temi che conosco benissimo, visto che molti di loro hanno avuto e hanno larga influenza sui media: «Femminismo, uguaglianza, ideologia gender, cambiamenti climatici, aborto, immigrazione, sono tutte teste del medesimo mostro, usate con l’unico scopo di giustificare l’avanzata dello Stato». Milei sa bene che per parlare in certi contesti bisogna aver «fatto i compiti» delle varie Troike e del Fmi. E allora ne approfitta per ricordare che in un anno il suo paese ha fatto miracoli: «L’Argentina è diventata un esempio globale di responsabilità fiscale, di mantenimento degli impegni, di contenimento dell’inflazione e di una nuova politica, capace di dire alla gente come stanno le cose». Poi passa Ursula von der Leyen, che con la sua cotonatura rappresenta anche l’opposto tricologico di Millei. Il presidente della Commissione Ue gioisce perché nel 2024 «il mondo ha investito 2.000 miliardi in energie rinnovabili» e quindi ne ricava che «in tutta evidenza, la transizione verde è in atto». In politica si può anche perdere un’elezione, ma non capire perché è davvero imbarazzante.
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Sconvolta dal dolore, la donna ha «scelto» di morire, per chiudere una vita ormai per lei priva di senso. Ora è in corso un contenzioso legale, promosso dai familiari della donna, che si chiedono come sia possibile accettare l’idea che si possa considerare quella richiesta di suicidio assistito il frutto di una decisione libera e consapevole. Una mamma, sconvolta dal dolore, in preda ad una profonda depressione che annichilisce l’esistenza, che intravvede nella morte una via d’uscita dalla sofferenza e chiede di «essere suicidata»: può essere ritenuta una scelta libera, incondizionata, lucida, pienamente consapevole? Se così fosse (e purtroppo così è stato ritenuto in questo caso!) dovremmo rivedere tutti i parametri del nostro vivere civile: di fronte a chi sta per gettarsi da un ponte o si è puntato una pistola alla tempia, norma legale e dovere civile è aiutare a dare compimento all’atto suicida!
Sta tutta qui, senza tanti vaniloqui né arzigogoli ideologici, la sostanza della legalizzazione del suicidio assistito. L’istinto nativo e primordiale di ogni essere vivente è la sopravvivenza e la conservazione della vita: solo una pulsione innaturale e patologica può spingere a togliersele. Ho lavorato per anni in un Pronto Soccorso ospedaliero e ho visto decine di casi di persone che avevano tentato il suicidio nei modi più impensabili, segno di una chiara autodeterminazione a farla finita: la prassi clinica impone che sempre si richieda una valutazione psichiatrica, partendo dall’assunto che chi cerca la morte non può che avere un pensiero «sconvolto», una mente malata, che va ricalibrata secondo il naturale istinto di sopravvivenza. Ciò considerato, acquista toni ancora più paradossali l’idea che il suicidio possa essere un «bene» che lo Stato deve tutelare come un diritto.
Il fatto della povera signora Wendy Duffy non fa che confermare un altro aspetto che impone di opporsi a qualsiasi legge che apra a logiche eutanasiche: a inizio anni Duemila, le prime legislazioni a favore di eutanasia e suicidio assistito prevedevano che vi potessero accedere solo malati terminali oncologici e ora, dopo meno di 20 anni, si apre la porta a persone sane che - per i motivi più diversi - hanno deciso di porre fine alla propria vita. Si tratta proprio di quel pendio scivoloso verso il «diritto di morire» a opera dello Stato, preteso dalla dittatura dell’autodeterminazione senza limiti. Purtroppo, oggi in Italia siamo costretti a prendere atto che vi sono regioni che hanno normato procedure di suicidio assistito, secondo i criteri espressi dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/19: è certamente un danno il cui prezzo viene pagato dalle persone più fragili e deboli - la deriva che papa Francesco chiamò la «cultura dello scarto». Ci si permetta un inciso: una mamma sconvolta dal dolore per la prematura scomparsa di un figlio, non è forse emblema di una struggente fragilità e debolezza? Ma rimane un danno sicuramente meno devastante rispetto a quello prodotto da una legge dello Stato che affermi il valore legale del suicidio. Senza dimenticare il pericoloso cortocircuito fra i concetti di «legale» e «morale»: siamo giunti all’assurdo, in questi tempi, di essere costretti a insegnare ai nostri figli, nipoti, studenti, discepoli che non tutto ciò che è protetto dalla legge è per ciò stesso etico. Moralità e legalità, a partire dalla legalizzazione dell’aborto, sono entrate in rotta di collisione e ciò che è legale ha oscurato ciò che è morale. La Costituzione «più bella del mondo», garantendo in modo assoluto il grande valore della libertà, non prevedeva certo che questa potesse spingerci fino a sottomettere a una distorta concezione di essa il diritto alla vita. Si stanno aprendo scenari nefasti, ma siamo ancora in tempo: basta crederci, ricordando che il male si subisce e non si sceglie. Mai.
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Faceva sobbalzare dalla sedia, poi, l’intervista alla Stampa di Drew Weissman, premio Nobel, insieme a Katalin Karikó, per la scoperta dei vaccini contro il Sars-Cov-2. L’immunologo ha annunciato che quelli per il virus dei ratti saranno «accessibili» entro «nove o dieci mesi». Gli scienziati sono all’opera tipo folletti di Babbo Natale: «Stiamo lavorando su tutti i virus potenzialmente responsabili di pandemie», ha raccontato Weissman. Che ha aggiunto: «Anche con il Covid li avevamo pronti già da prima». «Già da prima»? Probabilmente, l’esperto si riferiva alla flessibilità della tecnologia a mRna: si prepara una «libreria» di genomi virali e dopo la sia adatta al ceppo da combattere. Nature, d’altronde, ha scritto che le indagini su un rimedio per l’Hantavirus sono iniziate trent’anni fa. È questione di soldi. Bisogna «mettere a disposizione fondi», ha tuonato Weissman. Il Matilda De Angelis della virologia ce l’ha con il ministro della Salute americano, Robert Kennedy jr, diventato no vax perché «ha un passato da avvocato e ha fatto i soldi attaccando le compagnie farmaceutiche». Esisterà chi fa i soldi lavorando per loro?
La panacea non è ancora sul mercato, eppure la giostra delle siringhe ha ripreso a girare: anche il Corriere della Sera, ieri, sottolineava che «sarebbe possibile mettere a punto un vaccino», rigorosamente «a mRna». E sul giornale di via Solferino sono ricomparsi i malati sani: gli asintomatici. I quali, però, dovrebbero avere «una bassa carica virale e quindi una scarsa o nulla capacità di trasmissione».
Ancora più audace è stato Quotidiano Sanità. Appoggiandosi a un articolo argentino uscito sul New England Journal of Medicine, che ha documentato «un focolaio con superdiffusori e aerosol come possibile via di infezione», la testata ha riesumato un altro feticcio dei gloriosi anni di Roberto Speranza: «Il principio di precauzione imporrebbe l’uso di mascherine». Basta non siano cinesi...
L’odissea della crociera infetta ha svegliato dal letargo pure Massimo Galli. Il medico con l’eskimo, come il collega statunitense, ha contestato l’amministrazione Usa, rea di aver sospeso i finanziamenti alla rete che analizzava i patogeni con potenziale pandemico: «Uno studio in particolare riguardava il passaggio degli Hantavirus dai roditori serbatoio alla nostra specie. Grande tempestività, complimentoni». A Donald Trump avranno fischiato le orecchie: «La situazione è, speriamo, sotto controllo», ha detto ieri. Il tycoon aveva voluto il divorzio dall’Organizzazione mondiale della sanità. E, su questa strada, lo aveva seguito Javier Milei, presidente di quell’Argentina dove si sarebbero contagiati, mentre osservavano uccelli all’interno di una discarica di Ushuaia, nella Terra del Fuoco, i coniugi olandesi poi saliti sulla MV Hondius e deceduti per la malattia. Buenos Aires ha dichiarato che «prosegue la cooperazione internazionale senza rinunciare alla sovranità».
A proposito di Oms, tra i dottori teledipendenti c’è chi ne ha approfittato per rilanciare l’accordo pandemico, da cui l’Italia si è ritirata la scorsa estate: Matteo Bassetti ha chiesto al governo di tornare a sostenerlo. Per fortuna, la Conferenza Stato-Regioni ne ha appena approvato uno nazionale, che prevede di graduare le eventuali misure restrittive e che, per la somministrazione di medicinali, introduce il principio della «appropriatezza prescrittiva». Per quale motivo la vaccinazione dovrebbe essere la strategia migliore? Hantavirus colpisce migliaia di persone l’anno, sì; ma su miliardi di individui. E, secondo il nostro Istituto superiore di sanità, la sua incidenza è «diminuita negli ultimi decenni». Non avrebbe più senso concentrare le risorse sullo sviluppo di una terapia per i pochi che si ammalano?
Intanto, l’epidemia che non è un’epidemia e che - ha garantito Tedros Adhanom Ghebreyesus - non sarà una pandemia evolve come da previsioni. Il periodo d’incubazione è lungo e perciò, man mano, emergeranno nuovi positivi legati al focolaio originario. Ieri sono stati registrati due casi sospetti: un cittadino britannico che si trova sulla remota isola di Tristan da Cunha, nell’Atlantico meridionale; e una donna ricoverata ad Alicante, che era sull’aereo partito da Johannesburg, sul quale aveva provato a imbarcarsi la moglie del paziente zero, morta il giorno dopo. Lascerebbe ben sperare che sia risultata negativa la hostess di Klm, entrata in contatto con la signora in aeroporto.
Il Cile ha messo in isolamento preventivo due passeggeri provenienti dalla crociera. E la Spagna ha comunicato che chi sbarcherà dalla nave, attesa alle Canarie, sarà riportato nel proprio Paese di origine anche se presenta sintomi, purché non gravi. Madrid garantirà «la sicurezza del dispositivo di evacuazione e di rimpatrio». Le autorità dell’isola, tuttavia, hanno avvertito che, a causa delle avverse condizioni meteo, le operazioni dovranno svolgersi entro luendì.
L’Istituto superiore di sanità ha precisato che, nel nostro Paese, «non ci sono segnalazioni di casi umani di infezione» e ha ricordato che «il virus non si trasmette facilmente», con buona pace degli studi sugli aerosol. Il ministero lo ha confermato: non c’è «una situazione di allarme». I nostalgici non si rassegneranno.
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