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2025-01-24
Trump affossa il green: «Un’enorme frode»
Donald Trump interviene al World Economic Forum di Davos (Ansa)
Qui di notte la temperatura scende a -15. Ma nello sfavillante centro congressi con il soffitto a nido d’ape è più bassa già a metà pomeriggio, quando sul maxischermo compare Donald Trump in collegamento dalla Casa Bianca. È il momento clou del World economicfForum di Davos, santuario dell’economia planetaria, con numerosi presidenti, delegati, tecnocrati del progressismo mondialista, raggelati nell’ascoltare il simbolo della restaurazione. Applaudono ma sono quasi tutti increduli nell’essere risvegliati a schiaffi dal sonno del politicamente corretto, davanti alle cime rese immortali da Thomas Mann, che qui scrisse La montagna incantata.
A suonare la sveglia è l’uomo che vorrebbe mettere fine alle loro invenzioni a tavolino: la globalizzazione senza identità, le derive woke, il catastrofismo climatico, la carestia globale, la transizione energetica in salsa Greta Thurnberg, le mollezze dell’Europa radical. Alla faccia di Francis Fukuyama è ora di rientrare nella Storia. Nella sua prima uscita su un palcoscenico internazionale, il presidente americano con il capello color polenta impiega pochi minuti a farlo capire alla platea globale. «È stata una settimana storica per gli Stati Uniti, è iniziata l’età dell’oro», esordisce con un ottimismo da eredità elettorale. «Presto saremo più, forti, più ricchi, più uniti e il pianeta sarà pacifico e prospero. La mia amministrazione ha dato il via a una rivoluzione del buon senso e sta agendo con una velocità senza precedenti, anche perché Joe Biden, con il suo gruppo di inetti, aveva perso il controllo di ciò che stava accadendo nel paese e ha provocato la peggiore crisi inflazionistica dell’era moderna».
Sulla transizione verde Trump ha idee in totale controtendenza rispetto al Wef e lancia la prima stilettata agli euroburocrati. «L’industria green è un imbroglio, il Green deal è un grande imbroglio costato 2.000 miliardi. Lasceremo che la gente compri le auto che vuole». Sull’energia: «Il carbone è una buona a risorsa di backup. Costa poco e negli Stati Uniti ne abbiamo tantissimo, così come abbiamo tantissimo gas e petrolio». Dalla transizione ai tassi, continua a parlare a Ursula von der Leyen. «L’Unione europea ci tratta molto male, con tasse e Iva molto consistenti. Non prendono i nostri prodotti agricoli e non prendono le nostre auto. Eppure ci mandano auto a milioni e mettono tasse su cose che vogliamo fare».
Trump si lamenta per le imposte alte a Google e Apple (è il conto da pagare alle nuove alleanze) e torna a guardare verso Bruxelles. «Amo l’Europa, ma il sistema europeo rende molto difficile portare prodotti laggiù e tuttavia si aspettano di vendere i loro prodotti negli Usa». La conseguenza è un consiglio che suona come una minaccia o una ricetta cinese: «Il mio messaggio a tutte le aziende del mondo è semplice, producete negli Usa e avrete le tasse al 15%, più basse di qualsiasi nazione della Terra. Ma se non produrrete il vostro prodotto in America dovrete pagare un dazio, una tariffa che indirizzerà trilioni di dollari nel nostro Tesoro».
Liquidata l’economia con la certezza che il Congresso approverà i tagli fiscali («I tassi d’interesse dovrebbero calare in tutto il mondo»), The Donald passa alle guerre, non solo commerciali. «Chiederò all’Opec e a Riad di abbassare i prezzi del petrolio. Se il petrolio costasse meno, la guerra fra Russia e Ucraina finirebbe subito». Sull’altro incendio, quello in Medio Oriente, conferma: «Ancora prima di entrare in carica il mio team ha negoziato un accordo a Gaza che senza di noi non sarebbe mai avvenuto». E ribadisce l’alleanza con l’Arabia Saudita annunciando: «Farà un investimento di 600 miliardi negli Stati Uniti, sto lavorando per portarlo a 1000».
Dal grande schermo svizzero Trump ribadisce la tolleranza zero sui migranti: «Lo stop all’invasione dal Messico è necessario». E annuncia: «Faremo degli Stati Uniti la capitale dell’intelligenza artificiale e delle criptovalute». Poi ha ancora qualcosa da dire al vecchio continente: «Chiederò ai paesi Nato di aumentare la spesa per la difesa al 5% del pil. Era solo al 2% e la maggior parte delle nazioni non ha pagato finché non sono arrivato io». La botta è forte, il dossier è alto mezzo metro. E per ora Von der Leyen non può che abbozzare: «Se Trump mette i dazi siamo pronti a negoziare». Più battagliera la presidente della Bce Christine Lagarde, che aveva anticipato: «Questa è una sfida esistenziale, siamo pronti a rispondere».
The Donald scompare dal video e il gotha scosso torna nel conformismo consueto. Mentre a Davos si ripetono scene viste da anni (i cecchini sui tetti delle gasthaus, i delegati che pascolano fra la gioielleria Staüble e la pasticceria Weber, le piste notturne illuminate a giorno e le escort che salgono da Zurigo), viene consegnata alla stampa la lettera aperta di 370 miliardari - azionisti di fondi, banchieri, tecnocrati - che chiedono ai governi «di mettere un freno all’enorme concentrazione di ricchezza che compromette la coesione sociale». I paperoni che piangono per il povero all’angolo; un lavacro delle coscienze, nella certezza che non avverrà mai.
Milei sfrenato: «Il woke? Un cancro». Ed elogia la Meloni: «Grande amica»
Giornata di amarezza globale, sulle Alpi svizzere. Ieri ai banchieri e ai miliardari riuniti a Davos è toccata una predica ultra liberista e da parte di Javier Milei. Il presidente argentino, accolto l’anno scorso con curiosità e sorrisetti di compassione, quest’anno ha chiesto a Lorsignori di «rinunciare al cancro dell’ideologia woke e del femminsmo radicale», definiti due trucchetti per spingere «un nuovo statalismo». E ha sbattuto in faccia ai massimi teorici della globalizzazione economica e del multilateralismo il fatto che a distanza di soli 12 mesi lui non è più solo. Milei ha sbandierato la vittoria di Donald Trump, l’impegno , del «meraviglioso Elon Musk», della «mia cara amica Giorgia Meloni», di Benjamin Netanyahu in Israele e di Viktor Orban in Ungheria. Tutti insieme «per difendere l’Occidente».
Un segno dei tempi è andare a ripescare il titolo del Forum economico mondiale di Davos del 2019, l’anno prima della pandemia cinese: «La globalizzazione 4.0: plasmare un’architettura globale nell’era della quarta rivoluzione industriale». Vedendo come andata, ieri, costretti ad ascoltare la dura rampogna di Milei, verrebbe da dire che andarono per plasmare e furono plasmati. Del resto senza i soldi dei governi, Washington per primo, si fanno pochi affari.
Milei, vestito blu, camicia azzurra e cravatta blu, comincia il suo intervento con una notazione che sembra banale, ma è una mezza dichiarazione di guerra a chi negli anni ha coccolato i Soros, gli Obama, i Prodi: «Non mi sento più solo, perché nel corso di un anno nuovi alleati hanno abbracciato le idee di libertà in ogni angolo del mondo». E fa l’elenco di cui sopra, tutti governanti che nella vulgata di moda a Davos avrebbero dovuto far esplodere il debito pubblico e far schizzare gli spread, e invece sono stati ampiamente «digeriti» dai mercati. Musk, l’uomo del momento, viene difeso a spada tratta: «Il mio caro amico Elon è ingiustamente vilipeso», non ha fatto nessun saluto fascista, «ma solo un gesto innocente che riflette semplicemente il suo entusiasmo e la sua gratitudine verso le persone».
Poi spiega, indirettamente, il perché di una serie di risultati elettorali: «Ci vuole un’alleanza internazionale delle nazioni che combattono per la libertà (…) Bisogna combattere il virus mentale dell’ideologia woke, una sorta di epidemia che sta distruggendo le fondamenta della civiltà occidentale». Non solo, ma ai banchieri in grisaglia e doposcì, il presidente argentino fa un elenco di temi che conosco benissimo, visto che molti di loro hanno avuto e hanno larga influenza sui media: «Femminismo, uguaglianza, ideologia gender, cambiamenti climatici, aborto, immigrazione, sono tutte teste del medesimo mostro, usate con l’unico scopo di giustificare l’avanzata dello Stato».
Milei sa bene che per parlare in certi contesti bisogna aver «fatto i compiti» delle varie Troike e del Fmi. E allora ne approfitta per ricordare che in un anno il suo paese ha fatto miracoli: «L’Argentina è diventata un esempio globale di responsabilità fiscale, di mantenimento degli impegni, di contenimento dell’inflazione e di una nuova politica, capace di dire alla gente come stanno le cose». Poi passa Ursula von der Leyen, che con la sua cotonatura rappresenta anche l’opposto tricologico di Millei. Il presidente della Commissione Ue gioisce perché nel 2024 «il mondo ha investito 2.000 miliardi in energie rinnovabili» e quindi ne ricava che «in tutta evidenza, la transizione verde è in atto». In politica si può anche perdere un’elezione, ma non capire perché è davvero imbarazzante.
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In collegamento video con Davos il leader degli Usa stronca i progetti di transizione: «Sono un imbroglio da 2.000 miliardi». E annuncia: «Faremo dell’America la capitale delle criptovalute». Poi se la prende con l’Ue: «Ci tratta sempre molto male».Il presidente argentino Javier Milei demolisce le ideologie dominanti: «Alibi per lo statalismo».Lo speciale contiene due articoli.Qui di notte la temperatura scende a -15. Ma nello sfavillante centro congressi con il soffitto a nido d’ape è più bassa già a metà pomeriggio, quando sul maxischermo compare Donald Trump in collegamento dalla Casa Bianca. È il momento clou del World economicfForum di Davos, santuario dell’economia planetaria, con numerosi presidenti, delegati, tecnocrati del progressismo mondialista, raggelati nell’ascoltare il simbolo della restaurazione. Applaudono ma sono quasi tutti increduli nell’essere risvegliati a schiaffi dal sonno del politicamente corretto, davanti alle cime rese immortali da Thomas Mann, che qui scrisse La montagna incantata. A suonare la sveglia è l’uomo che vorrebbe mettere fine alle loro invenzioni a tavolino: la globalizzazione senza identità, le derive woke, il catastrofismo climatico, la carestia globale, la transizione energetica in salsa Greta Thurnberg, le mollezze dell’Europa radical. Alla faccia di Francis Fukuyama è ora di rientrare nella Storia. Nella sua prima uscita su un palcoscenico internazionale, il presidente americano con il capello color polenta impiega pochi minuti a farlo capire alla platea globale. «È stata una settimana storica per gli Stati Uniti, è iniziata l’età dell’oro», esordisce con un ottimismo da eredità elettorale. «Presto saremo più, forti, più ricchi, più uniti e il pianeta sarà pacifico e prospero. La mia amministrazione ha dato il via a una rivoluzione del buon senso e sta agendo con una velocità senza precedenti, anche perché Joe Biden, con il suo gruppo di inetti, aveva perso il controllo di ciò che stava accadendo nel paese e ha provocato la peggiore crisi inflazionistica dell’era moderna».Sulla transizione verde Trump ha idee in totale controtendenza rispetto al Wef e lancia la prima stilettata agli euroburocrati. «L’industria green è un imbroglio, il Green deal è un grande imbroglio costato 2.000 miliardi. Lasceremo che la gente compri le auto che vuole». Sull’energia: «Il carbone è una buona a risorsa di backup. Costa poco e negli Stati Uniti ne abbiamo tantissimo, così come abbiamo tantissimo gas e petrolio». Dalla transizione ai tassi, continua a parlare a Ursula von der Leyen. «L’Unione europea ci tratta molto male, con tasse e Iva molto consistenti. Non prendono i nostri prodotti agricoli e non prendono le nostre auto. Eppure ci mandano auto a milioni e mettono tasse su cose che vogliamo fare».Trump si lamenta per le imposte alte a Google e Apple (è il conto da pagare alle nuove alleanze) e torna a guardare verso Bruxelles. «Amo l’Europa, ma il sistema europeo rende molto difficile portare prodotti laggiù e tuttavia si aspettano di vendere i loro prodotti negli Usa». La conseguenza è un consiglio che suona come una minaccia o una ricetta cinese: «Il mio messaggio a tutte le aziende del mondo è semplice, producete negli Usa e avrete le tasse al 15%, più basse di qualsiasi nazione della Terra. Ma se non produrrete il vostro prodotto in America dovrete pagare un dazio, una tariffa che indirizzerà trilioni di dollari nel nostro Tesoro».Liquidata l’economia con la certezza che il Congresso approverà i tagli fiscali («I tassi d’interesse dovrebbero calare in tutto il mondo»), The Donald passa alle guerre, non solo commerciali. «Chiederò all’Opec e a Riad di abbassare i prezzi del petrolio. Se il petrolio costasse meno, la guerra fra Russia e Ucraina finirebbe subito». Sull’altro incendio, quello in Medio Oriente, conferma: «Ancora prima di entrare in carica il mio team ha negoziato un accordo a Gaza che senza di noi non sarebbe mai avvenuto». E ribadisce l’alleanza con l’Arabia Saudita annunciando: «Farà un investimento di 600 miliardi negli Stati Uniti, sto lavorando per portarlo a 1000». Dal grande schermo svizzero Trump ribadisce la tolleranza zero sui migranti: «Lo stop all’invasione dal Messico è necessario». E annuncia: «Faremo degli Stati Uniti la capitale dell’intelligenza artificiale e delle criptovalute». Poi ha ancora qualcosa da dire al vecchio continente: «Chiederò ai paesi Nato di aumentare la spesa per la difesa al 5% del pil. Era solo al 2% e la maggior parte delle nazioni non ha pagato finché non sono arrivato io». La botta è forte, il dossier è alto mezzo metro. E per ora Von der Leyen non può che abbozzare: «Se Trump mette i dazi siamo pronti a negoziare». Più battagliera la presidente della Bce Christine Lagarde, che aveva anticipato: «Questa è una sfida esistenziale, siamo pronti a rispondere».The Donald scompare dal video e il gotha scosso torna nel conformismo consueto. Mentre a Davos si ripetono scene viste da anni (i cecchini sui tetti delle gasthaus, i delegati che pascolano fra la gioielleria Staüble e la pasticceria Weber, le piste notturne illuminate a giorno e le escort che salgono da Zurigo), viene consegnata alla stampa la lettera aperta di 370 miliardari - azionisti di fondi, banchieri, tecnocrati - che chiedono ai governi «di mettere un freno all’enorme concentrazione di ricchezza che compromette la coesione sociale». I paperoni che piangono per il povero all’angolo; un lavacro delle coscienze, nella certezza che non avverrà mai.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-green-davos-2670984168.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="milei-sfrenato-il-woke-un-cancro-ed-elogia-la-meloni-grande-amica" data-post-id="2670984168" data-published-at="1737663390" data-use-pagination="False"> Milei sfrenato: «Il woke? Un cancro». Ed elogia la Meloni: «Grande amica» Giornata di amarezza globale, sulle Alpi svizzere. Ieri ai banchieri e ai miliardari riuniti a Davos è toccata una predica ultra liberista e da parte di Javier Milei. Il presidente argentino, accolto l’anno scorso con curiosità e sorrisetti di compassione, quest’anno ha chiesto a Lorsignori di «rinunciare al cancro dell’ideologia woke e del femminsmo radicale», definiti due trucchetti per spingere «un nuovo statalismo». E ha sbattuto in faccia ai massimi teorici della globalizzazione economica e del multilateralismo il fatto che a distanza di soli 12 mesi lui non è più solo. Milei ha sbandierato la vittoria di Donald Trump, l’impegno , del «meraviglioso Elon Musk», della «mia cara amica Giorgia Meloni», di Benjamin Netanyahu in Israele e di Viktor Orban in Ungheria. Tutti insieme «per difendere l’Occidente». Un segno dei tempi è andare a ripescare il titolo del Forum economico mondiale di Davos del 2019, l’anno prima della pandemia cinese: «La globalizzazione 4.0: plasmare un’architettura globale nell’era della quarta rivoluzione industriale». Vedendo come andata, ieri, costretti ad ascoltare la dura rampogna di Milei, verrebbe da dire che andarono per plasmare e furono plasmati. Del resto senza i soldi dei governi, Washington per primo, si fanno pochi affari. Milei, vestito blu, camicia azzurra e cravatta blu, comincia il suo intervento con una notazione che sembra banale, ma è una mezza dichiarazione di guerra a chi negli anni ha coccolato i Soros, gli Obama, i Prodi: «Non mi sento più solo, perché nel corso di un anno nuovi alleati hanno abbracciato le idee di libertà in ogni angolo del mondo». E fa l’elenco di cui sopra, tutti governanti che nella vulgata di moda a Davos avrebbero dovuto far esplodere il debito pubblico e far schizzare gli spread, e invece sono stati ampiamente «digeriti» dai mercati. Musk, l’uomo del momento, viene difeso a spada tratta: «Il mio caro amico Elon è ingiustamente vilipeso», non ha fatto nessun saluto fascista, «ma solo un gesto innocente che riflette semplicemente il suo entusiasmo e la sua gratitudine verso le persone». Poi spiega, indirettamente, il perché di una serie di risultati elettorali: «Ci vuole un’alleanza internazionale delle nazioni che combattono per la libertà (…) Bisogna combattere il virus mentale dell’ideologia woke, una sorta di epidemia che sta distruggendo le fondamenta della civiltà occidentale». Non solo, ma ai banchieri in grisaglia e doposcì, il presidente argentino fa un elenco di temi che conosco benissimo, visto che molti di loro hanno avuto e hanno larga influenza sui media: «Femminismo, uguaglianza, ideologia gender, cambiamenti climatici, aborto, immigrazione, sono tutte teste del medesimo mostro, usate con l’unico scopo di giustificare l’avanzata dello Stato». Milei sa bene che per parlare in certi contesti bisogna aver «fatto i compiti» delle varie Troike e del Fmi. E allora ne approfitta per ricordare che in un anno il suo paese ha fatto miracoli: «L’Argentina è diventata un esempio globale di responsabilità fiscale, di mantenimento degli impegni, di contenimento dell’inflazione e di una nuova politica, capace di dire alla gente come stanno le cose». Poi passa Ursula von der Leyen, che con la sua cotonatura rappresenta anche l’opposto tricologico di Millei. Il presidente della Commissione Ue gioisce perché nel 2024 «il mondo ha investito 2.000 miliardi in energie rinnovabili» e quindi ne ricava che «in tutta evidenza, la transizione verde è in atto». In politica si può anche perdere un’elezione, ma non capire perché è davvero imbarazzante.
Lo scontro nello Stretto di Hormuz entra in una fase sempre più critica, tra attacchi, incidenti in mare e dichiarazioni contrapposte che rendono il quadro estremamente instabile. Nelle ultime ore, il corridoio strategico per il traffico energetico globale è tornato al centro di un’escalation che coinvolge direttamente Iran e Stati Uniti, con effetti su tutta la regione del Golfo. I primi segnali arrivano dal fronte asiatico. La Corea del Sud ha annunciato verifiche su un possibile attacco contro una nave battente bandiera sudcoreana nello stretto. Secondo l’agenzia Yonhap, non ci sarebbero vittime, ma restano da accertare danni e responsabilità.
Teheran ha poi dichiarato di aver esploso «colpi di avvertimento» contro unità militari statunitensi che si sarebbero avvicinate senza rispondere agli avvisi radio. La televisione di Stato iraniana parla di missili da crociera e droni impiegati per intimidire i cacciatorpediniere americani. In precedenza, l’agenzia Fars aveva sostenuto che una fregata Usa fosse stata colpita da due missili, notizia poi smentita dal Comando centrale degli Stati Uniti. Sul fronte iraniano, il tono si è ulteriormente alzato anche sul piano retorico. Un portavoce del Corpo delle guardie rivoluzionarie ha dichiarato che «stasera si aprirà un nuovo capitolo di potere, uno che i nemici non hanno mai visto prima», mentre i vertici militari continuano a rivendicare il controllo dell’area.
Washington, dal canto suo, rivendica il controllo della situazione. Il Centcom ha annunciato che due navi mercantili statunitensi hanno attraversato lo Stretto sotto scorta militare nell’ambito dell’operazione «Project Freedom», parlando di «libertà di navigazione ristabilita». Il segretario all’Economia, Scott Bessent, lo ha detto in maniera ancora più chiara: «Abbiamo il completo controllo di «Hormuz». Teheran ha però smentito, affermando che «nessuna nave commerciale ha attraversato lo Stretto di Hormuz nelle ultime ore». A rafforzare la linea americana è intervenuto Donald Trump. Il presidente ha minacciato che, in caso di attacchi contro le navi americane impegnate a scortare il traffico commerciale, l’Iran verrebbe «cancellato dalla faccia della Terra», secondo quanto riportato da Fox News. Allo stesso tempo, Trump ha indicato un possibile spiraglio negoziale, affermando che Teheran sarebbe oggi «più malleabile» nelle trattative grazie alla pressione esercitata da Washington. Alla dichiarazione ha risposto l’agenzia iraniana Tasnim, vicina ai pasdaran, sostenendo che Trump «bluffa» e parlando di «nuovo bluff» del presidente americano. La stessa agenzia ha inoltre affermato che l’Iran avrebbe già «aperto il fuoco contro navi da guerra americane nella regione», alimentando ulteriormente la guerra di narrazioni. Il regime ha inoltre affermato, per bocca del comandante in capo dell’esercito Amir Hatami, che la sicurezza dello Stretto è la sua linea rossa.
Attenzione a quello che si muove sul fronte politico interno statunitense. Un gruppo ristretto di senatori repubblicani sta lavorando a un’autorizzazione all’uso della forza militare contro l’Iran, da attivare nel caso di una ripresa delle ostilità. La proposta potrebbe essere esaminata con procedura accelerata grazie al War Powers Act, consentendo un rapido voto al Senato. Il testo allo studio prevederebbe limiti all’impiego di truppe di terra e una durata definita del conflitto. Le mosse politiche si inseriscono in un contesto operativo sempre più teso. Gli Stati Uniti hanno infatti ammesso di aver modificato le regole d’ingaggio, autorizzando attacchi preventivi contro minacce imminenti, incluse le imbarcazioni veloci dei pasdaran e le postazioni missilistiche iraniane. Secondo fonti militari americane, sei piccole imbarcazioni iraniane sono state neutralizzate mentre cercavano di interferire con la navigazione commerciale, e sono stati intercettati missili e droni lanciati da Teheran. L’inasprimento dello scontro ha avuto effetti immediati anche su Israele. Un funzionario militare ha riferito che lo Stato ebraico è entrato in «stato di massima allerta» proprio dopo l’intercettazione dei vettori iraniani da parte degli Stati Uniti. «L’esercito israeliano sta monitorando attentamente la situazione e rimane in stato di massima allerta», ha spiegato la fonte, segnalando il timore di un allargamento del conflitto. Teheran, dal canto suo, continua a rilanciare sul piano comunicativo. I media statali hanno diffuso una mappa che attribuirebbe all’Iran il controllo di fatto dell’intero Stretto, estendendo simbolicamente la propria influenza fino alle coste emiratine. Una rappresentazione più politica che militare, accompagnata dall’ipotesi di consentire il transito alle navi non legate a Stati Uniti o Israele previo pagamento di un pedaggio. Intanto proseguono i contatti diplomatici con l’Oman per definire un protocollo di sicurezza marittima, ma le posizioni restano distanti. Teheran accusa Washington di avanzare richieste «massimaliste», mentre gli Stati Uniti insistono su una strategia di pressione. Sul terreno si registrano nuovi episodi. In Oman, a Bukha, un edificio residenziale è stato colpito in circostanze ancora da chiarire, causando due feriti. Nelle stesse ore, una nave mercantile è stata fermata dalle autorità iraniane per un controllo, mentre una petroliera ha segnalato di essere stata colpita al largo di Fujairah. «Ogni centimetro di queste acque è sotto il nostro controllo», ha scritto su X sempre il capo dell’esercito iraniano Amir Hatami. Una dichiarazione che sintetizza il clima di contrapposizione crescente.
Si ricomincia: altri raid sugli Emirati
Dopo quasi un mese di tregua nei cieli degli Emirati Arabi Uniti, le allerte missilistiche sono scattate di nuovo ieri. Stando a quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, il regime iraniano ha lanciato quattro missili da crociera diretti contro il Paese: tre sono stati intercettati, mentre l’ultimo è precipitato nelle acque del Golfo.
Poco dopo l’annuncio, come riportato dal Khaleej Times, le autorità degli Emirati hanno comunicato lo scoppio di un incendio nell’impianto petrolifero di Fujairah, a seguito di un attacco con droni. Nel raid «tre cittadini indiani hanno riportato ferite di media entità e sono stati trasportati in ospedale per le cure».
Le allerte negli Emirati sono scattate a partire dalle 17.00, con i residenti che hanno ricevuto sui cellulari almeno quattro alert. Come ha mostrato una fonte della Verità presente sul posto, negli avvisi la popolazione è stata invitata «a cercare immediatamente un luogo sicuro nell’edificio protetto più vicino, tenendosi lontani da finestre, porte e aree aperte». A distanza di dieci minuti dal primo avviso, è arrivato un altro messaggio in cui si comunicava il cessato allarme. Successivamente però sono seguiti altri tre avvisi, a breve distanza l’uno dall’altro. Il ministero della Difesa emiratino ha poi confermato su X che «i rumori uditi in varie parti del Paese sono il risultato dell’intercettazione di missili balistici, missili da crociera e droni da parte dei sistemi di difesa aerea degli Emirati Arabi Uniti». Come rivelato dalla Cnn, Israele avrebbe svolto un ruolo cruciale nell’intercettazione dei vettori: una fonte ha spiegato che Tel Aviv avrebbe schierato «segretamente» negli Emirati Arabi Uniti un sistema di difesa aerea Iron Dome.
Mentre il Paese non si è fatto cogliere impreparato, sono già state annunciate alcune misure precauzionali. Il ministero dell’Istruzione emiratino ha comunicato che in tutto il Paese sarà introdotta «la didattica a distanza» per tutte le scuole, a partire da oggi fino almeno all’8 maggio. Nel frattempo, i raid iraniani hanno già avuto un impatto diretto sullo spazio aereo. Diversi voli diretti negli Emirati, a Dubai e a Sharjah, sono stati sospesi o dirottati verso Muscat.
Le parole di condanna da parte di Abu Dhabi non si sono fatte attendere. Il ministero degli Esteri degli Emirati, tramite una nota su X, ha affermato che «la ripresa degli attacchi da parte della Repubblica Islamica rappresenta una pericolosa escalation, un’azione inaccettabile e una minaccia diretta alla sicurezza e alla stabilità del Paese». E il Paese del Golfo si è riservato «il pieno e legittimo diritto di risposta alle aggressioni». Stando a quanto riferito da Channel 12, anche un alto funzionario emiratino avrebbe confermato: «Il regime iraniano ha iniziato ad attaccarci, noi reagiremo».
Inizialmente, Teheran ha rispedito le accuse al mittente: una fonte militare del regime ha reso noto all’agenzia Tasnim che l’Iran non ha alcun piano di colpire gli Emirati Arabi Uniti. Poco dopo, però, sembra che il regime abbia ammesso «l’errore». La televisione iraniana, riportando quanto affermato da un alto funzionario iraniano, ha comunicato che Teheran «non aveva intenzione di colpire gli Emirati Arabi Uniti».
Peraltro, l’agenzia di stampa dell’Oman ha reso noto che a Bukha, vicino allo Stretto di Hormuz, è stato colpito un edificio in cui risiedono gli expat. Nel momento in cui scriviamo, le autorità dell’Oman stanno ancora indagando sull’origine dell’attacco.
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Sigfrido Ranucci (Imagoeconomica)
Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal Coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal Coro che con il 6,14% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.
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Nicole Minetti (Ansa)
Ma dagli atti già noti e dalle dichiarazioni arrivate dal Paese sudamericano emerge un punto chiaro: l’adozione non fu di certo una procedura occulta. Anzi, fu un procedimento giudiziario, seguito dall’Inau - l’Istituto per l’infanzia e l’adolescenza dell’Uruguay - e concluso dal Tribunale di Maldonado, città vicina a Punta del Este. Anche le autorità uruguaiane che hanno avuto un ruolo nella vicenda e l’hanno seguita sin dall’inizio, hanno confermato più volte la regolarità del percorso. Pablo Abdala, ex presidente dell’Inau, ha spiegato che l’adozione fu condotta nel rispetto della legge. Yuria Troche, avvocata del minore nella fase iniziale, ha spiegato che furono rispettati i requisiti previsti dall’ordinamento uruguaiano.
Del resto, una parte di quegli atti non era sconosciuta. In Uruguay esisteva già una traccia pubblica del procedimento sin dal 2021, con l’editto del Juzgado Letrado de Primera Instancia di Maldonado, relativo al fascicolo «Minetti, Nicole Teresa Christina y Cipriani, Giuseppe» contro i genitori biologici del minore. L’oggetto era indicato chiaramente: separazione definitiva, adozione piena e perdita della potestà genitoriale. Non si trattava di un affidamento informale. Non si trattava di una pratica privata. C’era un procedimento giudiziario, con un numero di fascicolo, davanti a un tribunale uruguaiano. I genitori biologici e gli eventuali familiari interessati furono citati con editto. Avevano 90 giorni per comparire. E non lo fecero. C’era poi un altro elemento già noto: il Tribunale dei minori di Venezia, il 19 luglio 2024, ha dichiarato efficace in Italia l’adozione certificata nel febbraio 2023 dal tribunale uruguaiano di Maldonado. Nel decreto italiano si dà atto dello stato di abbandono del minore e della decadenza dei genitori biologici dalla responsabilità genitoriale.
La Procura di Milano sta ora acquisendo direttamente dall’Uruguay la documentazione ufficiale completa. Il materiale atteso riguarda dunque la sentenza originale, il fascicolo dell’adozione, gli atti dell’Inau, le relazioni tecniche, le verifiche sui genitori biologici, eventuali pendenze all’estero e gli altri profili emersi dopo le inchieste giornalistiche del Fatto Quotidiano e di Report.
La prima voce uruguaiana di rilievo è proprio quella di Abdala, ex presidente Inau dal 2020 al 2023. È stato proprio lui a spiegare che il bambino era entrato nel sistema di protezione nel 2018 e che il rapporto con Minetti e Cipriani si era sviluppato dal 2019. Secondo la sua ricostruzione, il percorso fu valutato dall’Inau, dai tecnici, da psicologi e dai giudici. Abdala ha parlato più volte di un legame affettivo già consolidato. Ha spiegato che il bambino aveva sviluppato un rapporto stabile con la coppia e che l’interesse del minore fu il criterio seguito dalle autorità. Ha anche riconosciuto l’esistenza di un’altra famiglia uruguaiana interessata all’adozione, ma ha chiarito che la decisione finale spettava all’istituto e ai giudici, che ritennero la famiglia italiana la soluzione migliore.
La seconda voce è quella di Yuria Troche. Troche ha seguito il minore nella fase iniziale del procedimento e ha difeso la regolarità dell’adozione. Ha ricordato che in Uruguay le adozioni sono sottoposte a controlli rigorosi, ancora di più quando riguardano minori con patologie.
La vicenda è stata spesso raccontata come una contesa sull’affidamento. Ma dagli atti e dalle ricostruzioni uruguaiane emerge un procedimento diverso: adottabilità del minore, separazione definitiva dalla famiglia biologica, perdita della potestà genitoriale e adozione piena. Resta il tema dell’altra famiglia uruguaiana. Esiste. Ma la sua esistenza non dimostra, da sola, l’irregolarità della procedura. In un procedimento di adozione decide il giudice, sulla base delle valutazioni tecniche, della storia del minore, del legame affettivo già esistente e delle sue condizioni di salute.
C’è poi il capitolo dell’avvocata Ana Mercedes Nieto. Qui le date contano. L’adozione si perfezionò nel 2023. Nieto e il marito Mario Cabrera morirono nel 2024 in un incendio in Uruguay. Giuseppe Cipriani, seguito insieme alla compagna dagli avvocati, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcatera, lo ha sottolineato nell’intervista al Corriere della Sera di ieri: l’adozione era già conclusa l’anno prima della morte dell’avvocata. Il pm Sebastián Robles ha chiesto il fascicolo dell’adozione per ricostruire il ruolo di Nieto e le perizie tecniche già acquisite sembrano orientare verso l’ipotesi dell’incidente. Secondo la difesa di Minetti e Cipriani, inoltre, Nieto non era l’avvocata della famiglia biologica, ma il difensore d’ufficio del minore dopo Troche. Anche questo cambia il quadro. Se il suo ruolo era quello di tutelare il bambino nel procedimento, e se la sua morte è successiva alla conclusione dell’adozione, il collegamento evocato in alcune ricostruzioni diventa molto più fragile. Cipriani ha detto che l’adozione è durata quasi quattro anni, «per rispettare la procedura: giudici, assistenti sociali, psicologi». Ha aggiunto che l’Uruguay «non è un Paese delle banane» e ha respinto l’accusa di adozione illegale.
Cipriani ha spiegato anche il punto della grazia. Il bambino malato, ha detto, doveva essere monitorato personalmente da Minetti; se lei avesse avuto l’affidamento in prova, non avrebbe potuto andare all’estero né stare con il figlio. Per questo ha definito la decisione del presidente Mattarella un «atto d’amore».
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Ansa
In Laguna, infatti, sbarcherebbero i megafoni del regime invece degli oppositori. Tuttavia, se la Ue non si fosse messa di mezzo, criticando la decisione del presidente Pietrangelo Buttafuoco e alla scelta dei vertici della fondazione non fossero seguite un’infinità di polemiche, nessuno o quasi si sarebbe accorto della presenza di artisti russi. Come peraltro nessuno si è accorto che il padiglione della Repubblica di Cuba alla 61° Biennale si intitola «Hombres libres/Free Man».
Che un regime responsabile della carcerazione di migliaia di oppositori politici, di giornalisti e attivisti dei diritti umani, proponga una riflessione sulla libertà, pare uno sberleffo nei confronti di chi da anni reclama per l’Avana il passaggio alla democrazia. E però la mostra che verrà aperta al Giardino bianco non ha suscitato scandalo. Così come l’Europa non ha avuto nulla da ridire se la Cina, non proprio un campione di liberalismo, all’Arsenale inaugurerà un’esposizione dal titolo «dream stream», ossia flusso dei sogni. Eppure, sia l’isola caraibica che la Repubblica popolare alle loro rassegne portano artisti autorizzati dal regime, non certo i dissidenti. Luis Manuel Otero Alcántara, prigioniero cubano da quasi cinque anni, proprio nei giorni in cui a Venezia si inaugura la Biennale ha trasformato il proprio dolore in un atto artistico e politico elencando, da dentro un carcere di massima sicurezza, tutte le persone scomparse a cui, essendo detenuto, non ha potuto dare l’estremo saluto. E Maykel «Osorbo» Castillo Pérez, rapper in prigione dal maggio del 2021 per aver cantato in strada una critica alla dittatura, per protesta si è cucito la bocca. Non va meglio a Pechino, dove ad Ai Weiwei, celebre artista contemporaneo, è stato a lungo sequestrato il passaporto per impedirgli di viaggiare, mentre Liu Xiaobo, critico letterario e scrittore cinese premio Nobel per la pace, è morto in carcere.
Nonostante questi esempi, nessuno si è indignato per la presenza di Cuba e Cina alla rassegna internazionale d’arte. Così come non c’è stato esponente politico o funzionario di Bruxelles che abbia trovato strana o quantomeno inopportuna la partecipazione alla mostra in Laguna di alcuni Paesi africani, dove la democrazia da anni appare un optional. E allora perché tutta questa indignazione a senso unico per il padiglione russo? L’arte non può essere impermeabile di fronte alla violazione dei diritti umani? Quindi perché non si vieta la presenza di Paesi come l’Iran? Se Teheran non si fosse tirata indietro all’ultimo per i noti problemi con gli Stati Uniti, rinunciando a portare in laguna i suoi artisti (come ha comunicato ieri), i vertici europei non avrebbero trovato affatto sconsigliabile la presenza. La Repubblica islamica ha massacrato migliaia di giovani nel solo mese di gennaio. Tuttavia, esporre delle opere benedette dagli ayatollah non è stato considerato una legittimazione del regime. Infatti, Bruxelles non ha minacciato di tagliare i fondi, cosa che poi ha fatto per la presenza di artisti russi. L’Iran non ha invaso altri Paesi, come invece ha fatto Putin. Vero, ma ha armato fino ai denti una serie di gruppi terroristici e se venisse consentito probabilmente non esiterebbe a usare una bomba atomica per cancellare Israele dalla faccia del Medio Oriente.
Però l’ipocrisia non si ferma ai due pesi e due misure applicati nei confronti di altre dittature, ma riguarda anche la stessa guerra senza quartiere scatenata contro Buttafuoco. Un’Europa che finge di non vedere le violazioni delle sanzioni verso Paesi che commerciano con Mosca e chiude gli occhi di fronte alle importazioni di gas liquido del valore di oltre un miliardo ha titolo per censurare un’installazione artistica, togliendo anche finanziamenti già stanziati? Il problema, dicono, è che a Venezia la voce della Russia sarà quella di Putin. Non è vero, perché il can can suscitato dalla querelle ha acceso i fari sulla questione. E dunque, ammesso che ci siano dissidenti che hanno voglia di parlare, la Biennale di Venezia può diventare una cassa di risonanza per tutti quelli che hanno qualche cosa da dire contro Putin. Certo, invece di invocare la censura sarebbe utile reclamare una maggiore attenzione. Ma per poterlo fare forse, prima di chiedere il bavaglio, bisognerebbe avere qualche cosa di utile da dire.
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