
Stavolta non si può nemmeno dire che bisogna attendere chissà quale indagine o inchiesta giornalistica: il video diffuso dai militanti di Gioventù nazionale è piuttosto chiaro. Si vedono i cosiddetti Antifa avanzare in gruppo, una decina, verso quattro ragazzi di destra, e poi via con le legnate. Hanno le spranghe, mollano calci e pugni, casomai le armi non bastassero. Tutto si è svolto a Roma, nel parcheggio di un supermercato. I militanti meloniani stavano attaccando manifesti nel giorno della commemorazione di Acca Larentia, e sono stati assaltati da un commando nella migliore tradizione della violenza politica da anni di piombo. Vedremo poi se la Digos fermerà qualcuno per l’aggressione.
Niente di strano, per chi abbia una pur superficiale conoscenza dell’attivismo: queste scene si ripetono da tempo immemore, spesso nella stessa maniera vigliacca. Di solito, la stampa e la politica progressiste usano ripetere che «la violenza è fascista» per definizione. È una bugia, ovviamente, ma che tutti sembrano avere serenamente accettato. E infatti, guarda un po’, anche in questa occasione non si respira certo grande sdegno per le legnate ammollate ai destrorsi. La sinistra politica ha per lo più evitato di fiatare in merito all’aggressione, per quanto fosse chiarissima e conclamata. Non un moto onesto di solidarietà, non una parola chiara di condanna o riprovazione, al massimo qualche riflessione persa in un mare di distinguo.
Dice ad esempio Francesco Boccia del Pd che «c’è un clima preoccupante. L’aggressione ai ragazzi di Gioventù nazionale e i colpi di pistola contro la sede della Cgil a Primavalle sono gravissimi. C’è una tensione alta che le forze politiche devono, tutte, stemperare». E fin qui è un bel pastone ma accettabile. Ecco però la precisazione: «È necessario», spiega Boccia, «essere netti nelle prese di distanza da violenze verbali e fisiche. Serve una assunzione comune di responsabilità. E vedere centinaia di braccia alzate che facevano il saluto romano, nel ricordo di Acca Larenzia, senza che ci fossero parole di critica e prese di distanza da parte dei partiti della destra mi ha preoccupato». Ah, ma dai, occorre esser netti. Meloni dovrebbe distinguersi da gente da cui ha preso le distanze da anni, ma il Pd può fare finta che gli sprangatori rossi siano passanti senza storia e senza connotazione politica.
È un atteggiamento che non stupisce affatto, per carità. Ma che stona in maniera irritante con tutte le patetiche uscite di tutti i leader e leaderini e mezze tacche progressiste che hanno passato anni a blaterare di «matrici». Ve lo ricordate? Dicevano: «Giorgia Meloni riconosca la matrice!». Che si trattasse dell’assalto alla Cgil o di una baruffa in centro storico, di una strage del passato o di un fatto di guerra, il coro intonava sempre la stessa richiesta: la matrice, la matrice! E allora adesso la riconoscano loro, la matrice. Affermino che è una matrice antifascista, e ammettano che il più delle volte l’antifascismo - oggi - è questo: violenza di piazza e di strada ai danni degli avversari politici.
Sappiamo già che non diranno niente del genere, mai. Continueranno a usare i soliti metodi: evitare, ignorare, censurare, giustificare. Lo hanno fatto dopo l’attacco alla Stampa, dopo ogni manifestazione in cui i sedicenti pro Pal hanno scatenato la guerriglia in strada, dopo ogni espressione di odio politico. Quando a pestare sono gli amici, si tace o si approva e si passa oltre. Anzi, spesso se le vittime appartengono a qualche titolo al mondo della destra, si cerca di suggerire che si siano meritato il trattamento brutale, le si demonizza e le si accusa.
In questo caso l’operazione di mistificazione è difficile da svolgere. Il commando antagonista ha aggredito dei giovani che non avevano nulla di bellicoso, e li ha menati anche forte, con colpi di bastone e di casco da moto. Le immagini sono evidenti: non sono stati assaliti chissà quali energumeni tatuati, chissà quali gerarchi in divisa. Se la sono presa, in branco acefalo, con dei ragazzi disarmati e inoffensivi. Proprio come avvenne nel 1978 ai ragazzi che stavano nella sede del Movimento sociale ad Acca Larentia: Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta furono assaltati da un commando rosso e finirono ammazzati. Intensità diversa, ma identici metodi (appena diverso il discorso per Stefano Recchioni, morto poco dopo duranti gli scontri di piazza con le forze dell’ordine).
I politici tuttavia sorvolano. E i giornali danno manforte. Ieri qualcuno non aveva nemmeno la notizia in prima pagina. Altri parlavano di generica aggressione, senza citare le ragioni politiche dell’assalto, senza aggiungere commenti strappalacrime o allarmi sulla tenuta della democrazia, come sempre avviene quando invece sono coinvolti a vario titolo militanti sinistrorsi.
In compenso, c’è grande attenzione a quanti hanno partecipato al tradizionale rito del presente. Dalle agenzie di Stampa si apprende che «la procura di Roma è in attesa delle informative da parte delle forze dell’ordine sulla commemorazione di Acca Larentia, che ha visto la partecipazione di oltre 1.000 appartenenti a movimenti di estrema destra, molti vestiti di scuro e incappucciati. Dopo l’arrivo del dossier da parte delle forze dell’ordine, i pm di piazzale Clodio apriranno formalmente un fascicolo di indagine per violazione delle leggi Mancino e Scelba».
Chiaro no? I veri violenti su cui insistere sono quelli che fanno i saluti romani in ricordo dei morti, mica quelli che bastonano.
Su questo (e non sul resto) si è espresso Angelo Bonelli di Avs, spiegando che l’appello alla pacificazione pronunciato da Giorgia Meloni contro la violenza politica non è «credibile se viene pronunciato proprio nel giorno in cui centinaia di neofascisti si radunano per fare apologia del fascismo, tra saluti romani e croci celtiche». Già, invece i militanti Antifa sono chiaramente impegnati a pacificare, a diffondere l’amore. Lo fanno con le spranghe non perché siano cattivi, ma solo per risultare un po’ originali.






