
«Gratteri usa toni forti, non c’è dubbio. Però nel merito è difficile attaccare chi sostiene che questa riforma indebolisce la magistratura, che è una riforma che piace ai mafiosi e ai massoni deviati perché rende più debole la magistratura che ha combattuto la mafia e il terrorismo». Dopo aver fatto la doverosa premessa che bene ha fatto il presidente Sergio Mattarella a invitare tutti ad abbassare i toni della campagna referendaria, Rosy Bindi - in una intervista alla Repubblica - riesce in poche righe a smentire sé stessa e a infilare una serie di falsità da non crederci.
Ma come? O stai con Mattarella o con Gratteri: dare contemporaneamente ragione a tutti e due è cosa certamente da democristiana, quale è l’ex pasionaria oggi volto del comitato del No, ma soprattutto è prendere per i fondelli gli italiani.
Come un pappagallo ripete il ritornello che «vogliono mettere sotto tutela l’autonomia della magistratura» (ma ovviamente non specifica dove risulta, né potrebbe farlo essendo il comma della riforma che tratta l’argomento un copia incolla della vecchia legge); come un pappagallo ripete le accuse di Gratteri ma si guarda bene di citare la fonte dalla quale risulterebbe che «mafiosi e massoni deviati» voteranno certamente Sì alla riforma (a noi non risultano sondaggi né studi in tale senso e comunque è un’affermazione cretina); come un pappagallo la Bindi rilancia la tesi di Roberto Saviano, secondo cui «la riforma rende più debole la magistratura che ha combattuto la mafia», quando è storicamente vero il contrario: Giovanni Falcone venne isolato, osteggiato e processato, ben prima che dalla mafia, dal Consiglio superiore della magistratura dominato dalle correnti che la riforma vuole abolire. Nino Di Matteo, pm in prima linea contro la mafia, ebbe a dire che il Csm così come è procede con metodi para-mafiosi (la frase che rilanciata dal ministro Nordio ha creato tanto scandalo, da cui l’intervento di Mattarella).
Insomma, pappagallo Rosy parla di cose che non conosce, e fino a qui non è che sia una grande novità. Dovrebbe fare due chiacchiere con il suo amico Romano Prodi, oggi sostenitore del No ma da premier - siamo nel 2008 - non poi così sicuro dell’onestà del sistema giudiziario che stava con il fiato sul collo al suo governo, in particolare all’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che guarda caso voleva riformare il sistema giudiziario: «L’investigazione», scrisse Prodi, «e l’azione penale fuori dai casi strettamente previsti dalla legge, magari con l’intenzione di ovviare a veri o presunti difetti di funzionamento del sistema politico, configurerebbe una vera e propria distorsione, per non dire eversione, del tessuto istituzionale». Mastella di lì a poche settimane fu indagato, il governo cadde per via giudiziaria, «in modo eversivo» come aveva preconizzato Prodi.
Un particolare: di quel governo Rosy Bindi faceva parte come ministro della Famiglia. Quando si dice «memoria corta».





