L’industriale francese Vincent Bolloré, patron di grandi gruppi come Canal+, Universal Music Group o ancora Vivendi, è finito sulla graticola mainstream d’Oltralpe per aver fondato un think tank di destra e «troppo» cristiano. Il suo nome: «Institut de l’Espérance». Tradotto in italiano: Istituto della Speranza.
Secondo Bloomberg News, che ha dato la notizia, alla creatura del magnate francese parteciperebbero anche altri grandi imprenditori transalpini. L’obiettivo: definire un’agenda di destra da sottoporre ai futuri candidati alle elezioni presidenziali del 2027. Tra i patron impegnati nel think tank figurerebbe anche Stanislas de Bentzmann, cofondatore e amministratore delegato di Devoteam, un gruppo specializzato nel settore tecnologico. Nel board ci sarebbero pure Jean-Christophe Thiery, numero uno delle edizioni Louis Hachette; Philippe Royer, già dirigente nelle reti tv di Bolloré, e la produttrice tv Chantal Barry.
Bloomberg cita fonti «vicine all’organizzazione» e rivela di aver consultato «una copia del manifesto, datata questo mese». Da essa avrebbe appreso che, nell’ultimo anno, l’Institut de l’Espérance avrebbe riunito i propri membri regolarmente. Le 36 pagine del manifesto conterrebbero un centinaio di idee di stampo conservatore. Ad esempio, il think tank non si accontenterebbe di limitare l’immigrazione ma punterebbe, tra l’altro, a contribuire all’aumento dei salari per i francesi. Un’altra proposta prevederebbe di destinare una quota delle case popolari esclusivamente ai cittadini transalpini. Altro tema trattato: la ridurre la spesa pubblica (fino al 49% rispetto all’attuale 57% del Pil).
L’Institut de l’Espérance proporrebbe anche di modificare le norme che fanno da corollario alla «libertà» di abortire, inserita nella Costituzione transalpina due anni fa, con il fortissimo appoggio del presidente francese Emmanuel Macron. Se questa proposta si concretizzasse, verrebbero abolite le leggi che puniscono severamente gli inviti a riflettere, rivolti da associazioni pro life, a chi vuole abortire. Da notare che, in Francia, l’aborto chirurgico può essere praticato gratuitamente e fino alla sedicesima settimana di gravidanza. Ebbene, al di là delle Alpi chi osa anche semplicemente proporre a delle future madri - magari in grande difficoltà e sole, quindi comprensibilmente angosciate per il futuro - di riflettere sulle opzioni alternative all’aborto, rischia due anni di carcere e una multa da 30.000 euro.
«Grazie» a questa smania abortista, nel 2024, in Francia, sono state soppresse esattamente 251.270 vite umane in grembo. Quasi l’equivalente degli abitanti di Verona o di Messina. Si tratta di un macabro «record» misurato dalla Direzione francese della ricerca, studi e valutazione delle statistiche (Drees). Invece, secondo l’Istat transalpino, nel 2025 è stato registrato il minor numero di nascite dalla seconda Guerra mondiale: 645.000. A forza di aborti e scarsa natalità, la Francia è costretta a fare i conti con gli effetti concreti della denatalità. Proprio in questi giorni il ministro dell’educazione, Édouard Geffray, ha rivelato che, entro il 2035, il sistema scolastico transalpino avrà 1,7 milioni di studenti in meno.
Nonostante il calo delle nascite e le sue ripercussioni sulla società, al di là delle Alpi non ci si deve azzardare a mettere in dubbio la supposta «bontà» dell’interruzione di gravidanza e l’utilità dell’immigrazione senza limiti. E così, se un think tank come quello di Vincent Bolloré avanza proposte anche per evitare problemi futuri, viene randellato, tra l’altro. anche da chi condivide la fede cristiana. Già, perché tra i cattolici francesi non sono pochi quelli che non sopportano Vincent Bolloré e i suoi canali tv, uno dei quali, C8, è stato addirittura chiuso dalle autorità francesi. Basta leggere un titolo del settembre scorso apparso sul sito di Libération, dedicato alla nascita di Le Cri, un periodico dei cattolici di sinistra, «per fare concorrenza alla stampa di Vincent Bolloré e Pierre-Edouard Stérin», un altro big cattolico dell’imprenditoria francese. A quelli che in Italia chiameremmo cattocomunisti non piace nemmeno il canale Cnews, sempre di Bolloré. Qui è intervenuto per anni Eric Zemmour, poi candidatosi alle presidenziali del 2022, dove è stato eliminato al primo turno. Va ricordato che la scorsa estate aveva fatto notizia un video pubblicato dalla testata conservatrice L’incorrect, nel quale si vedevano degli esponenti socialisti parlare in un bar, con due giornalisti di punta della radio pubblica France Inter, di come avrebbero contribuito alla sconfitta di Rachida Dati alle municipali. Sconfitta che è arrivata lo scorso marzo.
Chi grida al lupo, temendo di essere mangiato dall’Institut de l’Espérance, forse cerca solo di fabbricare un nemico perfetto per l’opinione pubblica. Preoccuparsi per la crescita e la sicurezza di un Paese non è solo una questione politica ma anche, e soprattutto, il futuro. Forse anche in Italia sarebbe utile avere un Vincent Bolloré.
Il primo viaggio apostolico in Europa di papa Leone XIV si è contraddistinto per la sobrietà e la delicatezza alle quali ci ha abituati il pontefice americano, salito al soglio di Pietro quasi un anno fa. Tuttavia, queste due virtù non hanno impedito al papa di parlare di temi «scomodi» per le orecchie secolarizzate di tante nazioni europee e occidentali, quali la difesa della vita dal concepimento alla sua fine naturale.
Ieri Leone XIV è arrivato nel principato di Monaco, dove è stato accolto dal sovrano di questo micro Stato, principe Alberto II, dalla moglie, la principessa Charlène e dai loro due figli gemelli. Già nel tragitto tra l’eliporto e il palazzo del principe, una folla di monegaschi, francesi e italiani, si è stretta attorno al corteo papale, testimoniando l’attaccamento del secondo Paese più piccolo del mondo alla sua fede cattolica che, ai piedi della Rocca, è religione di Stato.
Il sovrano monegasco ha pronunciato una allocuzione di benvenuto, dalla loggia del suo palazzo, sottolineando i legami particolari tra il principato di Monaco e la Santa Sede. Accanto al principe Alberto II c’era il Santo Padre che, prendendo la parola, ha sottolineato, a sua volta, «il profondo legame che» unisce Monaco alla «Chiesa di Roma e alla fede cattolica». Poi, Leone XIV ha evidenziato come Monaco abbia ricevuto «il dono della piccolezza, insieme a un’eredità spirituale viva» che rappresentano un impegno a mettere la «ricchezza al servizio del diritto e della giustizia, soprattutto in un momento storico in cui la dimostrazione della forza e la logica dell’onnipotenza feriscono il mondo e compromettono la pace». Nella Bibbia, come sapete» ha continuato il pontefice, «sono i piccoli a fare la storia! Le spiritualità autentiche coltivano questa consapevolezza. Bisogna avere fiducia nella provvidenza di Dio, anche quando prevale il senso di impotenza o di insufficienza, perché crediamo che il Regno di Dio sia simile a un minuscolo seme che diventa un albero», come scritto nel capitolo 13 del Vangelo di Matteo. «Certamente», ha precisato il Papa, «questa fede cambia il mondo solo se ci assumiamo le nostre responsabilità storiche». Di qui, l’invito a offrire «nuove mappe di orientamento capaci di arginare quelle spinte del secolarismo che rischiano di ridurre l’uomo all’individualismo e di fondare la vita sociale sulla produzione della ricchezza».
Ascoltando il primo discorso del pontefice, si aveva in effetti l’impressione che Leone XIV stesse mandando, con pacatezza, due avvertimenti. Uno, rivolto ai monegaschi, per invitarli a non dormire sugli allori della ricchezza materiale e di impiegarla per aiutare i meno fortunati. Un altro riguardava invece le nazioni europee e occidentali sempre più laicizzate. Paesi come quella Francia che circonda il piccolo principato di Monaco e nella quale Leone XIV ieri non ha messo piede, dove la secolarizzazione è considerata una sorta di «conquista sociale» e spacciata come un passo in avanti verso «progressi» quale l’aborto o l’eutanasia.
Ed è proprio della difesa della vita che ha parlato il Papa, sia nel primo discorso sia nei suoi altri interventi della giornata. Sempre dalla loggia del palazzo dei principi, Leone XIV ha ricordato che la religione cattolica di Stato «impegna i cristiani a diventare nel mondo un Regno di fratelli e sorelle, una presenza [...] pronta a proteggere sempre con amore ogni vita umana, in ogni momento e in ogni condizione, affinché nessuno sia mai escluso dalla tavola della fraternità».
Dopo un intervento nella cattedrale di Monaco, il Papa si è recato nella chiesetta di Santa Devota, la patrona del principato, che ne ospita le reliquie insieme a quelle di San Carlo Acutis. Qui ha incontrato i giovani cattolici e i catecumeni della città Stato, che riceveranno il battesimo a Pasqua. Parlando dei due giovani santi di epoche diverse, venerati in questo luogo di culto, il Papa ha invitato i giovani «a riflettere sul fatto che il bene è più forte del male, anche quando, a volte, sembra nell’immediato avere la peggio». Quindi ha ripreso il concetto delle piccole-grandi tracce lasciate da chi testimonia la fede in Cristo che è «un seme che può raggiungere e fecondare cuori e luoghi lontani», un grande messaggio di speranza per i giovani e non solo.
Il tema della difesa della vita è stato ripreso dal pontefice nell’omelia della messa da lui presieduta allo stadio Louis II di Monaco. Prendendo spunto dal brano del Vangelo proclamato qualche minuto prima, il Santo padre è partito dal «verdetto di Caifa» che «nasce da un calcolo politico che ha alla base la paura», per mostrare i «due moti opposti». Da una parte la «rivelazione di Dio» in Gesù Cristo che «mostra il suo volto come Signore onnipotente» e, dall’altra, «l’agire occulto di potenti autorità, pronte a uccidere senza scrupoli». Papa Leone XIV ha ribadito che «il Signore libera dal dolore [...] mentre manifesta il vero nome della sua onnipotenza: misericordia». Quella stessa «misericordia che salva il mondo: si prende cura di ogni esistenza umana, da quando sboccia nel grembo a quando appassisce e in ogni sua fragilità». Poi la citazione del suo predecessore: «come ci ha insegnato papa Francesco, la cultura della misericordia respinge la cultura dello scarto».
Un altro concetto sviluppato nell’omelia del Santo padre è stato quello dei tanti idoli che tutti noi veneriamo senza magari nemmeno accorgercene. Il Papa ha spiegato che la parola idolo significa «piccola idea» e cioè «una visione diminuita che rimpicciolisce non solo la gloria dell’Onnipotente [...] ma anche la mente dell’uomo». Il pontefice ha ribadito che «Dio non ci abbandona in queste tentazioni» provocate dagli idoli e «come insegna Sant’Agostino» nel De civitate Dei, «l’uomo si libera dal loro dominio quando crede in colui che per risollevarlo, ha offerto un esempio di umiltà».
Non è mancato l’appello per la pace. «Non abituiamoci al fragore delle armi, alle immagini di guerra!», ha detto il Papa. «La pace non è mero equilibrio di forze, è opera di cuori purificati, di chi vede nell’altro un fratello da custodire, non un nemico da abbattere».
Le elezioni comunali francesi si sono concluse con molte incognite e una sola certezza: la Francia è più divisa che mai. La mappa variopinta del Paese pare un caleidoscopio di nuance politiche.
Forse l’unico vincitore a metà è stata la destra moderata dei Républicains (Lr). Invece, i partiti meno brillanti sono stati quelli dell’«estremo Centro», ovvero macronisti e alleati. È vero che l’alleanza di centro ha vinto in alcune città medio-grandi, ma i successi auspicati prima del voto non si sono realizzati. A Le Havre, è stato confermato il sindaco uscente ed ex premier, Edouard Philippe. A Bordeaux, il centrista ed ex ministro dei Conti pubblici, Thomas Cazenave, ha battuto per un pelo (50,95%) Pierre Hurmic, il sindaco uscente, sostenuto dalle sinistre (49,05%). Ad Angers il primo cittadino uscente Christophe Bechu ha distanziato quasi del 20% il suo principale avversario. Idem ad Annecy dove l’ex ministro dell’Economia, Antoine Armand, ha ottenuto un vantaggio di circa 15 punti sul suo primo concorrente. Detto questo, va detto che i patti siglati dai centristi, talvolta in extremis tra il primo e secondo turno, non hanno convinto gli elettori, soprattutto nelle metropoli. È il caso di Parigi, dove Pierre-Yves Bournazel, candidato del partito centrista Horizon fondato dall’ex premier Philippe, aveva accettato di ritirarsi prima dei ballottaggi. Così facendo, ha portato virtualmente in dote alla candidata di destra Rachida Dati, quel 16% di voti da lui ottenuti al primo turno. Ma la strategia non ha funzionato. Stando al risultato finale, una parte consistente dei bournazelisti si è diretta verso il candidato socialista, Emmanuel Grégoire, che ha ottenuto il 50,52% delle preferenze, contro il 41,52% di Dati. Quest’ultima è una ex esponente Lr e, fino a poche settimane fa, ministro della cultura. Dati aveva anche ricevuto un endorsement dal presidente francese, tra i due turni. Tanto da farle dire: «Sono la candidata sostenuta da Emmanuel Macron ».
Anche a Lione, non è andata bene a Jean-Michel Aulas, ex presidente della squadra di calcio Olympique Lyon e candidato del centro e della destra moderata che ha perso, seppur per poco più di un migliaio di voti (49,33%). Il vincitore a Lione è stato Grégory Doucet (50,67%), sindaco uscente, ecologista duro e puro, che ha stretto un’alleanza «tecnica» con l’estrema sinistra de La France Insoumise (Lfi), prima del ballottaggio. Aulas ha annunciato ricorsi.
Tra gli altri partiti c’è chi ride e c’è chi piange. Il Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen e Jordan Bardella, ha registrato un successo storico a Nizza dove ha vinto l’alleato Eric Ciotti, contro il sindaco uscente centro-macronista ex Lr, Christian Estrosi. Le Pen ha dichiarato ieri di «aver vinto più città di quelle che speravamo», come Perpignan, Orange o Montauban. Tuttavia l’Rn non è riuscito a conquistare Marsiglia. Qui ha vinto il sindaco uscente di sinistra Benoit Payan (54,34%).
A sinistra, le alleanze «della vergogna», come erano state chiamate dagli avversari, tra i socialisti o i verdi e la sinistra estrema La France Insoumise (Lfi) non sono state vincenti a parte alcune eccezioni. Come detto, i socialisti si sono imposti nelle metropoli ma anche in alcune loro roccaforti, come Digione o Le Mans. A Roubaix, il deputato Lfi, David Guiraud, ha strappato il comune al centro destra.
Ai Républicains le cose sono andate forse un po’ meglio visto che i suoi candidati sono diventati sindaci in 1.219 Comuni. Gli Lr sono riusciti a strappare delle roccaforti socialiste come Limoges o Clérmont-Ferrant, dove la sinistra governava dal dopoguerra. Il presidente Lr, Bruno Retailleau, ha dichiarato ieri che il suo partito rappresenta: «Più che mai la prima forza politica locale di Francia».
E mentre le nuove amministrazioni comunali francesi si insediano, tra i neo sindaci c’è chi pensa già al prossimo autunno e, soprattutto, alla primavera 2027. A settembre, si terranno le elezioni senatoriali parziali. Si tratta di elezioni indirette, dove i senatori sono scelti da grandi elettori: consiglieri comunali o dipartimentali, sindaci e altri amministratori locali tra cui i neo eletti. L’anno prossimo ci saranno invece le presidenziali.
Ma se in Francia il partito presidenziale non è uscito particolarmente bene dalle municipali, in Germania, le cose non sono andate meglio per l’Spd. Nelle elezioni del land della Renania-Palatinato, svoltesi domenica, i cristiano-democratici della Cdu del cancelliere tedesco, Friedrich Merz hanno ottenuto il 30,9%, i socialdemocratici dell’Spd il 25,9%, AfD il 19,6% e i Verdi il 7,8%. I populisti hanno più che raddoppiato le preferenze rispetto al 2021. «La Cdu in Renania-Palatinato è tornata», ha dichiarato il candidato del partito di centrodestra, Gordon Schnieder. Per ottenere la maggioranza assoluta nel Parlamento regionale saranno però necessari 51 seggi. Schnieder ha nuovamente escluso un’alleanza con l’estrema destra dell’Afd che ha ottenuto il suo miglior risultato in un land dell’Ovest: 19,6% dei voti.




