La diocesi tace sui bambini del bosco. Però è l’unica che dovrebbe parlare
Molte anime belle sostengono, come ha fatto l’altro giorno la celebre sociologa Chiara Saraceno sulla Stampa, che attorno alla vicenda della ex famiglia nel bosco (ora famiglia dilaniata in nome del presunto superiore interesse dei minori) si è scritto e parlato troppo.
E in effetti anche le istituzioni sembrano molto preoccupate dalla presenza della stampa: per non attirare l’attenzione dei cronisti il tribunale ha impedito a Marina Terragni di farsi accompagnare da esperti per visitare i bambini, per il timore dei colleghi sembra che l’assistente sociale che segue i Trevallion abbia disertato l’incontro con la garante dell’infanzia. In ogni caso va di gran moda fra gli intellettuali più raffinati, quelli che sdegnano il populismo, la pancia del Paese, e senza aver ragionato un secondo sulle carte affermano che se i giudici hanno deciso così un motivo ci sarà pure, e che non bisogna fidarsi di quegli svalvolati in odore di antivaccinismo. Ovviamente, tutti questi fenomeni non solo danno dimostrazione di non aver approfondito i fatti, ma confermano che quella del silenzio è la via auspicata dalle istituzioni. Se i giornali e di conseguenza la politica non avessero seguito la storia di questa famiglia, il dramma si consumerebbe lontano da sguardi indiscreti, non si sarebbe mossa la garante e non ci sarebbero ispettori al tribunale dell’Aquila. In pratica, senza la stampa qualora ci fosse una ingiustizia (e a nostro parere già c’è) nessuno potrebbe porvi rimedio.
Qualcuno che ha scelto la strada del silenzio pressoché totale tuttavia c’è, anche se purtroppo si tratta di qualcuno che dovrebbe invece parlare e farsi sentire per una serie di motivi che ci apprestiamo a elencare. Si tratta della diocesi di Chieti-Vasto, la cui presenza sulla scena di questo triste spettacolo è evanescente, per usare un eufemismo. I Trevallion sono una famiglia che vive un momento di enorme difficoltà e attraversa una prova pesante. Avrebbero bisogno di un sostegno e un supporto, e ci pare che rientri tra le prerogative della istituzione cattolica dare conforto alle famiglie.
Ma c’è ovviamente di più. La casa protetta in cui si trovano i bambini - e i cui responsabili hanno preteso l’allontanamento della madre - è gestita dalla Fondazione casa accoglienza Genova Rulli che la carità cristiana come bussola, almeno stando allo statuto. Nel documento fondativo si legge che «l’assistenza, la cura, la vigilanza, l’educazione civile e religiosa degli ospiti della Casa Accoglienza è stata affidata, per espressa volontà dei Fondatori, alla Congregazione, delle Suore Figlie della Croce, dette di S. Andrea. In mancanza della disponibilità della suddetta Congregazione ad assolvere ai citati compiti, il Consiglio di amministrazione può affidarli ad altra Congregazione di suore con carisma specifico, ovvero ad una equipe educativa, composta da psicologi, educatori ed altre figure ritenute idonee».
Nel medesimo statuto si legge anche che «la Fondazione è amministrata da un Consiglio di amministrazione composto da sette membri, dei quali tre nominati dall’Ordinario Diocesano della Diocesi di Chieti-Vasto, due dal Sindaco della Città di Vasto e due dal Presidente del Capitolo della Concattedrale di Vasto». Insomma la diocesi indica direttamente tre membri del cda su sette, dunque ha per forza di cose un ruolo fondamentale. Ma come è possibile allora che proprio la struttura di accoglienza abbia richiesto di allontanare mamma Catherine dai suoi bambini?
Qualche giorno fa, parlando a Tv Verità, l’autorevole Tonino Cantelmi, esperto molto apprezzato nel mondo cattolico, si è rivolto direttamente al vescovo di Chieti-Vasto chiedendo un suo intervento. Per altro, come lo stesso Cantelmi ha notato, il monsignore in questione non è uno qualsiasi, ma un nome noto e apprezzato, un intellettuale e saggista famoso, un teologo che a dicembre ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Vasto: l’arcivescovo Bruno Forte.
Sua eminenza, in effetti, ha preso parola sulla vicenda, ma ormai molto tempo fa, a novembre, pochi giorni dopo l’allontanamento dei bambini da casa. In quella occasione, su Il Centro, Forte aveva scandito parole pacate ma pregnanti. «Era proprio necessario un pronunciamento da parte dell’autorità giudiziaria?», scrisse. «Non sarebbe potuta bastare un’interlocuzione più articolata fra le istituzioni locali, scolastiche e amministrative, e i detentori dell’autorità parentale? In coscienza, ritengo che questo dialogo poteva e doveva essere proposto e perseguito con determinazione: non so se e fino a che punto questo sia avvenuto, ma da quanto i media ci hanno fatto conoscere non mi sembra che sia stata la via prioritariamente perseguita».
Frasi più che condivisibili, le quali però non sono evidentemente state accolte dal tribunale e nemmeno dalla casa protetta. Da allora, più nulla nonostante le numerose sollecitazioni. Per questo abbiamo provato a chiamare monsignor Forte, che però non sembra avere gradito molto. Ci ha risposto di avere già parlato, e ci ha rimandato al suo vecchio articolo. Gli abbiamo fatto notare che nel frattempo era successo di tutto, e che la casa protetta dipende in buona parte dalla diocesi. Ma il monsignore ci ha risposto che non intende esprimersi, anche perché, dice, i media non hanno fatto un buon servizio in questa storia. Viene da dire che i media, almeno, un servizio hanno provato a farlo, altrimenti sarebbe appunto calato il silenzio. Forte ci ha anche detto di avere già incontrato la famiglia, ma ci risulta che in realtà non abbia avuto un vero e proprio incontro: sotto Natale è passato a visitare la casa protetta, una visita ordinaria, viene da dire, come se ne fanno tante. Non ha incontrato Nathan Trevallion, e non pare abbia avuto chissà quale interazione con Catherine.
In ogni caso, il tempo per rimediare non manca. I Trevallion hanno bisogno di appoggio per affrontare le assurde peripezie a cui una parte dello Stato li sta sottoponendo. Un piccolo segnale del vescovo sarebbe importante, e nemmeno troppo faticoso da mandare.





