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Sono le sale di Palazzo Reale di Milano ad ospitare (sino al 17 maggio 2026) una grande monografica dedicata a Robert Mapplethorpe, tra i fotografi più originali e controversi del Novecento. Fra scatti noti e immagini inedite, esposte oltre 200 opere, dai primi collage ai famosissimi nudi.
Una vita breve ma intensa quella di Robert Mapplethorpe (1946 -1989), il fotografo newyorkese «bello e dannato » che più di ogni altro è riuscito a scandalizzare con le sue immagini di nudi e che ancora oggi si porta cucita addosso l’etichetta di «provocatore», di artista trasgressivo che è andato oltre ogni tabù, oltrepassando il limite fra «arte » e «pornografia ». Un’esistenza fatta di amori importanti (in primis quello con Patty Smith) e di incontri di una notte, di donne e di uomini, bianchi e di colore. E poi la droga, speed-ball, marijuana, LSD e infine l’AIDS, che lo portò via a soli 43 anni.
A fare da contorno la New York fra gli anni ’60 e ’80, l’Hotel Chelsea e il Greenwich Village, Andy Warhol e la pop art. E’ questo il mondo effervescente, creativo, assetato di libertà e di nuovi linguaggi (ma anche profondamente segnato dalla guerra in Vietnam) che ha visto nascere, crescere ed affermarsi la genialità artistica di Mapplethorpe , studi di grafica pubblicitaria e il desiderio di diventare pittore, aspirazione che cambia quando l’amica regista Sandy Daley gli regala una polaroid: con questa fra le mani, Mapplethorpe inizia a studiarsi negli «autoritratti », a rappresentarsi in pose omoerotiche e a rendere arte - grazie anche all’incontro con Tom of Finland, disegnatore finlandese le cui illustrazioni hanno notevolmente influenzato la cultura gay del ventesimo secolo - ciò che ancora era considerato tabù. Ossessionato dai canoni estetici della classicità , i nudi di Mapplethorpe sono di una plasticità straordinaria, talmente perfetti da sembrare statue, muscoli guizzanti sotto la pelle lucida, intimità rivelate senza filtri, quasi ostentate da un uso sapiente del bianco e nero, luci e ombre che non nascondono, ma mostrano…
Che la fotografia di Mapplethorpe sia «ad alto tasso erotico » è innegabile, ma, paradossalmente, la sua arte, anche quando sfocia nel feticismo e nel sadomaso, è quanto di più lontano possa esserci dal porno: mai volgare, alle base di tutti i suoi lavori c’è un’estetica precisa, una ricerca del bello che anela all’assoluto. La sua è un’estetica nuova, libera da ogni pregiudizio, che guarda con gli stessi occhi uomini e donne, sesso e bello artistico. Mapplethorpe non giudica, rappresenta la bellezza. E la bellezza non ha genere. E’ universale. Una bellezza che coglie anche nei fiori ( tra i suoi soggetti preferiti), rappresentati anche a colori e con la stessa cura riservata alle persone. I fiori di Mapplethorpe sono still life perfetti di calle, orchide e tulipani studiati nei minimi dettagli, che celebrano l’intensità della vita e la sua caducità. Ma questi stessi fiori, che in fondo sono gli organi riproduttivi delle piante, sono anche evidenti simboli sessuali, perché come ha scritto qualche decennio fa Adriano Altamira, esponente di spicco della scena artistica italiana degli anni ’70 «…Mapplethorpe ha usato la natura morta come un genere allusivo, e ha fatto del nudo - indifferentemente maschile o femminile - una forma di studio botanico». Nei fiori come nei nudi, alla base della sua ispirazione artistica ci sono sensualità e ricerca di perfezione fisica, come racconta ognuna delle oltre duecento opere esposte nella bella mostra milanese, curata da Denis Curti, promossa da Comune di Milano-Cultura e prodotta da Palazzo Reale e Marsilio Arte in collaborazione con la Fondazione Robert Mapplethorpe di New York.
La Mostra a Palazzo Reale
Suddiviso in varie sezioni tematiche, il percorso espositivo si apre con una serie di collage giovanili, opere rare e poco note al grande pubblico realizzate con ritagli di riviste pornografiche, disegni, indumenti, oggetti vari e feticci religiosi, lavori molto interessanti e per lo più di piccole dimensioni che introducono agli straordinari, giganteschi ritratti della «sacerdotessa » Patty Smith e della campionessa mondiale di bodybuilding Lisa Lyon, bellezza androgina che va oltre le convenzioni di genere e che Mapplethorpe immortala secondo i canoni estetici della bellezza classica, muscoli tesi e corpo statuario, disegnato dall’uso di un bianco/nero perfetto.
Immagini potenti, che coniugano rigore formale e tensione emotiva, lo stesso «mix esplosivo» che si ritrova nei numerosi autoritratti , testimoni di un’intera esistenza e specchi di un’anima poliedrica, in cui convivono maschile e femminile, purezza e trasgressione, gioia e dolore: particolarmente intensi gli ultimi, quelli di un Mapplethorpe ormai segnato dalla malattia, il bel volto emaciato e smagrito, corroso da un male che non perdona, «punizione divina » - direbbe qualcuno - per una fatta di eccessi e sregolatezza. Di straordinaria bellezza anche i ritratti di amici e celebrity, da Andy Warhol a Peter Gabriel, passando per Yoko Ono e Isabella Rossellini, realizzati con una cura maniacale per l’equilibrio e la luce, così perfetti da trasfigurare il soggetto in leggenda.
Dopo una parte dedicata alla «sensuale carnalità » dei fiori e una ricca carrellata di nudi maschili, - figure intere e particolari - a chiudere il percorso una raccolta di scatti che evidenziano il legame fra la fotografia e la statuaria classica, forme perfette che prendono vita sotto la spinta del desiderio, come sosteneva lo stesso Mapplethorpe («solo nel desiderio la forma diventa pienamente viva») e come recita il titolo della mostra, «Robert Mapplethorpe.Le forme del desiderio ».


















