Tra le norme il ritorno del «modello Albania» e le restrizioni sui ricongiungimenti familiari. Punti cardine: «l’interdizione dell’attraversamento del limite delle acque territoriali» per 30 giorni, prorogabili fino a 180 in caso di rischi di terrorismo o pressione migratoria eccezionale.
Andrea Delmastro (Imagoeconomica)
Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro: «La reclusione nel Paese d’origine di chi commette reati è possibile solo con il consenso del reo. Il ricorso del detenuto contro il provvedimento del giudice non dovrebbe più sospendere gli allontanamenti. Serve più durezza».
«Grazie all’operazione verità, fatta dalla Verità. Sono quotidianamente assediato da richieste di provvedimenti svuotacarceri, sul presupposto che saremmo un sistema carcerocentrico. Se abbiamo circa 60.000 detenuti e 144.822 persone “in area penale esterna”, vuol dire che sono più quelli fuori che dentro».
Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia, interviene sul tema sollevato dal direttore Maurizio Belpietro nell’editoriale di ieri. Uno su cinque di coloro che usufruiscono di misure alternative alla detenzione è straniero. Ci sono 30.279 immigrati, condannati per reati anche reiterati, che restano in circolazione. Liberi di tornare a delinquere come spesso capita. Spedirli in galera sembra un’impresa quasi impossibile e, se ci sono stati, non si conoscono i provvedimenti di revoca delle pene alternative.
Sottosegretario, possibile che non ci sia una soluzione?
«La questione va affrontata soprattutto per i 50.000 stranieri con problemi di giustizia nel nostro Paese: oltre 30.000 in area esterna e 20.000 nelle carceri. Problema ancora più inquietante nel Nord Italia, dove maggiore è la presenza di immigrati. Basti pensare che nella casa circondariale Bozza di Bologna ci sono 377 detenuti italiani e 493 stranieri; al San Vittore di Milano gli italiani sono 318 e ben 621 gli stranieri».
E rispedire nei Paesi d’origine chi ha commesso reati in Italia?
«Le misure possibili sono due. La detenzione nel Paese d’origine di chi commette reati, che prevede però il consenso da parte del detenuto. Può essere d’accordo a scontare la pena ” casa sua”, dove magari ha famiglia, ma non è una strada che offre molte adesioni. Difficilmente chi ha assaggiato la civiltà delle nostre galere decide di tornare in Nord Africa o da dove proveniva».
Non credo che si dimezzerebbe il gran numero di stranieri condannati, che circolano per le nostre strade.
«Bisogna fare accordi. La scorsa settimana abbiamo siglato un trattato bilaterale con la Tunisia che si è resa disponibile, sempre previo consenso del detenuto, all’esecuzione penale presso il Paese d’origine. E stiamo spiegando questa opportunità ai detenuti, nella loro lingua. L’altra misura prevista è l’espulsione».
Ecco, appunto, perché non si ricorre più spesso all’allontanamento dello straniero che delinque?
«L’espulsione deve sempre passare da un provvedimento giudiziale, siamo riusciti ad aumentarne il numero del 20% da quando si è insediato questo governo e del 10% dal 2024 al 2025. C’è una difficoltà esecutiva che stiamo cercando di risolvere, perché gli Stati africani fanno resistenza legale a queste misure. Per loro non sono gravose, in quanto le persone espulse arriverebbero libere, ma invocano problemi di sicurezza. Vogliono il passaporto di chi intendiamo espellere, quando il più delle volte gli immigrati ne sono privi; vogliono essere certi che sia un loro connazionale, avanzano una richiesta molto formale di documentazione. Stiamo lavorando per ammorbidire le procedure».
Quindi, trovando i giusti accordi, l’espulsione è la strada più percorribile?
«Sicuramente. E bisognerebbe far sì che il ricorso del detenuto contro il provvedimento del giudice non sospenda più la misura dell’espulsione, come oggi avviene».
Intanto, come si mette un freno alle aggressioni degli «adulti in area penale esterna», che risultano fuori controllo?
«A fronte della violazione di talune prescrizioni in misura alternativa alla detenzione, bisognerebbe intervenire con più durezza. Ma non compete alla politica».
Lei non lo dice ma è evidente, deve essere la magistratura agire diversamente.
«Sono scelte di un altro potere. Certo, io non da sottosegretario ma da cittadino a volte mi chiedo perché persone che, pur beneficiando di una misura di grande magnanimità e generosità che è quella alternativa alla detenzione, violino le prescrizioni e non finiscano in carcere. La qualificazione giuridica del reato, la meritevolezza della misura alternativa sono fatti interpretativi. Ritengo che i provvedimenti dei giudici debbano essere eseguiti e rispettati, ma possono essere discussi».
Si riferisce a qualche provvedimento recente?
«Sono stranito di vivere in una nazione dove chi prende a martellate un poliziotto non viene imputato di tentato omicidio e beneficia immediatamente di una misura alternativa alla carcerazione preventiva. Non conosco il fascicolo processuale del vicebrigadiere condannato a tre anni per “eccesso colposo nell’uso legittimo di armi”, ma non ho visto altrettanta magnanimità».
Nemmeno le attenuanti generiche gli sono state concesse.
«Che in Italia non si negano a nessuno. A un carabiniere sì? Così come sono stranito che persone che sono già state giudicate per altri reati, pur violando determinate prescrizioni continuino a godere di questi privilegi alternativi. Devono tornare in carcere. Ritengo che i giudici debbano essere inamovibili, indipendenti ma non insindacabili: solo gli ayatollah rivendicano l’insindacabilità. Il premier Giorgia Meloni l’ha detto chiaramente, dobbiamo tutti lavorare per la sicurezza. Noi ci stiamo provando, però ognuno deve fare la sua parte».
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Matteo Piantedosi (Ansa)
L’Eurocamera approva le modifiche alle norme sulle procedure d’asilo. Nell’elenco pure Bangladesh, Marocco e Tunisia. Piantedosi: «Successo del nostro governo».
Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia: sono i sette Stati che l’Unione europea ha designato come «Paesi d’origine sicuri», secondo la relazione dell’eurodeputato di Fdi, Alessandro Ciriani per la creazione di un elenco Ue. Lista approvata ieri, insieme agli hub per migranti, dal Parlamento Ue con 408 voti a favore, 184 contrari e 60 astensioni. Chi proviene da questi Paesi e chiede asilo in uno Stato membro vedrà la propria domanda esaminata secondo una procedura accelerata, potrà essere detenuto in appositi centri di trattenimento ed espulso con più facilità e rapidità.
Anche i Paesi candidati all’adesione all’Ue saranno presunti sicuri. Per quanto riguarda gli hub in Paesi terzi, le nuove norme consentono agli Stati Ue di concludere accordi per l’esame delle domande in loco. L’ok definitivo alla revisione del regolamento Ue è arrivato dalla maggioranza sostenuta dal Ppe e dalle destre con la conferma del modello Italia, tra esternalizzazione e cooperazione con gli Stati di transito per scardinare il business dei trafficanti di uomini. Tutto mentre il Consiglio dei ministri, previsto per oggi, si prepara a varare il nuovo pacchetto immigrazione, anticipato dal ministro Matteo Piantedosi. «L’approvazione dei due regolamenti europei relativi alla lista e al concetto di Paese terzo sicuro è un grande successo del governo italiano che ha saputo con determinazione e convinzione far valere le proprie posizioni in materia di migrazione in Europa» ha affermato il titolare del Viminale. Secondo Piantedosi, «il concetto di “Paese terzo sicuro” introduce criteri più chiari che consentiranno agli Stati di valutare l’inammissibilità della domanda di asilo, qualora il richiedente abbia transitato in un Paese terzo sicuro nel quale avrebbe potuto ottenere una protezione effettiva. Finalmente la svolta chiesta dall’Italia in materia di immigrazione c’è stata».
«C’è stata una maggioranza di centrodestra, nettamente, contro il tentativo della sinistra di bloccare questo importante provvedimento a difesa dei confini europei. Finalmente i richiedenti asilo che a cui verrà rigettata la domanda di asilo potranno essere rimpatriati subito. Non dovremo più attendere, non ci sarà più nel frattempo il provvedimento di sospensiva del procedimento. Addirittura, potranno sostare negli hub nei Paesi terzi, per esempio in Albania, in attesa del giudizio definitivo» ha dichiarato l’eurodeputata della Lega, Susanna Ceccardi.
«Anche oggi la sinistra, che chiede sempre maggior sicurezza, si è distinta per fare il contrario. Ha votato contro questo provvedimento, che è un provvedimento per la sicurezza dei nostri cittadini» ha aggiunto l’eurodeputata Anna Maria Cisint.
L’eurodeputata Isabella Tovaglieri ha sottolineato il risparmio economico: «Tutti quei ricorsi ovviamente strumentali che venivano promossi, poiché durante la pendenza del ricorso il rimpatrio era sospeso, erano tutti frutto di un gratuito patrocinio, che però gratuito non era perché il patrocinio è a carico dello Stato, quindi era pagato dai cittadini italiani. Oggi, grazie al fatto che la sospensiva non esiste più ma il rimpatrio è immediato, la mole di ricorsi calerà drasticamente e i tribunali non saranno più ingolfati».
Prevedibile l’immediata sollevazione di 39 Ong che hanno lanciato un appello per escludere la Tunisia dall’elenco perché «Stato autoritario e non sicuro».
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(Ansa)
- La svolta ai cortei contro il G20 del 2017: da allora nel continente il copione degli scontri è lo stesso. Come pure tanti protagonisti.
- Le Procure si concentrano sulle attività illegali che forniscono entrate aggiuntive.
Lo speciale contiene due articoli.
Il caso Askatasuna, a Torino, rappresenta oggi uno degli esempi più chiari di come l’antagonismo italiano abbia superato la dimensione della protesta radicale per assumere tratti strutturalmente violenti e insurrezionali. Gli scontri che hanno investito il capoluogo piemontese, con 108 feriti tra le forze dell’ordine (96 poliziotti, cinque carabinieri e sette finanzieri) e una città paralizzata, non sono il risultato di una degenerazione improvvisa, ma l’esito coerente di una cultura dello scontro coltivata nel tempo, fondata sulla delegittimazione sistematica delle istituzioni e sull’uso della violenza come strumento politico ordinario. L’antagonismo che ruota attorno ad Askatasuna non agisce in isolamento. Al contrario, si inserisce in una rete nazionale ed europea che comprende centri sociali strutturati, collettivi antagonisti e gruppi informali capaci di mobilitarsi rapidamente, spostare militanti da una città all’altra e convergere su obiettivi ritenuti simbolici. Torino, Roma, Milano e il Nord-Est costituiscono snodi italiani di un circuito che dialoga stabilmente con ambienti analoghi in tutta Europa. In questo quadro, Askatasuna ha svolto nel tempo una funzione di hub ideologico e operativo, in grado di attrarre militanti esterni e di fungere da punto di coagulo per azioni ad alto tasso di conflittualità.
Il punto non è soltanto chi scende in piazza, ma come: catene di comando informali, gruppi di copertura, servizi d’ordine paralleli, staffette e un apparato comunicativo che spesso si muove su canali chiusi e messaggistica cifrata. Durante le azioni, hanno documentato gli investigatori della Digos, sono stati usati addirittura i disturbatori di frequenza elettronica (jammer), per rendere più complicate le comunicazioni tra gli operatori delle forze dell’ordine. L’attenzione di Digos e carabinieri del Ros è tutta concentrata sull’area antagonista e anarco-insurrezionalista. Una materia calda, che ribolle. Perché alcuni gruppi provano a compattare il fronte contro quella che chiamano «deriva securitaria» del governo. È una parola che gira, torna e rimbalza sui canali social monitorati. Dentro c’è di tutto. Una massa di attivisti che sa muoversi. Che ha già incendiato diverse piazze: più volte a Torino, ma anche a Roma e a Milano. Sempre grandi manifestazioni, sempre lo stesso copione. Con specialisti della guerriglia urbana, non improvvisati, come protagonisti. Con rinforzi che arrivano anche da oltre confine: Francia, Spagna e perfino Turchia e Grecia. A loro si sono saldati anche minorenni, ragazzi di seconda generazione. I cosiddetti «maranza».
Il modello operativo di riferimento è quello dei Black Bloc, non come organizzazione formalizzata ma come tattica militante condivisa. Piccoli gruppi vestiti di nero, con volto coperto, si muovono all’interno di manifestazioni formalmente legali con l’obiettivo di trasformarle in episodi di guerriglia urbana. La violenza non è reattiva né casuale, ma preordinata: sopralluoghi preventivi, studio dei dispositivi di contenimento, comunicazioni criptate, accumulo di materiali offensivi, definizione di ruoli e vie di fuga. Questo schema, emerso in modo plastico durante il G20 di Amburgo nel 2017, è diventato patrimonio comune dell’antagonismo europeo ed è oggi replicato, con adattamenti locali, anche nel contesto italiano. A renderlo più efficace è l’esistenza di una logistica leggera ma capillare: spostamenti organizzati, ospitalità in spazi occupati, raccolta fondi attraverso iniziative formalmente lecite e una condivisione diffusa di tecniche di scontro.
In questo quadro si inserisce un ulteriore fattore di radicalizzazione: la galassia dei gruppi pro Palestina che opera in prossimità dell’area antagonista. In numerosi contesti italiani ed europei, la causa palestinese viene progressivamente utilizzata non come piattaforma politica o umanitaria, ma come cornice mobilitante per la conflittualità violenta. Cortei formalmente dedicati a Gaza o al cessate il fuoco diventano spazi di convergenza per militanti antagonisti, Black Bloc e anarchici insurrezionalisti, che sfruttano l’emotività del conflitto per legittimare lo scontro con lo Stato. In questo processo, slogan e simbologie pro Pal finiscono spesso per sovrapporsi a narrazioni di giustificazione della violenza, con uno slittamento dalla solidarietà politica alla normalizzazione dell’azione fisica contro forze dell’ordine e istituzioni. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di strutture direttamente riconducibili a organizzazioni terroristiche, ma di ambienti di contiguità, nei quali il confine tra attivismo radicale ed estremismo si fa sempre più labile. L’antagonismo italiano si inserisce in un ecosistema transnazionale di violenza politica, dove in Europa convivono estrema sinistra, aree autonome storiche e ultradestra radicale: mondi ideologicamente opposti ma uniti da pratiche simili, da una logica di conflitto permanente e da una crescente legittimazione della violenza contro lo Stato.
In Francia l’anarchismo violento si manifesta soprattutto attraverso la tattica dei Black Bloc, protagonisti delle grandi mobilitazioni sociali e responsabili di azioni di guerriglia urbana, incendi e attacchi a obiettivi simbolici. A questa galassia si affiancano le Zad (Zones à Défendre), territori occupati che hanno rappresentato vere aree di conflitto strutturale con le istituzioni, come nel caso di Notre-Dame-des-Landes. In Germania il fenomeno appare più radicato e organizzato. I gruppi degli Autonomen, attivi dagli anni Ottanta soprattutto ad Amburgo, Berlino e Lipsia, mostrano una forte continuità organizzativa e un ricorso sistematico alla violenza contro polizia e infrastrutture. Nel Regno Unito Londra è uno dei principali epicentri europei della polarizzazione violenta, dove manifestazioni e contro-manifestazioni degenerano frequentemente in scontri. Sul fronte dell’ultradestra, Combat 18 rappresenta un nodo storico del neonazismo europeo, ispirato alla dottrina della «resistenza senza leader», mentre movimenti come l’English Defence League hanno contribuito a radicalizzare lo spazio pubblico, alimentando una dinamica simmetrica di escalation. Nei Paesi Bassi l’antagonismo è meno strutturato ma altrettanto insidioso: reti fluide e temporanee emergono su temi come immigrazione e ambiente, con Amsterdam e L’Aia divenute piattaforme logistiche dell’estremismo europeo. Nel Nord Europa il baricentro della minaccia è invece l’estremismo neonazista organizzato, con il Nordic Resistance Movement attivo tra Svezia e Danimarca. Copenaghen resta infine uno storico crocevia dell’antagonismo continentale, grazie a spazi autonomi che hanno svolto nel tempo una funzione di hub culturale e logistico transnazionale.
Il dato centrale che emerge, partendo dal caso Askatasuna, è che non ci si trova di fronte a episodi locali o spontanei. L’antagonismo europeo funziona ormai come una rete integrata, caratterizzata da mobilità dei militanti, scambio di competenze, mimetismo organizzativo e una narrazione che giustifica la violenza come risposta necessaria a uno Stato percepito come illegittimo.
Ai «ribelli» il solo auto finanziamento non basta
Per comprendere la capacità di tenuta, mobilitazione e conflitto dell’area antagonista non basta fermarsi alla dimensione ideologica. Il vero fattore strutturale è economico. Dietro cortei, occupazioni, campagne mediatiche e – nei casi più estremi – violenza organizzata, esiste infatti un sistema di finanziamento articolato, frammentato e resiliente, capace di adattarsi alle pressioni giudiziarie e politiche. La prima fonte, rivendicata apertamente, è l’autofinanziamento militante. Concerti, cene sociali, feste politiche e sottoscrizioni pubbliche costituiscono il cuore visibile della raccolta fondi. A queste iniziative si affianca la vendita di gadget – magliette, bandiere, adesivi – che svolgono una doppia funzione: economica e identitaria.
Un secondo pilastro, meno dichiarato ma centrale, è rappresentato dalle occupazioni. L’uso stabile di immobili sottratti al mercato consente un abbattimento drastico dei costi: niente affitti, spese ridotte o assenti per le utenze, disponibilità permanente di spazi per eventi a pagamento. È un finanziamento indiretto, ma strutturale, che garantisce continuità organizzativa e logistica anche in assenza di grandi flussi di cassa.
Esiste poi una vasta area grigia composta da associazioni culturali, circoli ricreativi e progetti sociali formalmente legali. Queste strutture raccolgono fondi attraverso tesseramenti, eventi pubblici e talvolta contributi esterni, fungendo da cerniera tra militanza antagonista e società civile. Non sempre si tratta di attività illecite, ma la destinazione finale delle risorse risulta spesso opaca e difficilmente tracciabile. Negli ultimi anni si è affermato anche il ricorso agli strumenti digitali. Crowdfunding online, appelli social e donazioni elettroniche vengono attivati soprattutto in occasione di arresti, sgomberi o procedimenti giudiziari. Piattaforme di pagamento diffuse consentono di raccogliere rapidamente somme significative, mentre in alcuni casi emergono anche canali in criptovalute, usati per ridurre la tracciabilità dei flussi. Un ruolo non marginale è giocato dalla solidarietà politica. Casse di resistenza, eventi pubblici promossi da ambienti contigui e forme di legittimazione istituzionale contribuiscono a rafforzare l’ecosistema antagonista. Anche se non si configurano come finanziamenti diretti, queste dinamiche moltiplicano risorse, visibilità e capacità di mobilitazione.
Infine, le indagini giudiziarie segnalano l’esistenza di segmenti minoritari ma radicalizzati che ricorrono ad attività illegali o borderline. Spaccio, furti, ricettazione e danneggiamenti non rappresentano l’intero movimento, ma costituiscono un canale di finanziamento e pressione che attira l’attenzione di Procure e forze dell’ordine, soprattutto nei contesti urbani più tesi.
Il quadro è quello di un sistema economico composito, capace di rigenerarsi. Quando un canale è colpito altri subentrano e l’auto finanziamento «puro» non è sufficiente a spiegare la persistenza dell’area antagonista nel tempo.
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Immigrati (Ansa). Nel riquadro, Michele Jacobelli
Michele Jacobelli, ex sindaco di Palazzago (Bergamo), chiede la modifica di un decreto del Conte II: «Dagli alloggi alle prestazioni, i migranti se la cavano con l’autocertificazione. Evitando indagini su redditi e proprietà».
Vuole proporre al governo Meloni di modificare il decreto ministeriale emesso durante il Conte II, in merito alla certificazione aggiuntiva richiesta agli extracomunitari per ottenere alloggi o prestazioni socio-assistenziali, e che non include nell’elenco cittadini del Marocco, del Pakistan, di Algeria, Tunisia e di moltissimi altri Paesi. Lo definisce un atto discriminatorio nei confronti dei cittadini italiani che sono invece tenuti a presentare tutta la documentazione ai fini Isee.
Michele Jacobelli, classe 1962, consulente aziendale, presidente dell’Azienda territoriale per i servizi alla persona Valle Imagna - Villa d’Almè, per dieci anni (dal 2011 al 2021) sindaco leghista di Palazzago (Bergamo), lancia questa proposta dopo l’ondata di indignazione sollevata dalla vicenda parti civili contro il vicebrigadiere Emanuele Marroccella.
I parenti del siriano Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, ucciso la notte del 20 settembre 2020 durante un tentativo di furto e dopo aver ferito un carabiniere collega del vicebrigadiere condannato a tre anni e al pagamento di una provvisionale di 125.000 euro, avevano chiesto alla Verità di dare a loro, direttamente, i 450.000 euro raccolti attraverso la sottoscrizione e pure i soldi per le spese legali dei loro avvocati. Peccato che abbiano già ottenuto il patrocinio gratuito, che in caso di extracomunitari può essere richiesto in base a una semplice autocertificazione. Per Jacobelli, un primo passo importante sarebbe mettere mano al decreto emanato nell’ottobre 2019, a firma dell’allora ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, di concerto con l’ex ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.
«Sì, perché nell’elenco dei Paesi i cui cittadini sono tenuti a fornire documentazione relativa al patrimonio immobiliare eventualmente posseduto all’estero, per la certificazione ulteriore a fine Isee, il governo giallorosso aveva inserito solo il Regno del Bhutan, di Tonga, Malaysia, Nuova Zelanda, Qatar, Repubblica di Corea, Repubblica di Figi, Confederazione svizzera e pochi altri. Appena una ventina. Al cittadino italiano che vuole accedere a prestazioni sociali, invece si chiede la giacenza media dell’estratto conto, se ha case e immobili, investimenti, per verificare l’effettiva condizione di bisogno del richiedente. La regola deve valere per tutti, non solo per i cittadini italiani».
Si trattava di documenti chiesti per le dichiarazioni Isee ai fini del reddito e della pensione di cittadinanza e la proposta dell’ex sindaco è che «il decreto venga tolto o, meglio ancora, che la documentazione diventi obbligatoria per chiunque, indipendentemente dallo Stato di provenienza. Anche per evitare emorragie di fondi pubblici ingiustificate».
Jacobelli, già nel 2017 aveva richiesto che gli uffici comunali controllassero le domande di prestazioni socio-assistenziali da parte di extracomunitari, ritenendo che non potesse bastare l’autocertificazione. Nel novembre del 2018, però, il tribunale del lavoro di Bergamo ritenne discriminatoria la scelta operata dalla sua amministrazione di chiedere documenti aggiuntivi a due donne extracomunitarie, che volevano l’assegno per nuclei familiari numerosi.
Inutile fu spiegare che «chiedendo, come previsto dalla legge, la documentazione originale per i beni posseduti all’estero, la nostra amministrazione comunale metteva sullo stesso piano italiani e stranieri», ricorda. «Il giudice sosteneva che noi presentavamo questa richiesta solo ai cittadini extracomunitari, ma il motivo molto logico è che per i cittadini Ue esiste il dialogo telematico tra enti e quindi lo Stato può verificare quanto eventualmente autodichiarato. Cosa che non avviene tra enti di Paesi extra Ce e i nostri, salvo accordi internazionali bilaterali».
Senza documentazione la domanda andava respinta. Non per il giudice del lavoro, che condannò l’amministrazione a rilasciare prestazioni in assenza dei documenti, chiesti invece a tutti gli italiani. «Venne accolto il ricorso presentato da Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, e come sindaco dovetti anche a pagare circa 2.000 euro».
Un altro ricorso, sempre presentato da Asgi, fu invece rigettato da un giudice del tribunale di Bergamo perché non era affatto discriminatorio (come sollevato dalla cooperativa Ruah) che Palazzago e altri Comuni chiedessero la comunicazione del numero di migranti arrivati nei centri che si occupano di accoglienza e, quindicinalmente, delle loro condizioni di salute.
Jacobelli, a proposito di Asgi che ha progetti sostenuti da Open society foundation di George Soros, e di altre associazioni che operano pro extracomunitari, crede che sarebbe opportuno «fare delle aggiunte» all’articolo 52 del Dpr 394 del 1999, in merito al registro delle associazioni e degli enti che svolgono tale attività. «Bisognerebbe dichiarare che non possono essere iscritti quanti abbiano percepito o percepiscano finanziamenti o donazioni da associazioni, enti, organismi privati o Stati dichiarati non graditi per la sicurezza nazionale. E che a tal proposito venga stilato un elenco dei non graditi, in quanto portano persone senza documenti sul territorio italiano», sostiene l’ex sindaco. «Si ridurrebbero pure le richieste di patrocinio gratuito».
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