
Spesso si trova nell’orrore una perfida ironia. In questo caso sta nel fatto che nella perizia firmata dalla psichiatra Simona Ceccoli - incaricata dal Tribunale dei minori dell’Aquila di valutare la famiglia nel bosco - si rimproveri ai genitori, Nathan e Catherine Trevallion, di essere troppo rigidi e poco disponibili a cambiare le loro idee in base al pensiero altrui.
Di Nathan si dice adesso per esempio che «ribadisce fortemente la sua idea di vivere con la famiglia in modo isolato proprio per non confrontarsi con persone che potrebbero avere idee diverse dalle loro, e considerate pericolose». Più o meno lo stesso si afferma di Catherine. Ebbene, è piuttosto curioso che ai genitori Trevallion venga rinfacciata una chiusura che è decisamente minore di quella dimostrata dalle istituzioni italiane negli ultimi mesi. La stessa professionista individuata dal tribunale e la sua collaboratrice hanno sostanzialmente deciso di ignorare ogni parere dissonante, comprese le voci di grandi studiosi come Vittorino Andreoli e Massimo Ammaniti, o ancora di Daniela Chieffo del Gemelli. Nelle quasi 200 pagine di perizia la Ceccoli e la sua ausiliaria Valentina Garrapetta sembrano prende ispirazione da ciò che assistenti sociali e curatori vari hanno affermato sulla famiglia del bosco. Si rileva un atteggiamento di totale chiusura, che non tiene conto dei cambiamenti a cui i due genitori hanno acconsentito, e si ribadisce che i bambini vanno tenuti lontano da loro.
Le conclusioni sono un pugno in faccia. «Alla luce di quanto risultato dai colloqui e dalle valutazioni, le competenze genitoriali di entrambi i genitori risultano attualmente inadeguate in relazione ai bisogni evolutivi dei minori, seppur suscettibili di recupero; appare inoltre necessario tutelare i diritti costituzionali dei minori con particolare riferimento all’istruzione, alla salute e alla socializzazione», si legge nella perizia. «Si ritiene opportuno che i minori rimangano presso la Casa Famiglia. L’attuale collocamento, pur nella sua natura temporanea, si configura come adeguato e protettivo nei confronti dei tre minori i quali risultano ben inseriti».
Insomma, i Trevallion sono genitori inadeguati e i loro bambini non possono tornare a casa da loro. La psichiatra e la psicologa del tribunale richiedono a Nathan e Catherine «il trasferimento della propria residenza presso la soluzione abitativa messa a disposizione dal Comune di Palmoli, dimostrando disponibilità ad adattarsi in maniera stabile al diverso stile di vita proposto, pur nel rispetto del proprio sistema di valori, in una ottica di integrazione». Viene richiesto poi «che entrambi i genitori accettino un supporto psicoeducativo finalizzato a sviluppare e rafforzare gli aspetti risultati carenti nel corso dell’indagine».
I rapporti con il padre dovrebbero continuare come avviene ora, con visite in orari prestabiliti. Quanto alla relazione con la madre andrebbe gestita «attraverso incontri protetti in luogo neutro, presso un Centro da individuare. Al termine di un periodo di osservazione calibrato sui bisogni dei bambini», si legge ancora, «qualora gli incontri risultino positivi e privi di criticità, potrà essere valutato un regime di incontri liberi, della durata di almeno due ore, durante i quali i genitori potranno uscire dalla Casa Famiglia con i minori. Solo a seguito del pieno rispetto di tutte le prescrizioni precedenti, sarà possibile valutare un eventuale rientro dei minori presso il domicilio familiare. Tale rientro avverrà in maniera graduale, prevedendo inizialmente incontri nel fine settimana, fino a giungere ad un rientro definitivo. In tal caso, verrà attivato un intervento di educativa domiciliare di almeno 4/6 ore settimanali per una durata di tempo da definirsi». In ogni caso «la responsabilità genitoriale dovrà rimanere sospesa fino a diversa disposizione dell’Autorità competente». In buona sostanza, i Trevallion vanno rieducati, altrimenti non potranno riabbracciare i loro bambini.
«In questo elaborato c’è un bias clamoroso: la diversità socioculturale, anche estrema, scambiata per problematicità e trasformata in inadeguatezza genitoriale», dice Tonino Cantelmi, il super esperto della famiglia. «Un elaborato peritale unilaterale, tanto logorroico quanto inconsistente, con una bibliografia ferma al secolo scorso, forse alla laurea della consulente tecnica, caratterizzato da errori metodologici macroscopici e che contestiamo nel merito. In passato», insiste Cantelmi, «ho già detto che ero perplesso soprattutto, ma non solo, per quanto riguarda i test. Ora, come previsto dalle norme, integreremo questo elaborato con le nostre note. Abbiamo 20 giorni di tempo, ma le inconsistenze sono talmente macroscopiche che ne basteranno molti meno. Peraltro l’unica valutazione completa effettuata sui minori in relazione ai genitori è quella della Neuropsichiatria della Asl di Vasto che contraddice totalmente l’elaborato peritale e conferma tutte le nostre osservazioni. Ovviamente la Ctu, come tutto il sistema, ha ignorato sistematicamente tutte le voci dissonanti».
Non solo sono state ignorate le voci dissonanti. È stato ignorato anche il fatto che i test ai genitori sono stati somministrati nello stesso giorno in cui è stata annunciata a Catherine la cacciata dalla casa protetta. E che a fare questi test è stata Valentina Garrapetta, la psicologa che pubblicava sui social post irridenti nei riguardi della famiglia. Viene da dire che la perizia conferma i pregiudizi che la Garrapetta esponeva online.
Secondo Danila Solinas, avvocato dei Trevallion, questa perizia è «davvero inverosimile, pensavo non si potesse arrivare a tanto, invece oggi ho piena contezza di come non ci sia minimamente una serenità di giudizio. Sono quasi 200 pagine di ridondanti affermazioni e di valutazioni che definirei fatte in cattività. Come per gli animali: vengono collocati in uno zoo e si ha la presunzione di poterne valutare il funzionamento in quell’ambiente. L’intera valutazione si fonda di fatto su due test. Ma non c’è un solo rigo in cui si faccia riferimento al fatto che quei test sono stati fatti il primo in un momento di grande sofferenza e l’altro il 6 marzo, quando cioè abbiamo assistito alla cacciata della madre».
Solinas è stupita anche dalla valutazione che si fa di Nathan Trevallion. «Mi sembra che ci sia una sorta di captatio benevolentiae nei riguardi del Tribunale», dice. «Se il padre fosse uscito da questa perizia esattamente per ciò che è, cioè come una persona assolutamente equilibrata ed affettivamente presente, avrebbero dovuto comunque concludere per il ricongiungimento dei bambini quantomeno con la figura paterna. E invece oggi scopriamo che anche Nathan è inadeguato. Credo che questo dica ogni cosa sulla capacità di soggetti di cui abbiamo dubitato sin dall’inizio: la consulente, non dimentichiamocelo, lavora nell’amministrazione di una clinica privata, se non vado errato di una Rsa. Qualche dubbio sulle sue capacità è lecito».
In effetti colpisce che il padre sia stato descritto come ragionevole ed equilibrato quando questo serviva per svalutare la madre, e ora diventi improvvisamente ostinato e chiuso di mente.
«Riteniamo l’elaborato assolutamente carente, incompleto, unilaterale, fuorviato nelle conclusioni, quindi assolutamente insoddisfacente», continua Solinas. «Non perché non avalla la nostra tesi, ma perché lo riteniamo assolutamente inadeguato al compito che aveva. Quel che accadrà e che perderemo altro tempo: un mese circa per le osservazioni che dovremo depositare e un altro mese ancora per il deposito dell’atto definitivo da parte dei consulenti. Altri due mesi di separazione di questi bambini dai genitori».
La famiglia è smembrata da novembre. Da allora i genitori hanno accettato di tutto: vaccinazioni, insegnanti, cambi di abitazione... Ma per lo Stato non basta: la rieducazione non è completa. Dei loro cambiamenti agli esperti non è importato nulla: li accusano di essere ancora troppo rigidi, forse quello che vogliono è spezzarli.






