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2026-03-14
L’11settembre di Dubai: colpito distretto finanziario
Dagli anni 2000, il quartiere finanziario è stato il volano dello sviluppo di Dubai, attirando banche come Goldman Sachs e Morgan Stanley. A seguire, grazie alla sicurezza e alla bassa tassazione, il panorama di Dubai si è arricchito con società fintech e fondi speculativi.
In merito all’attacco, mentre le autorità emiratine si limitavano ad annunciare un «piccolo incidente» sulla facciata di un edificio nel centro di Dubai, senza precisare il luogo, circolavano su internet i video e le foto della torre malridotta, con le finestre in frantumi. Tramite i filmati dei residenti, girati non senza rischio visto che possono scattare le manette, Reuters ha confermato la posizione della struttura, confrontando la facciata e la planimetria con le immagini satellitari.
Secondo le testimonianze raccolte dal Financial Times, si è trattato dell’esplosione più forte dall’inizio del conflitto. Un dirigente che ha la sede proprio nel Difc ha rivelato che gli iraniani «hanno solo bisogno di terrorizzarci per strangolare l’economia». Dello stesso avviso è l’ex ambasciatrice degli Emirati Arabi Uniti all’Onu, Lana Nusseibeh: ha dichiarato a Reuters che Teheran sta cercando di attaccare il modello economico emiratino che negli anni ha attirato 700.000 iraniani. Va detto che l’area sta diventando sempre più deserta: diverse aziende hanno chiesto ai dipendenti di lavorare da casa, mentre alcuni funzionari del Paese e banchieri hanno spiegato al Financial Times che la ripresa economica dipende da un cessate il fuoco che risolva la minaccia missilistica iraniana.
Che il quartiere con la più alta concentrazione di società finanziarie della regione sia nel mirino del regime iraniano è evidente anche da due incidenti che si sono verificati giovedì. Un drone è stato avvistato nei cieli sopra il Difc prima di puntare verso la costa e poco dopo i detriti di un altro velivolo senza pilota intercettato sono caduti nei pressi della metropolitana, con il fumo che era ben visibile dagli uffici del distretto finanziario.
Oltre all’episodio del Difc, nel tardo pomeriggio il ministero della Difesa ha confermato che sono stati intercettati altri missili balistici e droni provenienti da Teheran. Nell’ultimo bollettino le autorità emiratine hanno riferito che il Paese ha intercettato sette missili e 27 droni. E in totale, dall’inizio «della palese aggressione iraniana», gli Emirati Arabi Uniti hanno abbattuto 285 missili balistici, 15 missili da crociera e 1.567 velivoli senza pilota. I feriti sono 141.
In questo contesto, Dubai ha attivato una linea telefonica gratuita per la salute mentale, disponibile in arabo e in inglese, denominata «state tranquilli». L’obiettivo è offrire sostegno ai residenti e ai turisti che si trovano alle prese con continue allerte missilistiche. Nel frattempo, la frase pronunciata il 7 marzo dal presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed al-Nahyan, è diventata un simbolo della forza del Paese. Il presidente, rivolgendosi all’Iran, aveva detto: «Gli Emirati Arabi Uniti hanno la pelle dura e la carne amara: non siamo una preda facile». E come riportato dal Khaleej Times, quella dichiarazione è stata adottata dai residenti: appare scritta sui copriruota di scorta delle auto, sulle custodie per cellulari, sulle tele dipinte a mano. E a chiarire il futuro rapporto con Teheran è stata l’ex ambasciatrice Lana Nusseibeh: ha detto a Reuters che sarà difficile ripristinare i rapporti come se nulla fosse successo considerando «la distruzione e il caos che l’Iran ha causato». Peraltro, ha spiegato che quando si era recata a Teheran per risolvere la crisi a livello diplomatico, due settimane prima dall’inizio delle ostilità, i funzionari iraniani non le avevano fatto presente che gli Emirati Arabi Uniti sarebbero potuti diventare un bersaglio.
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I velivoli senza pilota sono stati intercettati, ma i detriti si sono abbattuti sulla torre di uno dei centri economici della città, volano dello sviluppo. Con 141 feriti da inizio guerra, le aziende chiedono ai dipendenti di lavorare da casa. Duro colpo per gli Emirati.Il fumo avvolge ancora lo skyline di Dubai, con il regime iraniano che ha preso di mira il distretto finanziario vicino al Burj Khalifa, a conferma che Teheran intende mettere sotto scacco l’economia degli Emirati Arabi Uniti.A essere danneggiata, in seguito alla caduta dei detriti di un drone intercettato, è una delle torri del Dubai international financial centre (Difc), ovvero il distretto che ospita più di 1.500 aziende e oltre 50.000 lavoratori. Dagli anni 2000, il quartiere finanziario è stato il volano dello sviluppo di Dubai, attirando banche come Goldman Sachs e Morgan Stanley. A seguire, grazie alla sicurezza e alla bassa tassazione, il panorama di Dubai si è arricchito con società fintech e fondi speculativi.In merito all’attacco, mentre le autorità emiratine si limitavano ad annunciare un «piccolo incidente» sulla facciata di un edificio nel centro di Dubai, senza precisare il luogo, circolavano su internet i video e le foto della torre malridotta, con le finestre in frantumi. Tramite i filmati dei residenti, girati non senza rischio visto che possono scattare le manette, Reuters ha confermato la posizione della struttura, confrontando la facciata e la planimetria con le immagini satellitari.Secondo le testimonianze raccolte dal Financial Times, si è trattato dell’esplosione più forte dall’inizio del conflitto. Un dirigente che ha la sede proprio nel Difc ha rivelato che gli iraniani «hanno solo bisogno di terrorizzarci per strangolare l’economia». Dello stesso avviso è l’ex ambasciatrice degli Emirati Arabi Uniti all’Onu, Lana Nusseibeh: ha dichiarato a Reuters che Teheran sta cercando di attaccare il modello economico emiratino che negli anni ha attirato 700.000 iraniani. Va detto che l’area sta diventando sempre più deserta: diverse aziende hanno chiesto ai dipendenti di lavorare da casa, mentre alcuni funzionari del Paese e banchieri hanno spiegato al Financial Times che la ripresa economica dipende da un cessate il fuoco che risolva la minaccia missilistica iraniana.Che il quartiere con la più alta concentrazione di società finanziarie della regione sia nel mirino del regime iraniano è evidente anche da due incidenti che si sono verificati giovedì. Un drone è stato avvistato nei cieli sopra il Difc prima di puntare verso la costa e poco dopo i detriti di un altro velivolo senza pilota intercettato sono caduti nei pressi della metropolitana, con il fumo che era ben visibile dagli uffici del distretto finanziario.Oltre all’episodio del Difc, nel tardo pomeriggio il ministero della Difesa ha confermato che sono stati intercettati altri missili balistici e droni provenienti da Teheran. Nell’ultimo bollettino le autorità emiratine hanno riferito che il Paese ha intercettato sette missili e 27 droni. E in totale, dall’inizio «della palese aggressione iraniana», gli Emirati Arabi Uniti hanno abbattuto 285 missili balistici, 15 missili da crociera e 1.567 velivoli senza pilota. I feriti sono 141. In questo contesto, Dubai ha attivato una linea telefonica gratuita per la salute mentale, disponibile in arabo e in inglese, denominata «state tranquilli». L’obiettivo è offrire sostegno ai residenti e ai turisti che si trovano alle prese con continue allerte missilistiche. Nel frattempo, la frase pronunciata il 7 marzo dal presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed al-Nahyan, è diventata un simbolo della forza del Paese. Il presidente, rivolgendosi all’Iran, aveva detto: «Gli Emirati Arabi Uniti hanno la pelle dura e la carne amara: non siamo una preda facile». E come riportato dal Khaleej Times, quella dichiarazione è stata adottata dai residenti: appare scritta sui copriruota di scorta delle auto, sulle custodie per cellulari, sulle tele dipinte a mano. E a chiarire il futuro rapporto con Teheran è stata l’ex ambasciatrice Lana Nusseibeh: ha detto a Reuters che sarà difficile ripristinare i rapporti come se nulla fosse successo considerando «la distruzione e il caos che l’Iran ha causato». Peraltro, ha spiegato che quando si era recata a Teheran per risolvere la crisi a livello diplomatico, due settimane prima dall’inizio delle ostilità, i funzionari iraniani non le avevano fatto presente che gli Emirati Arabi Uniti sarebbero potuti diventare un bersaglio.
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.