Una volta si diventava dipendenti dalle sostanze psicotrope. Oggi si diventa dipendenti dallo smartphone. Eseguendo un sillogismo, ne deriva che lo smartphone agisce come una sostanza psicotropa. Infatti è vero e poi vedremo perché. Ma prima, breve parentesi. Cos’è il sillogismo? Il sillogismo è un ragionamento deduttivo teorizzato da Aristotele. Si esplica con tre proposizioni.
Una premessa maggiore, una premessa minore e, assodate queste premesse, una conclusione deduttiva. Il più famoso esempio di sillogismo è il seguente: Tutti gli uomini sono mortali (questa è la premessa maggiore). Socrate è un uomo (questa è la premessa minore). Socrate è mortale (questa è la conclusione, caratterizzata dalla sua necessarietà appurata la verità delle premesse). Va detto che c’è anche chi dipende sia dalle sostanze, sia dallo smartphone, tuttavia tutti o quasi dipendono sicuramente dallo smartphone per lo stesso motivo per cui alcuni dipendono dalle sostanze. Si chiama smartphone addiction, in italiano dipendenza dallo smartphone, o nomofobia, paura di restare senza smartphone, e per capire quanto sia diffusa basta lasciare il proprio smartphone, appunto, e guardarsi intorno: sui mezzi pubblici, passeggiando in strada, in attesa di entrare a visita dal dottore, al ristorante. Intorno a voi vedrete che la maggior parte delle persone, a volte tutte, sono chine a guardare il proprio smartphone o ce l’hanno in mano anche se non lo guardano, o accanto se sono seduti a un tavolo. Un po’ come la palla al piede del prigioniero incatenato.
Come è successo? Il telefono cellulare è entrato nelle nostre vite per permetterci di - attenzione - telefonare fuori casa. Poi, in pochi anni, è diventato altro, una sorta di nostro clone elettronico tanto che ormai ci sono anche le app come Io, l’app dei servizi pubblici sulla quale si ricevono comunicazioni e notifiche ufficiali da parte degli enti pubblici e, in generale, ogni ufficio che prima era solo fisico ora ha anche una app su smartphone o almeno un sito internet da consultare per lo più tramite smartphone, perché non tutti hanno il computer, ma tutti hanno uno smartphone.
Un po’ come quando diamo un dito a qualcuno che poi si prende tutto il braccio, da apparecchio telefonico questo mattoncino che ci portiamo dietro da un quarto di secolo, per chi aveva il cellulare che permetteva solo telefonate e sms a inizio del secondo millennio, è diventato un polo che soprattutto con la sua evoluzione a smartphone con lo schermo grande e connessione ad Internet ha accentrato tutto. Possedendo uno smartphone si può non possedere più: un telefono e un numero di telefono domestici; un computer, personal computer, notebook e tablet che sia; un televisore; un calendario; un orologio; una sveglia; un’agenda; una rubrica; un bloc notes e una penna; libri; dvd o, prima, videocassette; cd musicali o, prima, dischi e musicassette; giochi da tavolo; fotografie e album fotografici; aggiungiamo, in finale, una vita reale e non digitale e una socialità, perché sono molte le persone che vivono solo virtualmente e socializzano soltanto tramite i social network. Abbiamo fatto come Oscar Wilde quando, nel romanzo Il ritratto di Dorian Gray, ideò che a seguito di un patto col demonio il ritratto di Dorian Gray invecchiasse al posto di Dorian. Noi abbiamo permesso, in un certo senso, che lo smartphone vivesse al posto nostro, vampirizzando sempre di più le nostre esistenze reali ed espandendosi, talvolta viene da pensare come un virus, in uno spazio, la nostra vita, che prima era solo nostra e nella quale gli oggetti erano oggetti e non strumenti che ci dominano e decidono al posto nostro. Questa (programmata per guadagnare) intrusività dello smartphone è ciò che ci ha reso dipendenti e che bisogna ribaltare, ricordandoci che noi dobbiamo essere i soggetti che dominano gli oggetti come lo smartphone e non il contrario. Essere oggetti in mano alla soggettività dello smartphone, esattamente come accade per le droghe, vuol dire essere in loro balia, esserne dipendenti.
E questo non va bene. Sempre più persone controllano compulsivamente lo smartphone, aumentano ogni giorno di più il tempo che ci passano attaccati, sottraendolo al resto.
Non sembri azzardato il parallelo tra droghe e smartphone. La dipendenza da smartphone si manifesta come nomofobia, che significa paura di restare senza lo smartphone. Questa paura persiste e ci governa, nonostante sia già chiaro che abbiamo già dato troppo di noi allo smartphone: conosciamo gli effetti nefasti dell’uso del cellulare prima di dormire, a causa della luce blu e della stimolazione intellettiva, eppure continuiamo ad usarlo. Sappiamo del tech neck, i problemi al collo che possono sfociare anche in problemi di postura e ulteriori conseguenze più gravi e più estese, eppure continuiamo a star supini, a sedere e camminare con la testa inclinata anche a 90 gradi sullo schermo che ci rapisce come le gorgoni, in particolare Medusa, rapivano chi malauguratamente le guardava negli occhi. Sappiamo, ci rendiamo conto del fatto che il cellulare ci inchioda a sé impedendoci di fare altro e quindi causa una sedentarietà, che già è negativa di per sé, figuriamoci se diventa la modalità in cui viviamo tutto il tempo che abbiamo libero dal lavoro, come purtroppo accade ormai nell’epoca dello smartphone, eppure continuiamo a sprecare il nostro tempo guardando i social sullo smartphone, per esempio, invece di farci una bella passeggiata nella natura, magari. Percepiamo difficoltà a concentrarci, calo della motivazione, stanchezza, irritabilità, anedonia (incapacità o difficoltà di provare piacere), da quando lo usiamo massivamente, eppure continuiamo.
Perché succede? Perché siamo dipendenti. La dipendenza da qualcosa, infatti, è proprio questa. Essere consapevoli, razionalmente o anche soltanto inconsciamente, di star facendo qualcosa che non ci fa bene, ma non riuscire a smettere di farla. Bambini e adolescenti, poi, sono ancora più a rischio, perché non hanno nemmeno conosciuto un mondo in cui lo smartphone semplicemente non esiste. Gli adulti, almeno, possono ricordarlo e ripristinarlo più facilmente.
La dipendenza da smartphone è pari a quella dal gioco d’azzardo, dall’alcol, dallo shopping, dal sesso, dalle droghe pesanti e leggere, dal cibo ecc., perché si basa su simili processi neurobiologici. Lo smartphone, infatti, attiva il cosiddetto sistema di ricompensa del cervello. Si tratta di meccanismi neurali dipendenti dal rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore collegato alle sensazioni di piacere e motivazione. Lo smartphone funziona come se fosse una slot machine. Aprire le notifiche appena comunicate di Whatsapp, di Facebook, di Instagram, di X ecc., come anche entrare dentro questi social network e, come si dice, scrollare cioè far scorrere la home page per caricare i nuovi post, ma anche semplicemente aprire un sito di news alla ricerca di nuove notizie ci fa sentire come quando tiriamo la leva della slot machine o guardiamo gli abiti appesi allo stand mentre facciamo shopping: produciamo dopamina e proviamo piacere. In passato, le notizie ci arrivavano ad orari precisi: quelli del radio e telegiornale, tre volte al giorno. A livello giornalistico, compravamo il giornale al mattino e lo leggevamo nel corso della giornata. Rari, e dedicati a quanto avvenuto durante il giorno, erano i giornali della sera. Il nostro «aggiornamento» col mondo avveniva insomma al ritmo di manciate, più o meno abbondanti, di ore. E sentivamo i parenti al telefono ogni tanto, nessuno passava la giornata a telefonare. Ora abbiamo bisogno di aggiornamenti continui e stiamo continuamente a mandare vocali e messaggi, in contemporanea, a chiunque, col risultato di essere come in una telefonata collettiva (prima impossibile) e continua, quasi h 24. E siamo diventati dipendenti da questo ritmo continuo. Stiamo sempre col telefono in mano passando da una app all’altra, cercando novità, che siano notizie, messaggi, aggiornamenti di status degli amici o delle pagine social che seguiamo. Perché lo facciamo? Quella che è stata definita «l’incertezza del cosa troverò» determina un rilascio di dopamina già solo perché il cervello pensa alla cosiddetta ricompensa rappresentata dalla notifica, dall’aggiornamento social, dal messaggio, dalla notizia. Si chiama meccanismo di anticipazione della ricompensa ed è alla base di tutte le dipendenze. Il cervello, infatti, a un certo punto va cercando come un tossicodipendente la sua droga quella ricompensa, perciò prendiamo in mano lo smartphone e apriamo le app e scrolliamo e scrolliamo e scrolliamo. La notifica di un commento ad un nostro post social, come lo scrolling, attivano la nostra ricerca della gratificazione. La nostra mente, infatti, registra il legame tra rilascio di dopamina e notifica o nuovo contenuto che ci entusiasma trovato scrollando ed è questa «memoria» e la possibilità di ottenere nuova dopamina, la cosiddetta anticipazione della ricompensa, che ci induce a controllare compulsivamente il telefono per ripetere la sensazione.
Come, precisamente, diventiamo dipendenti? Tramite l’esposizione prolungata e ripetuta a un eccesso di stimolazione digitale che è quello che subiamo interagendo con lo smartphone e le sue mille app tutte insieme: questa sovrastimolazione induce il cervello a ridurre la produzione di dopamina naturale e a fargliela però poi cercare nelle esperienze digitali, in maniera sempre più «accanitamente» dipendente. Si tratta di un meccanismo crescente e apparentemente paradossale: il cervello la prima, la seconda, la terza volta che interagisce con uno smartphone è distaccato, poi, dopo un po’ di esposizioni all’iperattivazione dopaminergica digitale, riduce la sensibilità dei recettori, allo scopo di proteggersi dall’iperattivazione, ma così facendo non riesce più ad attivare i recettori da solo e va ricercando l’attivatore artificiale, lo smartphone. Si chiama desensibilizzazione dopaminergica: la desensibilizzazione alla dopamina - anche detta downregulation - consiste in questa indotta diminuzione della risposta dei recettori cerebrali D2 a seguito di una stimolazione eccessiva e continua, causata da attività come uso sempre più intenso di smartphone e app su smartphone, dai social media a quelle di gioco passando per tutte quelle che riguardano temi che danno soddisfazione immediata, pornografia in primo luogo. Per ovviare, il corpo cerca «dosi» di stimolo non naturale della dopamina sempre più frequentemente e ogni «dose» di dopamina ottenuta così soddisfa meno e meno a lungo. Esattamente come è per le droghe, alla fine si usa lo smartphone non per trarne effettivo piacere, ma per ovviare agli effetti collaterali della dipendenza instaurata, sempre più spesso, con sempre maggiore ansia. Quando prendete lo smartphone in mano alla ricerca di qualcosa siete, siamo, semplicemente in astinenza. La dipendenza da smartphone, poi, può essere più marcata in presenza di condizioni psicologiche più delicate, come, per esempio, l’Adhd. Ecco perché va conosciuta e combattuta.



