Tutto quello che non torna dell'attentato: dall'acount social inattivo che si riaccende solo per indicare il nome dell'attentatore alla sicurezza che mette in salvo prima il vicepresidente JD Vance e solamente in un secondo tempo Trump. Ne parliamo con Giacomo Gabellini e Stefano Graziosi.
Tutto quello che non torna dell'attentato: dall'acount social inattivo che si riaccende solo per indicare il nome dell'attentatore alla sicurezza che mette in salvo prima il vicepresidente JD Vance e solamente in un secondo tempo Trump. Ne parliamo con Giacomo Gabellini e Stefano Graziosi.
Patrizia Cirulli (patriziacirulli.com)
L’artista: «Il “Cantico delle creature” è una lode a Dio, non un messaggio ecologista Ho rifatto il primo album del Battisti “post Mogol”, mi colpiva la sua ricerca spirituale».
Patrizia Cirulli, milanese, genitori con origini veneto-pugliesi, è una cantautrice originale e raffinata. Le sue creazioni sono frutto di ispirate ricerche personali. È stata quattro volte finalista al premio Tenco e per tre volte ha vinto il premio Lunezia. In un programma su Rai2 Lucio Dalla notò la sua voce, definendola «insolita e straordinaria». Autrice di musica, ha firmato cinque album, tra i quali uno che riscopre un Lucio Battisti poco conosciuto e un altro in cui ha musicato brani di Eduardo De Filippo. L’ultimo, edito da Egea Music, in fisico e in digitale, è Il visionario, reinterpretazione di L’infinitamente piccolo di Angelo Branduardi, raccolta di testi di Francesco d’Assisi e della tradizione francescana. Nel suo prossimo lavoro ascolteremo anche parole sue.
Patrizia, eri una bambina introspettiva e come si è originato il tuo interesse per musica e poesia?
«Ero una bambina introspettiva, riservata. L’interesse per la musica è nato già a 3-4 anni, alla scuola materna. Feci in modo di farmi ritirare dall’asilo perché volevo stare a casa, giocare con i dischi, i miei giocattoli preferiti, e la musica. L’interesse per la poesia è venuto dopo, ma di conseguenza».
La professione svolta dai tuoi genitori?
«Se ne sono andati giovani. Mamma aveva fatto la parrucchiera e da quando siamo nati noi, casalinga. Papà commerciante».
Com’è nato Il visionario, dove musichi e canti testi di Francesco d’Assisi?
«È successo in modo un po’ misterioso perché ho sempre stimato Branduardi e anche questo album. Era circa il 2019 e per gioco, in casa, ho preso la chitarra iniziando a fare Il sultano di Babilonia e la prostituta. Pensai “che bello”, una versione un po’ rallentata, come tendo a fare. L’idea di fare un disco rimase lì. Poi ho conosciuto Mimmo Paganelli, il discografico di Branduardi. Nell’agosto 2023, ecco la parte un po’ misteriosa, continuavano a canticchiare dentro di me canzoni di quell’album a ogni ora del giorno, soprattutto Audite poverelle. Presi coraggio. Per caso, anche se il caso non esiste, dopo qualche giorno abbiamo incontrato Branduardi a un concerto, chiedemmo il permesso e lui rispose “ne sarei onorato”».
Francesco d’Assisi. Nel 2026 ottocento anni dalla morte. Un mistico e un applicatore del cristianesimo. Il suo messaggio potrebbe cambiare le esistenze ma non all’acqua di rose?
«Credo che mettersi in ascolto del messaggio di Francesco, che è quello di Cristo, sia ancora oggi necessario. Lui è stato un essere umano come tutti noi e affinché non sia una cosa all’acqua di rose, come dici tu, bisogna un po’ aprire il cuore, con la volontà nostra di mettere in atto piccole cose quotidiane. Secondo me Francesco è un grande esempio della possibilità del cambiamento».
Abbandonò in piazza le sue vesti, si denudò. Se oggi qualcuno lo facesse?
«Questo è un grande gesto. Lo facessi io oggi mi ricoverano, mi portano via. Potremmo dire che il confine tra l’equilibro mentale e la santità è vicino. C’è da dire che erano altri tempi ma bisogna comprendere il suo gesto simbolico, di grande valore, anche plateale, oggi non posso rifarlo, ma cosa imparo? La sua decisione, la sua coerenza, la rinuncia alla sua famiglia, ma illuminato da una luce divina».
Se tornasse un messia esattamente con le stesse caratteristiche divine di Gesù, quale sarebbe secondo te il suo destino? Internato in una struttura psichiatrica?
«Siccome viviamo in una società molto razionale, tra virgolette molto “scientifica”, se oggi tornasse un messia che facesse i miracoli, magari sarebbe studiato in modo approfondito da questi scienziati, ma rimarrebbero tutti scettici. Infatti la fede non è questione che passa attraverso la scienza. Chi crede non ha bisogno di “vedere”. Dieci giorni fa sono andata a fare un concerto in Abruzzo con il repertorio di Francesco nella bellissima abbazia di San Giovanni in Venere, vicino a Chieti, e il giorno prima a Lanciano, dove c’è stato il primo miracolo eucaristico, un’ostia lì da secoli. In analisi recenti hanno visto che c’è tessuto cardiaco umano, un padre mi ha detto “è un segno, ma noi credenti non abbiamo bisogno di vedere” e per chi non crede non cambia nulla… Tornando alla tua domanda, se arrivasse il messia oggi probabilmente lo porterebbero in un ospedale psichiatrico…».
Massimo Cacciari, non credente, studioso di Francesco, ha fatto notare che il Cantico delle creature è stato ridotto a messaggio quasi folkloristico, il santo che parlava con gli uccellini…
«Il messaggio di Francesco non è ambientalista o ecologista. È vero che amava la natura ma il Cantico delle creature è una lode a Dio attraverso i suoi elementi, per cui è Dio che si rispecchia nelle sue creature e quindi è un ringraziamento all’Altissimo».
La lode di nostra «sorella morte corporale», nocciolo della spiritualità francescana e del cristianesimo. Tuttavia spesso si fa di tutto per rimuovere questo pensiero e non è un atteggiamento cristiano…
«Vero. Francesco è stato il primo ad affrontare in questo modo il tema della morte, conseguenza naturale dell’esistenza. La natura stessa ce lo insegna. Vita-morte-rinascita. È un passaggio. Per Francesco anche la morte è una creatura, una sorella. La morte è ancora un tabù nella società di oggi. Poi ci insegnano che Cristo è risorto, una comunicazione profonda. Certo che la morte non deve diventare il problema della tua esistenza, non devi avere paura di morire».
Canti Audite poverelle, poesia di Francesco indirizzata a santa Chiara e alle sue consorelle. «Non guardate alla vita fora / Quella dello spirito è megliora». Una donna oggi, comunemente, vive in un contesto materialista e competitivo…
«Nel femminile, è evidente che Chiara ha fatto quella scelta consapevole di vita. La frase che hai citato mi emoziona, è magistrale. Io, certo, vivo in questa società, ma cerco di coltivare questo filone interiore e come disse qualcuno diventare “nel mondo senza essere del mondo”. Ci provo. Certo che il modello femminile proposto oggi è diverso, per quanto serva tener conto che storicamente le donne sono state spesso represse ma questo non significa che debbano andare contro sé stesse».
Dal punto di vista sentimentale sei in una relazione?
«Non mi sono mai sposata. Ho un compagno. Ma coltivo questo mio giardino, quello della spiritualità».
Secondo te tra Francesco e Chiara potrebbe esserci stato un principio di amore sentimentale nel senso tradizionale del termine?
«Io non credo. Credo che si siano voluti molto bene. C’era tra l’altro molta differenza di età. Credo si siano riconosciuti, erano anime sorelle, non gemelle. Tra l’altro un amore fraterno, che dura tutta la vita, talvolta può essere migliore di uno passionale».
Come descriveresti la figura di Angelo Branduardi?
«Originale, grande musicista e violinista, questa sua ricerca della poesia, come l’album dedicato a Yeats. Lo stimo molto».
L’album E già di Lucio Battisti, che hai riletto nel tuo Qualcosa che vale. Come potrebbe essere stata la spiritualità di Battisti?
«Ho rifatto quest’album in chiave acustica perché era il primo Battisti senza i testi di Mogol, firmati da sua moglie e da lui. In quell’album ho visto una ricerca spirituale, anche nella meditazione, forse fece uno studio anche a livello di cultura orientale, il brano Rilassati e ascolta sembra un mantra».
Mistero. «Che mistero è la vita / Che mistero sei tu / io ti avevo definita / Ma mi sbagliavo, in te c’è molto di più / Sei profonda / Sei vitale / Non sei mai banale / Io mi ero lasciato affascinare da quel tipo di intellettuale / appariscente / che in fondo non valeva niente».
«Evidentemente aveva avuto a che fare con un tipo intellettuale che all’apparenza sapeva molto ma potrebbe essersi accorto che, da un punto di vista emotivo, non era così ricco… E poi nel brano Scrivi il tuo nome c’è questo verso meraviglioso, “Scrivi il tuo nome su qualcosa che vale”».
Nel tuo album Mille baci hai messo in musica poesie di grandi della letteratura: Salvatore Quasimodo, Alda Merini, Gabriele D’Annunzio, Fernando Pessoa e altri… Vuoi ricordare una poesia con un verso di Pessoa da te ripreso in questo disco?
«Non so se sia amore, (la intona in portoghese, ndr), “non so se è amore che possiedi o che simuli in quello che mi dai, ma dammelo lo stesso perché tanto mi basta”».
Alda Merini…
«Ha avuto questa capacità di un linguaggio che arrivasse a tutti, una poetessa pop diciamo. Lei ha avuto una grande sofferenza - il manicomio, gli elettroshock… - ma è riuscita a trasformare questo dolore in gioia di vivere e creatività attraverso la poesia, amava definirsi la poetessa della gioia. Nell’album ci sono due suoi testi, E più facile ancora e Sono solo una fanciulla».
Sulla Verità del 21 aprile 2026 ho intervistato il teologo e musicologo Pierangelo Sequeri. Sostiene che i testi di canzoni pop proposte nei grandi circuiti sono mediocri. Non è che così, allontanando i giovani dai grandi temi, si finisce per, perdona il termine, rincoglionirli?
«(ride, ndr) Che si sia andati al ribasso è sotto gli occhi di tutti. Se un tempo c’erano De André, Paoli, Battiato… Evidentemente è lo specchio della società, che è cambiata. Un tempo, accanto alla musica pop usa-e-getta questi mostri sacri li potevi ascoltare anche alla radio e adesso non più. Se oggi nascesse un Battiato, un De André, dove lo mandi, al talent show? Ci sono anche cose belle ma esiste un linguaggio omologato per i ragazzi. Non è vero che se sei più esposto hai più valore. Non è così».
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2026-04-27
Dimmi La Verità - Anna Maria Cisint (Lega): «Come l'islam può condizionare la politica italiana»
Ecco #DimmiLaVerità del 27 aprile 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ci rivela come l'islam può condizionare la politica italiana.
Ansa
Il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani e il Fronte di Liberazione dell’Azawad ufficializzano la cooperazione e lanciano un’offensiva coordinata su larga scala: città conquistate, attacchi fino a Bamako e ucciso il ministro della Difesa Sadio Camara. La giunta di Goita sotto pressione, il Paese verso una fase decisiva.
Il Fronte di Liberazione dell’Azawad (Fla) e il Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (Jnim) non avevano mai formalizzato pubblicamente la loro cooperazione. La svolta è arrivata il 25 aprile, quando le due formazioni hanno annunciato di fatto la loro alleanza attraverso un’offensiva coordinata su larga scala contro numerosi centri strategici del Mali. Entro il 27 aprile, Kidal risultava sotto il controllo del Fla, mentre il Jnim aveva colpito uno dei principali pilastri del potere militare di Bamako: il ministro della Difesa Sadio Camara, ucciso in un attentato suicida contro la sua residenza a Kati, alle porte della capitale. L’esplosione che ha devastato la villa del ministro ha provocato anche gravi danni alla moschea adiacente, come documentato da immagini satellitari. Nell’attacco hanno perso la vita anche una delle mogli di Camara e diversi membri della sua famiglia, circostanza confermata con ore di ritardo dalle autorità. Il governo ha reso omaggio al generale proclamando due giorni di lutto nazionale, una misura simbolica che difficilmente basterà a colmare il vuoto lasciato ai vertici della giunta guidata da Assimi Goita.
A partire da sabato, la coalizione jihadista guidata dal Jnim, affiliato ad al-Qaeda, insieme alle milizie del Fla — che riuniscono gruppi tuareg e arabi — ha ampliato l’offensiva conquistando, totalmente o in parte, diverse città sottraendole al controllo dello Stato maliano e dei suoi alleati russi. Si tratta della più vasta operazione militare dal 2012, quando le forze qaediste e i ribelli presero il controllo dell’intero nord del Paese, innescando l’intervento francese. Gli attacchi sono stati lanciati quasi simultaneamente su più fronti: spari ed esplosioni sono stati registrati dalle aree prossime a Bamako fino a Kidal, nel profondo nord. Le milizie hanno combinato assalti convenzionali con tattiche avanzate, impiegando autobombe e droni kamikaze per aumentare l’efficacia dell’azione.
Nel nord, le operazioni congiunte si sono concentrate su Kidal e Gao. La prima è stata rapidamente conquistata, mentre nella seconda la situazione resta fluida: le forze governative e i mercenari russi si sono rifugiati in ex strutture ONU, resistendo all’avanzata. Non mancano voci, al momento non verificate, su possibili contatti tra i contractor russi e i ribelli. Nel centro e nel sud del Paese, l’iniziativa è stata invece condotta dal solo Jnim. I jihadisti hanno colpito obiettivi sensibili a Kati e Bamako, inclusi l’aeroporto e diverse installazioni militari. Attacchi sono stati segnalati anche a Senou, nella regione di Koulikoro, mentre la principale arteria tra Bamako e Sikasso sarebbe stata interrotta. Nel Mali centrale, Mopti e Sevare risultano oggi divise tra le forze governative e i gruppi armati. Sebbene formalmente sotto il controllo statale, queste aree sono da tempo soggette all’influenza del Jnim, che ha imposto sistemi paralleli di tassazione, blocchi economici e l’applicazione della Sharia.
Kidal, storica roccaforte tuareg, era rimasta sotto il controllo delle fazioni ribelli dopo gli Accordi di Algeri del 2015. Tuttavia, nel novembre 2023, l’esercito maliano, sostenuto dai mercenari russi del Gruppo Wagner — oggi riorganizzati nel cosiddetto Corpo Africa — aveva riconquistato la città. Proprio da quella fase è emerso il Fla, nato per coordinare le forze ribelli del nord. Gao, invece, era tornata sotto il controllo di Bamako già nel 2013 grazie all’intervento franco-maliano. Nonostante ciò, l’area resta strategica e contesa.Le dichiarazioni diffuse dai due gruppi confermano la collaborazione: il Jnim ha rivendicato attacchi diretti fino alla capitale e il controllo di diverse città, mentre il Fla ha annunciato la conquista totale di Kidal e parziale di Gao, ribadendo l’alleanza operativa. Entrambe le organizzazioni hanno criticato apertamente il legame tra Bamako e Mosca, anche se il Jnim ha invitato i combattenti russi a non intervenire direttamente. L’offensiva apre interrogativi profondi sul futuro del Mali. Il Paese rischia di cadere sotto l’influenza di una coalizione che include la principale emanazione di al-Qaeda nell’Africa occidentale? E quale equilibrio potrebbe emergere tra jihadisti e gruppi ribelli non islamisti? Il Fla accetterà l’imposizione della Sharia? E quale sarà il destino delle diverse comunità civili, della presenza dello Stato Islamico nel nord e dell’influenza russa?
Al momento non esistono risposte definitive. È però evidente che l’operazione mira a mettere sotto pressione la giunta militare, dimostrando la capacità dei gruppi armati di colpire ovunque, anche nelle aree più protette. Oltre all’aspetto militare, l’offensiva ha un forte valore simbolico: la sua ampiezza punta a delegittimare il potere centrale, evidenziandone la fragilità. Da anni il Jnim esercita un controllo di fatto su ampie porzioni del territorio, soprattutto nel centro e nel sud, imponendo blocchi, tasse e una propria amministrazione, fino a ostacolare i rifornimenti di carburante diretti a Bamako. Negli ultimi mesi, la pressione è aumentata, con attacchi sempre più frequenti e penetranti verso il sud del Paese. Resta da capire se questa offensiva lampo sia destinata a provocare il crollo della giunta, favorire un golpe interno o costringere Bamako a negoziare. Ciò che appare certo è che l’autorità dello Stato maliano si trova oggi in una fase di estrema debolezza. La scelta di sostituire i partner occidentali con i mercenari russi non ha garantito stabilità. Anzi, secondo alcune stime, le forze governative sarebbero responsabili di un numero di vittime civili superiore a quello dei jihadisti, un fattore che potrebbe spingere parte della popolazione a considerare i gruppi armati come alternative più efficaci. Il confronto tra lo Stato e la coalizione ribelle entra così in una fase decisiva, destinata a ridisegnare gli equilibri del Mali nel prossimo futuro.
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2026-04-27
Dipendenza, isolamento e pensiero sempre più debole. I primi effetti sui giovani dell’Intelligenza artificiale
iStock
- Studi recenti mostrano conseguenze psicologiche e cognitive devastanti per i ragazzi, il cui cervello è in via di formazione. L’attività neuronale si riduce e la capacità di apprendimento peggiora drasticamente.
- L’esperta di bioetica Giulia Bovassi: «Bisogna chiedersi perché un sistema è progettato in un certo modo e qual è il suo fine Se guardiamo alla persona solo come a un insieme di dati, allora è più facile sostituirla con una macchina».
Lo speciale contiene due articoli
Prepariamoci, l’Intelligenza artificiale (IA) presto diventerà un venditore micidiale, un manipolatore, qualcuno che farà di tutto pur di spillarci quattrini. È il campanello d’allarme che a metà gennaio hanno suonato Bruce Schneier e Nathan Sanders dell’Università di Harvard i quali, in un articolo pubblicato su The Conversation, hanno avanzato l’ipotesi che presto ChatGpt possa diventare un implacabile «persuasore occulto», per riprendere il celebre libro di Vance Packard. «Esistono prove crescenti che i modelli di intelligenza artificiale siano almeno altrettanto efficaci degli esseri umani nel persuadere gli utenti a fare qualcosa», hanno scritto Schneier e Sanders, aggiungendo che «in qualità di esperti di sicurezza e data scientist» ritengono non lontano «un futuro in cui le aziende di intelligenza artificiale trarranno profitto dalla manipolazione del comportamento dei propri utenti a vantaggio di inserzionisti e investitori».
Affari d’oro con l’IA potrebbe farli senza dubbio l’industria del porno: uno studio uscito a febbraio sulla rivista Archives of Sexual Behavior ha messo in luce, sondando un campione di 650 persone, come l’Intelligenza artificiale sia in grado di generare immagini erotiche di donne esteticamente più gradevoli e sessualmente attraenti rispetto a quelle delle fotografie reali. Siamo insomma avvertiti del fatto che l’IA si prenderà presto gioco della creduloneria se non della stupidità umana; anche se non è detto che ci riuscirà sempre. Uno studio condotto peraltro in Italia, pubblicato nel 2025 sulla rivista Behavioral Sciences – e realizzato su un campione di 170 adolescenti di età compresa tra i 13 e i 17 anni –, ha scoperto che i giovani con maggiore intelligenza emotiva tendono ad essere più scettici verso l’Ia e ad usarla con più cautela dei coetanei.
Il fatto è che non tutti i ragazzi sono uguali. Ci sono anche quelli che possono cadere con facilità nei tranelli dell’IA. Che, da parte sua, sembra intenzionata ad indebolire il nostro spirito critico. Lo si è visto con uno studio con cui 54 giovani adulti dell’area di Boston – di età compresa tra i 18 e i 39 anni – sono stati divisi in tre gruppi ed è stato chiesto loro di scrivere diversi saggi utilizzando rispettivamente ChatGpt, Google o semplicemente la propria testa. Gli autori di questa ricerca, intitolata Your Brain on ChatGpt, hanno poi usato un encefalogramma per registrare l’attività cerebrale degli scrittori scansionando 32 diverse regioni del cervello e hanno scoperto che, dei tre gruppi, gli utenti di ChatGpt presentavano l’attività cerebrale più scarsa ed erano «costantemente sottoperformanti a livello neurale, linguistico e comportamentale».
«Da un punto di vista psichiatrico vedo un affidamento eccessivo, che può avere conseguenze psicologiche e cognitive indesiderate, soprattutto per i giovani il cui cervello è ancora in via di sviluppo» ha commentato, intervistato da Time, lo psichiatra Zishan Khan. A proposito del rapporto tra giovani e IA, non vanno dimenticati gli inquietanti casi di suicidio riportati dalle cronache internazionali. Come quelli di Sewell Setzer – 14 anni, studente della Florida che si è tolto la vita dopo essersi innamorato d’un chatbot – o di Adam Raine, morto suicida a 16 anni dopo mesi di fitte conversazioni con ChatGpt. Merita di essere ricordata poi la vicenda di Sophie Rottenberg, toltasi la vita esattamente un anno fa, a 29 anni, dopo mesi di «terapia virtuale» con l’IA; secondo i genitori della giovane donna – che hanno scoperto le sue interazioni virtuali mesi dopo la sua morte –, ChatGpt non avrebbe diretta responsabilità nel suo suicidio, «ma l’ha aiutata a tenere nascosto il suo dolore».
Certo, si può obiettare che questi sono casi limite. Vero. Però le minacce che rappresentano sono reali e non vanno sottovalutate. Secondo Nina Vasan, psichiatra docente a Stanford, chattare con l’IA può essere per un giovane seducente e pericoloso al tempo stesso, perché questi sistemi «offrono relazioni “senza attriti”, senza i momenti difficili che inevitabilmente si presentano in una tipica amicizia. Per gli adolescenti che stanno ancora imparando a costruire relazioni sane, questi sistemi possono rafforzare visioni distorte di intimità e limiti». «Inoltre», ha aggiunto la Vasan, «gli adolescenti potrebbero utilizzare questi sistemi di Intelligenza artificiale per evitare le sfide sociali del mondo reale, aumentando il loro isolamento anziché ridurlo».
Anche al di là di questo, vale la pena non abbassare la guardia davanti ad un’Intelligenza artificiale che, anche là dove non conduce ad esiti letali, minaccia comunque il rendimento scolastico dei giovani, ostacolando le loro capacità di apprendimento. Una ricerca a cura dei docenti di marketing Shiri Melumad e Jin Ho Yun – pubblicata lo scorso autunno sulla rivista scientifica Pnas Nexus – ha esaminato sette grandi studi che hanno coinvolto un campione complessivo di oltre 10.000 persone, scoprendo come l’apprendimento tramite l’IA, rispetto a quello ottenuto attraverso delle autonome ricerche in Rete, porta le persone a «sviluppare conoscenze più superficiali» e porta loro stesse a ritenere di «aver appreso meno». Se già la ricerca web tradizionale risulta più formativa rispetto all’utilizzo di ChaGpt o Gemini, figurarsi che abisso può determinare il confronto con la lettura di un libro.
Il punto è che, per quanto allarmanti, le conseguenze dell’IA sui giovani e sull’educazione non sono le uniche; ce ne sono – e saranno – anche sul versante occupazionale. Secondo Pedro Ramos Brandao, docente all’Istituto superiore di Tecnologie avanzate di Lisbona «il rapido sviluppo dell’Intelligenza artificiale sta trasformando molti settori» economici; e questo, secondo questo studioso – autore di una pubblicazione sull’argomento intitolata The impact of artificial intelligence on modern society – rafforza la credibilità di quelle «stime che suggeriscono che circa il 40% dei posti di lavoro a livello globale è esposto all’automazione basata sull’IA». Forse la già alta stima del «40%» è ancora ottimistica, se si pensa alla notizia, raccontata anche dalla Verità pochi giorni fa, dell’azienda InvestCloud di Marghera che, con l’IA, ha sostituito tutti e 37 i suoi dipendenti.
Il punto è che un domani non lontano potrebbero mancare anche quanti posso raccontarli, questi fatti: i giornalisti. Sì, perché uno dei settori dove l’Intelligenza artificiale rischia di mietere più vittime è proprio il giornalismo. Ma non quello su carta, già in crisi da tempo, bensì proprio quello in Rete, che teoricamente doveva essere la nuova frontiera dell’informazione. La scorsa estate il Guardian, in un servizio a firma di Michael Savage, dava notizia di uno studio sull’«impatto devastante» che l’IA può avere sul traffico dei siti di informazione, con fino all’80% dei clic in meno per taluni portali in conseguenza della sostituzione dei risultati di ricerca con i riepiloghi creati dall’Intelligenza artificiale. Ora, se uniamo quest’ultimo dato a quelli già esposti, è evidente come l’IA – benché non abbia una coscienza né, assicurano molti esperti, possa mai averne una – operi con una forte invadenza nella vita delle persone, a partire dalle più vulnerabili. Il che, al di là delle insidie proprie di questa nuova tecnologia, alimenta un dubbio preoccupante e che, forse, è il vero cuore di tutto il discorso: l’uomo contemporaneo dispone o meno della solidità interiore necessaria per non lasciarsi sedurre da sistemi che minacciano di impigrirlo se non di raggirarlo, facendo leva sul suo sempre più labile spirito critico? Alla fine, la faccenda è tutta qui.
«I chatbot non sono mai neutrali: veicolano una visione dell’uomo»
Se oggi tutti parlano di Intelligenza artificiale, non sono invece molti i giovani studiosi che se occupano da anni. Tra questi c’è Giulia Bovassi, classe 1991, docente di Bioetica, associate researcher della cattedra Unesco in Bioetica e diritti umani, autrice di decine di pubblicazioni scientifiche nazionali. Si occupa dell’IA e del transumanesimo da anni e ha da poco pubblicato un libro intitolato appunto Attrazione digitale. Il lato oscuro del transumano e dell’intelligenza artificiale (Il Timone).
Professoressa, l’Intelligenza artificiale cambierà le nostre vite o le sta già cambiando?
«L’Intelligenza artificiale è il nostro presente spesso trattato come un futuro ancora lontano. In tal senso, sì, questa tecnologia non è un semplice “strumento”, ma un’infrastruttura e, oserei dire, un sistema. È pervasiva e onnipresente, abita le nostre case fino agli spazi più intimi della nostra mente. Ciò le conferisce il potere di cambiare chi siamo e il modo in cui abitiamo il mondo facendosi mediatore della realtà. Da un lato si rivela un mezzo utile per velocizzare mansioni e ottimizzare processi, dall’altro diviene un filtro determinante che orienta chi siamo, le nostre opinioni, la qualità dell’informazione, rimodella le relazioni, norme sociali e comunità, stabilisce la veridicità o falsità di ciò che ci circonda. In definitiva, agisce sulla nostra libertà decisionale e possibilità di conoscere la verità».
Quali implicazioni dell’IA la spaventano di più?
«Mi preoccupano sia l’azione di rimodellamento sul soggetto, sia una visione funzionalista dell’essere umano. Se guardiamo alla persona come un elaboratore di dati, totalmente conoscibile, e come una macchina imperfetta la cui unica differenza rispetto a quella sintetica consiste nell’essere un’intelligenza incarnata, cioè con un corpo biologico, allora la visione di una super-intelligenza o di una sostituibilità dell’uomo a favore della macchina, diventerà l’obiettivo principale. Da questa prospettiva non è la macchina ad adattarsi all’uomo, ma l’uomo alla macchina. Il problema delle nuove tecnologie non è tecnico, bensì antropologico. Mi spaventa l’idea di una società che, in nome dell’efficienza - nel mio libro parlo di “tirannia del comfort” - sia disposta a sacrificare la ragione orientata al bene».
Giorni fa, ha fatto notizia un’azienda di Marghera che ha licenziato tutti e 37 i suoi dipendenti, sostituiti dall’IA: è un assaggio di ciò che ci aspetta?
«È un segnale d’allarme che molti hanno cercato di minimizzare o, alla peggio, ignorare e oggi, come spesso accade, diventa un problema. Il problema subentra quando la logica dell’ottimizzazione prevarica su quella del valore. Non credo che la sostituzione dell’uomo con l’IA sia un destino ineluttabile né che possa avvenire una sostituzione integrale dell’opera umana, la creatività e la bellezza, ma senza dubbio diverrà la scelta preferibile rispetto al lavoratore con bisogni umani e prestazioni umane sulla base di valutazioni economiciste. Il processo deve essere integrativo, non sostitutivo».
Un numero crescente di persone, giovanissimi ma non solo, utilizza ChatGpt per confidarsi, chiedere consigli professionali, psicologici, perfino medici.
«Questo fenomeno è al centro dell’attenzione, per alcuni già un’emergenza definita “psicosi da IA”. È un’economia dell’attaccamento e un mercato dei comportamenti. In tutto il mondo milioni di persone condividono il loro mondo interiore, il loro mondo psicologico, con i sistemi di IA instaurando un rapporto di fiducia diversa da quella che banalmente costruiamo con una calcolatrice, della quale non controlliamo i risultati, ma un rapporto relazionale».
Com’è possibile?
«In molti dei casi che hanno visto coinvolti utenti adulti, vi è la piena consapevolezza che il chatbot è irreale, sintetico, inesistente, eppure se da un lato viene messo in dubbio che cosa si possa definire oggi “reale” e cosa no; dall’altro, resta preferibile alle relazioni umane in quanto meno problematico e più soddisfacente. Ne deduciamo una profonda solitudine esistenziale e la capacità di questi sistemi di intercettare bisogni e vulnerabilità, in particolare l’infrastruttura psicologica».
Quali i benefici che invece sta portando questa nuova frontiera tecnologica? Esiste un bicchiere mezzo pieno?
«Certo. La tecnologia è pur sempre opera dell’ingegno umano e, se orientata alla promozione del vero bene, porta dei benefici. Penso all’ambito clinico: l’IA fornisce grande supporto nella diagnostica o nella personalizzazione delle terapie o nella ricerca - ad esempio l’ambito delle malattie rare -, rispettando la dignità del malato e promuovendo il bene. Può liberare l’uomo da lavori alienanti e ripetitivi, talvolta rischiosi, consentendo di affinare nuove abilità. Il bicchiere mezzo pieno è possibile se l’IA resta un mezzo e come tale sottoposto all’uomo».
Nel mondo nel 2024 le menzioni dell’IA nei procedimenti legislativi di 75 Paesi sono cresciute del 21,3%, arrivando a quota 1.889: nove volte il dato del 2016. Va bene o è ancora troppo poco?
«La domanda cruciale nella governance dell’IA resta “chi controlla i controllori?”. Regolamentare è necessario, ma da sola la legge non basta se non è ancorata ad un’etica solida. La politica deve domandarsi perché un’IA viene progettata in un determinato modo, con quali finalità, quali bene tutela e quali promuove. Serve sviluppare pensiero critico e partire dalla consapevolezza che l’IA non è neutra, ma riflette una visione dell’uomo e dei suoi diritti fondamentali. La politica deve darsi una giusta priorità di beni e valori».
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