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2025-02-21
Washington striglia Zelensky e lui si riallinea: «Pronti a firmare l’intesa con gli Usa»
Volodymyr Zelensky e Keith Kellogg (Ansa)
Prove di disgelo tra Washington e Kiev? Ieri, l’inviato americano per l’Ucraina, Keith Kellogg, è stato ricevuto da Volodymyr Zelensky nella Capitale ucraina. Nonostante al termine del colloquio la parte americana abbia chiesto e ottenuto l’annullamento della conferenza stampa congiunta dei due, il leader ucraino ha cercato di gettare acqua sul fuoco dopo le fibrillazioni degli ultimi giorni. Zelensky ha definito il colloquio con Kellogg una «buona discussione», dicendosi inoltre «grato agli Stati Uniti per tutta l’assistenza e il supporto bipartisan a favore dell’Ucraina e del popolo ucraino». «L’Ucraina», ha aggiunto, «è pronta per un accordo d’investimento e sicurezza forte ed efficace con il presidente degli Stati Uniti». Insomma, sembrerebbe essere tornato timidamente il sereno tra Washington e Kiev. Ricordiamo che, l’altro ieri, Donald Trump ha duramente criticato il presidente ucraino, definendolo un «dittatore» per aver posticipato le elezioni che avrebbero teoricamente dovuto tenersi l’anno scorso. L’inquilino della Casa Bianca era notevolmente irritato dopo che Zelensky si era lamentato dei colloqui tra americani e russi a Riad. Il presidente ucraino aveva inoltre affermato che l’omologo statunitense fosse circondato da disinformazione russa.
Tornando a ieri, alcune ore prima che la conferenza stampa a Kiev fosse annullata, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Mike Waltz, aveva rilasciato un’intervista a Fox News, sostenendo che l’Ucraina avrebbe dovuto «abbassare i toni, riflettere attentamente e firmare l’accordo» sui minerali strategici, che era stato proposto da Washington. «Abbiamo offerto agli ucraini un’incredibile e storica opportunità per far sì che gli Stati Uniti d’America co-investano con l’Ucraina, investano nella sua economia, investano nelle sue risorse naturali e diventino davvero un partner per il futuro dell’Ucraina in un modo che sia sostenibile, ma che rappresenti anche, credo, la migliore garanzia di sicurezza a cui possano mai sperare, molto più di un altro mucchio di munizioni», aveva aggiunto Waltz, per poi negare che Kiev fosse stata marginalizzata a livello diplomatico. «Portare tutti al tavolo contemporaneamente non ha funzionato in passato. Quindi abbiamo coinvolto una parte, abbiamo coinvolto l’altra parte e poi avremo un processo che andrà avanti sotto la direzione e la leadership del presidente Trump», aveva detto.
Nel frattempo, il Financial Times ha riportato che gli Stati Uniti si sarebbero rifiutati di definire Mosca un «aggressore» nell’ambito di una dichiarazione del G7 dedicata all’anniversario dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Dall’altra parte, Reuters ha riferito che Washington non avrebbe intenzione di co-sponsorizzare una bozza di risoluzione Onu, che sostiene l’integrità territoriale ucraina e che invoca al contempo il ritiro delle truppe russe.
Ora, per quanto possano apparire controverse alcune posizioni di Trump, va comunque tenuto presente che ci troviamo nel mezzo di un processo diplomatico, in cui il presidente americano bilancia bastone e carota, mettendo - in modo alternato - sotto pressione i due belligeranti. Era il 22 gennaio scorso quando il tycoon minacciò di colpire Mosca con «tariffe e sanzioni» se non avesse avviato le trattative diplomatiche sull’Ucraina. Ricordiamo inoltre che Trump ha recentemente imposto dazi aggiuntivi del 10% a quella stessa Cina che, negli ultimi tre anni, ha appoggiato economicamente Mosca. Tra l’altro, durante i recentissimi colloqui di Riad, le delegazioni americana e russa hanno concordato di trattare anche altri dossier geopolitici: un implicito riferimento alle questioni di Iran e Siria, che entreranno probabilmente nel processo diplomatico ucraino.
Non dimentichiamo infatti che la caduta di Bashar Al Assad ha notevolmente indebolito il Cremlino nello scacchiere mediorientale: un elemento, questo, su cui Trump potrebbe far leva nelle trattative ucraine con Vladimir Putin. Lo zar teme lo strapotere turco in Siria. E sta cercando di recuperare terreno nell’area dopo l’ascesa di Mohammed Al Jolani. Guarda caso, proprio ieri è stato reso noto da Middle East Eye che il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, dovrebbe recarsi ad Ankara la settimana prossima. Trump, dal canto suo, potrebbe manovrare affinché Turchia e Russia si mettano sotto pressione vicendevolmente. Potrebbe usare la pressione turca per indebolire la posizione negoziale di Mosca sull’Ucraina; dall’altra parte, potrebbe contemporaneamente sfruttare la sponda russa, per contenere l’incremento d’influenza di Recep Tayyip Erdogan in Siria. La situazione, come si vede, è complessa. Prima di tacciare semplicisticamente Trump di appeasement, bisognerebbe quindi forse essere un poco più cauti. La partita in corso è molto più ampia e articolata rispetto alla sola triangolazione tra Washington, Kiev e Mosca. Il presidente americano lo ha capito. E sta cercando di comportarsi di conseguenza. Avrà successo? Non lo sappiamo. Ma i giudizi affrettati andrebbero evitati.
Ursula invece va a Kiev con l’elmetto
Ci sono molti modi per perdere una guerra. Si può farlo con onore, come sta facendo l’Ucraina, oppure scivolare nel ridicolo e nell’inutilità, come sta facendo l’Unione europea. E allora, mentre gli assetti della futura Ucraina verranno decisi da Donald Trump e Vladimir Putin, Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio d’Europa, Antonio Costa, lunedì andranno in gita a Kiev per il terzo anniversario dell’invasione russa. Assai probabile che non ci sia Emmanuel Macron, che proprio ieri ha messo a punto un piano per la pace. Con il collega britannico Keir Starmer, mica con la povera Ursula.
Un anniversario è sempre meglio di niente, quando l’agenda politica è tristemente vuota, e allora il presidente della Commissione Ue ieri ha annunciato il viaggio in Ucraina per il 24. Dal suo staff, dopo i duri attacchi del presidente Usa al presidente ucraino, ci si limita a sottolineare che «Zelensky è stato legittimamente eletto in elezioni libere, corrette e democratiche» e che «l’Ucraina è una democrazia, mentre la Russia di Putin no».
Al viaggio di testimonianza ha subito aderito anche Costa, che su «X» ha scritto: «Lunedì 24 febbraio segna il terzo anniversario dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina. Ho deciso di essere a Kiev per quell’occasione, con Ursula von der Leyen, per riaffermare il nostro sostegno all’eroico popolo ucraino e al presidente eletto democraticamente Volodymyr Zelensky». Tra le prime adesioni, da registrare per il momento solo quelle dello spagnolo Pedro Sánchez e di Carlo Calenda, che ieri ha definito Giuseppe Conte «un traditore dell’Europa perché sta con Trump». Il sillogismo è un po’ azzardato, perché se l’Europa cincischia su tutto e si è fatta guidare da Joe Biden per quasi tre anni il concetto di «tradimento dell’Europa» va considerato con maggior precisione. Anche non onorare il proprio mandato è un tradimento.
E siccome la tenaglia Putin-Trump evidentemente non bastava per mettere spalle al muro, ieri ci si sono messi anche Regno Unito e Francia. Al momento non sembra che né Macron né Starmer parteciperanno alla simbolica gita di lunedì. Più che altro, hanno trovato di meglio da fare. In particolare, il primo ministro britannico presenterà all’inizio della prossima settimana al presidente americano, direttamente a Washington, un piano anglo-francese che prevede l’invio di circa 30.000 soldati europei in Ucraina per mantenere l’eventuale cessate il fuoco mediato dalla Casa Bianca. È appena il caso di ricordare che Londra, con la Brexit, ha formalmente salutato Bruxelles.
Il piano prevede che il comando delle truppe di pace sia affidato a non meglio precisati «Paesi europei» e che riguardi il presidio delle principali città ucraine, dei porti e di altri siti infrastrutturali critici come le centrali nucleari. Ci sarà anche un monitoraggio più tecnologico, affidato ad aerei dell’intelligence, droni, satelliti. Secondo l’inglese Telegraph, poi, saranno inviate anche navi da pattugliamento nel Mar Nero, in modo da monitorare le minacce (non solo russe) alle rotte di navigazione commerciale.
Anche Macron ha in programma un viaggio a Washington la prossima settimana per parlare con Trump. Il presidente francese, come ha spiegato il ministro per l’Ue, Benjamin Haddad, attraversa l’Atlantico per un colloquio a quattr’occhi che servirà a «difendere gli interessi europei» e a mettere le basi per una pace in Ucraina «stabile e sostenibile».
E così, mentre la pace si decide altrove e con iniziative concrete, la missione della Von der Leyen a Kiev rischia di essere buona per qualche foto e nulla più. Oltre al fatto che, considerato il livello delle polemiche di questi giorni, la gita potrebbe diventare una mezza pagliacciata anti Trump con tanto di elmetto. Giusto per continuare a promettere sempre più armi europee e, di fatto, disprezzando una tregua.
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Il leader ucraino riceve l’inviato Kellogg e ringrazia l’America dopo l’ammonimento di Waltz («Abbassi i toni»). Per gli Stati Uniti al G7 la Russia non è l’«aggressore».A tre anni dall’inizio del conflitto il capo della Commissione Ue, escluso dalle trattative, visiterà la Capitale degli invasi. Con lei Costa, Sánchez (e Calenda). Macron si sfila.Lo speciale contiene due articoli.Prove di disgelo tra Washington e Kiev? Ieri, l’inviato americano per l’Ucraina, Keith Kellogg, è stato ricevuto da Volodymyr Zelensky nella Capitale ucraina. Nonostante al termine del colloquio la parte americana abbia chiesto e ottenuto l’annullamento della conferenza stampa congiunta dei due, il leader ucraino ha cercato di gettare acqua sul fuoco dopo le fibrillazioni degli ultimi giorni. Zelensky ha definito il colloquio con Kellogg una «buona discussione», dicendosi inoltre «grato agli Stati Uniti per tutta l’assistenza e il supporto bipartisan a favore dell’Ucraina e del popolo ucraino». «L’Ucraina», ha aggiunto, «è pronta per un accordo d’investimento e sicurezza forte ed efficace con il presidente degli Stati Uniti». Insomma, sembrerebbe essere tornato timidamente il sereno tra Washington e Kiev. Ricordiamo che, l’altro ieri, Donald Trump ha duramente criticato il presidente ucraino, definendolo un «dittatore» per aver posticipato le elezioni che avrebbero teoricamente dovuto tenersi l’anno scorso. L’inquilino della Casa Bianca era notevolmente irritato dopo che Zelensky si era lamentato dei colloqui tra americani e russi a Riad. Il presidente ucraino aveva inoltre affermato che l’omologo statunitense fosse circondato da disinformazione russa. Tornando a ieri, alcune ore prima che la conferenza stampa a Kiev fosse annullata, il consigliere per la sicurezza nazionale americano, Mike Waltz, aveva rilasciato un’intervista a Fox News, sostenendo che l’Ucraina avrebbe dovuto «abbassare i toni, riflettere attentamente e firmare l’accordo» sui minerali strategici, che era stato proposto da Washington. «Abbiamo offerto agli ucraini un’incredibile e storica opportunità per far sì che gli Stati Uniti d’America co-investano con l’Ucraina, investano nella sua economia, investano nelle sue risorse naturali e diventino davvero un partner per il futuro dell’Ucraina in un modo che sia sostenibile, ma che rappresenti anche, credo, la migliore garanzia di sicurezza a cui possano mai sperare, molto più di un altro mucchio di munizioni», aveva aggiunto Waltz, per poi negare che Kiev fosse stata marginalizzata a livello diplomatico. «Portare tutti al tavolo contemporaneamente non ha funzionato in passato. Quindi abbiamo coinvolto una parte, abbiamo coinvolto l’altra parte e poi avremo un processo che andrà avanti sotto la direzione e la leadership del presidente Trump», aveva detto. Nel frattempo, il Financial Times ha riportato che gli Stati Uniti si sarebbero rifiutati di definire Mosca un «aggressore» nell’ambito di una dichiarazione del G7 dedicata all’anniversario dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Dall’altra parte, Reuters ha riferito che Washington non avrebbe intenzione di co-sponsorizzare una bozza di risoluzione Onu, che sostiene l’integrità territoriale ucraina e che invoca al contempo il ritiro delle truppe russe. Ora, per quanto possano apparire controverse alcune posizioni di Trump, va comunque tenuto presente che ci troviamo nel mezzo di un processo diplomatico, in cui il presidente americano bilancia bastone e carota, mettendo - in modo alternato - sotto pressione i due belligeranti. Era il 22 gennaio scorso quando il tycoon minacciò di colpire Mosca con «tariffe e sanzioni» se non avesse avviato le trattative diplomatiche sull’Ucraina. Ricordiamo inoltre che Trump ha recentemente imposto dazi aggiuntivi del 10% a quella stessa Cina che, negli ultimi tre anni, ha appoggiato economicamente Mosca. Tra l’altro, durante i recentissimi colloqui di Riad, le delegazioni americana e russa hanno concordato di trattare anche altri dossier geopolitici: un implicito riferimento alle questioni di Iran e Siria, che entreranno probabilmente nel processo diplomatico ucraino. Non dimentichiamo infatti che la caduta di Bashar Al Assad ha notevolmente indebolito il Cremlino nello scacchiere mediorientale: un elemento, questo, su cui Trump potrebbe far leva nelle trattative ucraine con Vladimir Putin. Lo zar teme lo strapotere turco in Siria. E sta cercando di recuperare terreno nell’area dopo l’ascesa di Mohammed Al Jolani. Guarda caso, proprio ieri è stato reso noto da Middle East Eye che il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, dovrebbe recarsi ad Ankara la settimana prossima. Trump, dal canto suo, potrebbe manovrare affinché Turchia e Russia si mettano sotto pressione vicendevolmente. Potrebbe usare la pressione turca per indebolire la posizione negoziale di Mosca sull’Ucraina; dall’altra parte, potrebbe contemporaneamente sfruttare la sponda russa, per contenere l’incremento d’influenza di Recep Tayyip Erdogan in Siria. La situazione, come si vede, è complessa. Prima di tacciare semplicisticamente Trump di appeasement, bisognerebbe quindi forse essere un poco più cauti. La partita in corso è molto più ampia e articolata rispetto alla sola triangolazione tra Washington, Kiev e Mosca. Il presidente americano lo ha capito. E sta cercando di comportarsi di conseguenza. Avrà successo? Non lo sappiamo. Ma i giudizi affrettati andrebbero evitati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-kellogg-2671190500.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ursula-invece-va-a-kiev-con-lelmetto" data-post-id="2671190500" data-published-at="1740085596" data-use-pagination="False"> Ursula invece va a Kiev con l’elmetto Ci sono molti modi per perdere una guerra. Si può farlo con onore, come sta facendo l’Ucraina, oppure scivolare nel ridicolo e nell’inutilità, come sta facendo l’Unione europea. E allora, mentre gli assetti della futura Ucraina verranno decisi da Donald Trump e Vladimir Putin, Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio d’Europa, Antonio Costa, lunedì andranno in gita a Kiev per il terzo anniversario dell’invasione russa. Assai probabile che non ci sia Emmanuel Macron, che proprio ieri ha messo a punto un piano per la pace. Con il collega britannico Keir Starmer, mica con la povera Ursula. Un anniversario è sempre meglio di niente, quando l’agenda politica è tristemente vuota, e allora il presidente della Commissione Ue ieri ha annunciato il viaggio in Ucraina per il 24. Dal suo staff, dopo i duri attacchi del presidente Usa al presidente ucraino, ci si limita a sottolineare che «Zelensky è stato legittimamente eletto in elezioni libere, corrette e democratiche» e che «l’Ucraina è una democrazia, mentre la Russia di Putin no». Al viaggio di testimonianza ha subito aderito anche Costa, che su «X» ha scritto: «Lunedì 24 febbraio segna il terzo anniversario dell’invasione russa su vasta scala dell’Ucraina. Ho deciso di essere a Kiev per quell’occasione, con Ursula von der Leyen, per riaffermare il nostro sostegno all’eroico popolo ucraino e al presidente eletto democraticamente Volodymyr Zelensky». Tra le prime adesioni, da registrare per il momento solo quelle dello spagnolo Pedro Sánchez e di Carlo Calenda, che ieri ha definito Giuseppe Conte «un traditore dell’Europa perché sta con Trump». Il sillogismo è un po’ azzardato, perché se l’Europa cincischia su tutto e si è fatta guidare da Joe Biden per quasi tre anni il concetto di «tradimento dell’Europa» va considerato con maggior precisione. Anche non onorare il proprio mandato è un tradimento. E siccome la tenaglia Putin-Trump evidentemente non bastava per mettere spalle al muro, ieri ci si sono messi anche Regno Unito e Francia. Al momento non sembra che né Macron né Starmer parteciperanno alla simbolica gita di lunedì. Più che altro, hanno trovato di meglio da fare. In particolare, il primo ministro britannico presenterà all’inizio della prossima settimana al presidente americano, direttamente a Washington, un piano anglo-francese che prevede l’invio di circa 30.000 soldati europei in Ucraina per mantenere l’eventuale cessate il fuoco mediato dalla Casa Bianca. È appena il caso di ricordare che Londra, con la Brexit, ha formalmente salutato Bruxelles. Il piano prevede che il comando delle truppe di pace sia affidato a non meglio precisati «Paesi europei» e che riguardi il presidio delle principali città ucraine, dei porti e di altri siti infrastrutturali critici come le centrali nucleari. Ci sarà anche un monitoraggio più tecnologico, affidato ad aerei dell’intelligence, droni, satelliti. Secondo l’inglese Telegraph, poi, saranno inviate anche navi da pattugliamento nel Mar Nero, in modo da monitorare le minacce (non solo russe) alle rotte di navigazione commerciale. Anche Macron ha in programma un viaggio a Washington la prossima settimana per parlare con Trump. Il presidente francese, come ha spiegato il ministro per l’Ue, Benjamin Haddad, attraversa l’Atlantico per un colloquio a quattr’occhi che servirà a «difendere gli interessi europei» e a mettere le basi per una pace in Ucraina «stabile e sostenibile». E così, mentre la pace si decide altrove e con iniziative concrete, la missione della Von der Leyen a Kiev rischia di essere buona per qualche foto e nulla più. Oltre al fatto che, considerato il livello delle polemiche di questi giorni, la gita potrebbe diventare una mezza pagliacciata anti Trump con tanto di elmetto. Giusto per continuare a promettere sempre più armi europee e, di fatto, disprezzando una tregua.
Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
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La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
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