scorta polizia lepore
La manifestazione al Pilastro di Bologna in memoria di Abderrahim Fakir, Bologna, 26 luglio 2026 (Ansa)

Mai visto: il primo cittadino di Bologna sotto protezione per le offese online, e il sindacato dei Carabinieri chiede tutele per le forze dell’ordine, sottoposte alla stessa gogna. Pilastro e Anpi insultano ancora le divise.

Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di Polizia Coisp, ha visto i video dell’arresto di Fakir?

«Anche a giudicare da quelle immagini diffuse sui media, le manovre effettuate dai poliziotti sono coerenti con gli interventi che normalmente si effettuano in quei contesti. I colleghi hanno tentato di ricondurre verbalmente il soggetto alla ragionevolezza, e poi sono stati costretti ad usare la forza fisica per cercare di bloccarlo».

Quindi tutto regolare?

«Non c’è stato alcun eccesso di violenza. Anche i connazionali di Fakir hanno aiutato i poliziotti a renderlo inoffensivo. Bloccare mani e piedi, peraltro, è un’operazione che rende possibile l’assistenza sanitaria. Finché il soggetto non è perfettamente inoffensivo, gli operatori del 118 neanche si avvicinano».

Chi era Fakir?

«È morto drammaticamente. Ma inizialmente si è cercato di far passare questo soggetto come un passante, inoffensivo. Invece aveva un curriculum criminale di primo piano, è stato arrestato più volte, con precedenti per reati violenti».

Perché è morto?

«La mia opinione, che non ha alcuna valenza scientifica, è che probabilmente la morte sia dovuta alle sostanze stupefacenti di cui ha fatto uso nelle ore precedenti. Sostanze che lo hanno condotto in uno stato di psicosi, con un riverbero violento verso sé stessi e gli altri».

Perché certe operazioni sono così difficili da gestire?

«Il grande criminale è lucido, e puoi prevederne le azioni. Le persone fuori di sé, al contrario, mostrano una forza fisica inaspettata e imprevedibile. Per bloccarle servono capacità enormi. Nonostante i professori da salotto, che giudicano il nostro lavoro guardando un fotogramma, bisogna aver vissuto certe esperienze per poterle comprendere appieno».

Domenico
Domenico Pianese (Ansa)

Non trova strano che uno dei poliziotti abbia acquistato la bodycam a sue spese?

«No, perché da 10 anni chiediamo ai governi le telecamere in dotazione. Abbiamo stretto delle convenzioni con società produttrici per consentire ai colleghi di acquistare bodycam a un prezzo più conveniente. E siamo i primi a voler documentare ogni nostro intervento con trasparenza».

Perché?

«Perché i poliziotti hanno paura ad ogni uscita. Paura di essere incriminati, di finire in tribunale, di essere colpiti dalle polemiche, a prescindere dall’esito, dalla bontà dell’intervento, dall’aver seguito tutte le regole, i protocolli, le leggi di questo Paese. Lo vediamo nel servizio di ordine pubblico, nelle operazioni di polizia giudiziaria, nel controllo del territorio. Viviamo in uno stato d’accusa perenne, in cui siamo considerati presunti colpevoli. Ci sono avvocati pronti ad aggredire giudiziariamente le forze di polizia, ovunque».

Cioè?

«Associazioni di legali che vivono di cause contro gli agenti. Puntano a fare soldi, alimentando l’idea che con la querela al poliziotto che ti ferma al posto di blocco si possano ottenere risarcimenti di migliaia di euro. L’avvocato di Fakir fa questo mestiere da una vita».

Però gli agenti si avvalgono dello scudo penale.

«Un’altra falsità, non esiste nessuno scudo. Cambia la procedura, i poliziotti vengono iscritti in un modulo separato, ma le indagini proseguono comunque».

Ha l’impressione che qualcuno sogni una polizia disarmata?

«Ho l’impressione che qualcuno non voglia alcuna forza di polizia. Si pretende che, di fronte a chi picchia e aggredisce, si rimanga inerti, si ammanetti chiedendo “per favore”, in attesa che qualcuno ci dica se intervenire o meno».

Quindi?

«Noi siamo pronti a fare ciò che lo Stato ci dice di fare. Ci dicano come dobbiamo intervenire, e lo faremo. Ma non possiamo accettare che le forze di polizia inviate nelle piazze diventino il bersaglio degli antagonisti di turno. Se qualcuno immagina la polizia come uno sfogatoio, sappia che nessun cittadino avrà più l’ambizione di arruolarsi. E a un certo momento, per le strade, non ci sarà più nessuno in rappresentanza dello Stato».

Qual è lo stato d’animo dei suoi colleghi?

«Profonda amarezza per il comportamento di alcuni rappresentanti istituzionali. Indire la manifestazione a Bologna poche ore dopo la morte di Fakir, quando già antagonisti di estrema sinistra stavano soffiando sul fuoco, è stato un atto irresponsabile da parte del sindaco Lepore. Non poteva non sapere che sarebbe suonata come una chiamata alle armi».

Doveva aspettare?

«È stata chiamata la piazza senza conoscere le cause della morte di Fakir, nonché l’effettivo comportamento della polizia, e tutto mentre la procura di Bologna lavorava insieme alla Questura per ricostruire i fatti».

Il sindaco voleva cavalcare la protesta?

«Sarebbe ancora più grave se un sindaco si mettesse alla testa di una protesta anti Stato. Mi domando con quali fini».

Cos’ha chiesto a Lepore?

«Di scusarsi con le forze di polizia per ciò che direttamente o indirettamente ha provocato con le sue scelte. Le scuse non sono arrivate».

Lepore ha ribattuto che a Bologna c’erano due piazze, e la sua non era violenta.

«È una scusa povera. La solita politica dei due forni. Dopo l’annuncio del sindaco, sui social anarchici e antagonisti hanno chiamato a raccolta i propri aderenti e poi sono scesi in piazza anche loro. Lepore ha lanciato un assist ai violenti».

Una piazza finita in guerriglia, e convocata senza regolare autorizzazione?

«Sì, ed è grave: quella manifestazione era illegittima. Il diritto a manifestare non significa fare ciò che si vuole. Esiste il testo unico di pubblica sicurezza: l’avviso in Questura va spedito con un preavviso di tre giorni, specificando partecipanti, percorsi, finalità».

Burocrazia?

«Non è burocrazia, sono le regole. Quelle che valgono per tutti, poliziotti compresi. Il preavviso serve per approntare i dispositivi di sicurezza, per capire se ci sono obiettivi sensibili lungo il percorso, o se è preferibile una manifestazione statica rispetto al corteo. Abbiamo dovuto far convergere a Bologna, di corsa, centinaia di agenti da Roma, Firenze e Padova. Solo perché Lepore ha chiamato la piazza senza preavviso».

A Bologna esiste una saldatura tra istituzioni e antagonisti?

«Non saprei, ma abbiamo alcuni elementi oggettivi: quando un Comune favorisce alcuni centri sociali che occupano degli stabili pubblici, e gli consente di fruire di tutti i beni e servizi — energia elettrica, forniture idriche — siamo di fronte a una copertura politica per favorire certi soggetti».

Il 2 agosto, nell’avversario della strage alla stazione di Bologna, Cgil e Anpi chiameranno a raccolta il loro popolo. Teme altri scontri?

«C’è un filo rosso che lega queste manifestazioni. Sicuramente alcuni di quelli che hanno messo a ferro e fuoco Bologna, erano presenti anche nelle manifestazioni anti Tav dei giorni successivi. Certi messaggi contro la polizia si ingigantiscono».

Nel ddl sicurezza, intanto, il governo lancia l’imputabilità sopra i 14 anni.

«Le norme vanno aggiornate, di pari passo con l’evoluzione della società. Se un ragazzo di 15 anni aggredisce una persona anziana per strada, oggi viene portato in commissariato e restituito ai genitori. Talvolta i padri ti rimettono sulla retta via, ma spesso si chiude tutto con un sorriso, perché la mela non cade lontana dall’albero. Le norme penali hanno anche un potere educativo, legato alle sanzioni, che in Italia dev’essere ripristinato. Ma troppo spesso, a sparire, sono proprio le sanzioni».

Il gioielliere Mario Roggero deve scontare la sua pena?

«Se ci si comporta in quel modo, la pena è commisurata. Ma bisogna tenere conto anche dello stato d’animo. Occorre comprendere se in quei frangenti si era ancora capaci di intendere, dopo tante rapine subite e i familiari in pericolo».

Serviva più vigilanza, più forze di polizia, per evitare di farsi giustizia da soli?

«Premesso che non si può mettere un poliziotto ad ogni angolo di strada, è curioso che alcuni parlamentari chiedano conto al ministro della carenza d’organico, quando per anni proprio loro avevano bloccato il turnover».

E oggi?

«Nel 1989 si fecero le piante organiche delle forze di polizia, fissando la quota a 117.000 uomini. Non abbiamo raggiunto quell’obiettivo. E nel frattempo si sono moltiplicati gli ambiti di intervento: solo il fenomeno migratorio assorbe migliaia di uomini ogni giorno, togliendoli all’ordine pubblico e al controllo del territorio. Oggi, se non altro, abbiamo riassunto tutti gli agenti andati in pensione. Ma la strada è ancora lunga».

Corteo al Pilastro: «Siam tutti Fakir» Striscioni contro governo e… Lepore

La morte di Abderrahim Fakir, 42 anni, marocchino deceduto durante una operazione di polizia una settimana fa è diventata per collettivi, antagonisti e movimentisti vari un pretesto perfetto per dare voce – una volta in più – al sentimento antipolizia che da sempre cova negli ambienti. E ancora più perfetto perché, grazie alla nazionalità di Fakir, ha permesso ai soliti noti un bel passo in avanti tanto inatteso quanto gradito: agganciare in modo saldo alla protesta nientemeno che la numerosa comunità marocchina.

I cartelli e gli slogan scanditi ieri pomeriggio, nel rione Pilastro dai partecipanti andavano infatti dal «Siamo tutti Fakir» a un più esplicito «Aboliamo la polizia», da un «Vogliamo giustizia» fino ad un inequivocabile «Siamo tutti antirazzisti, fuori gli sbirri dai nostri quartieri». Per gli organizzatori (tra cui Potere al popolo, Usb, Comitato popolare Pilastro, collettivo Plat, oltre che la comunità marocchina) che si sono alternati alla guida del corteo formato da alcune centinaia di persone, Fakir «è stato assassinato» con un «omicidio nazionale» e gli immigrati «non sono guardati come degli esseri umani».

Anche il sindaco Matteo Lepore, che più volte ha strizzato l’occhio al mondo dei collettivi, da sempre legato a doppio filo al potere Pd nel capoluogo emiliano, non è uscit indenne dalla manifestazione di ieri. Citato addirittura come «colpevole» della morte di Fakir, «assassinato anche dalla giunta comunale». Lepore è stato oggetto di diversi attacchi slogan: «È da mesi che questa giunta ci manda la polizia per castigarci», sostenevano gli oratori impegnati a sollecitare il corteo, «non è una giunta di sinistra e democratica anche oggi sulla stampa ci hanno promesso polizia a valanga… Pensate davvero che la voce del Pilastro si può zittire così?». A conclusione della manifestazione, gli organizzatori hanno promesso: «A settembre faremo un’eruzione vulcanica».

E a proposito di Lepore, sulla testa del primo cittadino di Bologna è arrivata, sempre nella giornata di ieri, una tegola non da poco. Dopo aver convocato una manifestazione di piazza, chiedendo «verità e giustizia per la morte di Abderrahim Fakir» e aver assistito alla guerriglia urbana che ne è seguita, con la polizia di Stato da una parte (70 agenti feriti) e antagonisti e agitatori vari dall’altra (200.000 euro di danni, auto bruciate e centro storico devastato), il sindaco ha ottenuto due giorni fa l’assegnazione della scorta denunciato di aver subito minacce di morte via social.

Ieri il Sindacato italiano militari carabinieri (la prima associazione professionale tra militari dell’Arma riconosciuta in Italia) ha comunicato ufficialmente la propria posizione sulla scorta assegnata al primo cittadino di Bologna e non si tratta esattamente di una dichiarazione di amicizia: «Apprendiamo dell’assegnazione della scorta. Esprimiamo solidarietà di fronte a qualsiasi minaccia», scrive il sindacato in una nota, «ma riteniamo che, qualora il sindaco necessiti di un dispositivo di protezione, le opzioni istituzionali locali siano già presenti: si impiega la polizia locale». Una presa di distanza netta dalle politiche messe in campo dal primo cittadino sulla vicenda Fakir, che in pochi giorni hanno trasformato il capoluogo emiliano nel terreno di scontro di una partita che si gioca, in realtà, ad un livello superiore.

Per il Sim, «le forze di polizia dello Stato, e tra queste l’Arma dei carabinieri, devono rimanere concentrate nelle loro attività prioritarie: la prevenzione dei reati contro il patrimonio, il controllo del territorio e la presenza capillare di prossimità al servizio di tutti i cittadini di Bologna», esprimendo «profonda preoccupazione per il clima d’odio e per le gravi minacce che si stanno registrando sui social network ai danni dei colleghi della polizia di Stato, finiti al centro di una violenta gogna mediatica a seguito del delicato intervento di servizio in cui purtroppo ha perso la vita iFakir. Chi protegge questi servitori dello Stato e le loro famiglie? Sono forse operatori di categoria inferiore rispetto a chi ricopre ruoli politici?». Per questo «auspichiamo con forza che il prefetto di Bologna, in sede di Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, valuti attentamente la necessità di adottare adeguate misure di tutela e scorta anche nei confronti dei colleghi coinvolti», conclude il sindacato.

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