Se a Chiomonte sono stati feriti 120 agenti dobbiamo ringraziare le toghe rosse. Non lo dico io e nemmeno qualche esponente del governo.
Lo spiega Antonio Rinaudo, il pm che, dopo aver indagato per anni i no Tav, li portò a giudizio, accusandoli di essere un’associazione terroristica. «All’epoca io e il procuratore Gian Carlo Caselli fummo lungimiranti, loro ciechi». «Loro» sono i giudici della Cassazione che, invece di condannare il gruppo che da anni si oppone con ogni mezzo, anche violento, alla realizzazione dell’Alta velocità in Val di Susa, processarono gli indagati per la sola accusa di danneggiamento. Inutile dire che in pratica i protagonisti di una guerriglia che va avanti da tempo se la cavarono con pene lievi, continuando dunque a organizzare assalti contro le forze dell’ordine.
Rinaudo, oggi in pensione, guardando ciò che è successo sabato, accusa gli ex colleghi: «Fu un problema di impostazione ideologica, soprattutto di una frangia dell’associazionismo e correntista della categoria. Leggasi: Magistratura democratica». Sì, l’ex magistrato che guidò le indagini sugli antagonisti (molti dei quali legati al centro sociale Askatasuna di Torino e ad altre organizzazioni estremiste in Italia e all’estero) non usa mezze parole. Anzi, punta il dito contro toghe che, avendo anche qualche congiunto fra i contestatori, condizionarono l’azione della magistratura fino a indurla a minimizzare scontri che invece avrebbero dovuto essere affrontati con ben altro rigore.
A leggere l’intervista che l’ex pm ha concesso all’edizione torinese del Corriere della Sera si capisce perché dopo quasi vent’anni, di fronte a un’opera ritenuta di straordinaria utilità, siamo ancora all’anno zero. Colpa dell’indulgenza di una magistratura che simpatizza con i rivoltosi. Ma anche di una parte politica che non riesce proprio a prendere le distanze dalla sinistra estrema e ogni volta fatica a condannare con fermezza i militanti dei centri sociali.
Da dove credete che siano spuntati gli sfascisti rossi che hanno preso d’assalto le forze dell’ordine con sassi e bombe molotov, distruggendo i mezzi del cantiere? Certo, un gruppo è arrivato da oltre confine, sollecitato dagli stessi rivoltosi che da anni operano in zona. Ma poi ci sono i militanti che mesi fa, dopo lo sgombero di Askatasuna, si scontrarono con la polizia. E quelli che la scorsa settimana hanno messo a ferro e fuoco Bologna.
Sono sempre gli stessi: bande violente ogni volta pronte a inscenare una guerriglia in nome del diritto a manifestare il dissenso. Ma quello a cui assistiamo da tempo non ha nulla a che vedere con il legittimo diritto a esprimere un’opinione diversa. Gli scontri di Chiomonte, come quelli di Torino, Bologna, a volte Milano e Roma, sono il frutto di organizzazioni terroristiche che si oppongono allo Stato. Dice bene Rinaudo: bisogna vietare questi cortei di «dissidenti», che altro non sono se non prove tecniche di rivolta, dove a rimetterci sono le forze dell’ordine e le persone per bene. Impedire, con il Daspo o con qualsiasi altro mezzo, a terroristi travestiti da manifestanti di mettere a ferro e fuoco città e cantieri.
La sinistra non ci sta? I compagni, che ridicolmente sostengono che gli scontri sono contro di loro (lo ha detto ieri Elly Schlein dopo giorni di silenzio), usano le stesse modalità che impiegarono negli anni bui del terrorismo. Anche allora spiegavano che erano loro, non le forze dell’ordine e i rappresentanti delle istituzioni, a essere le vittime dei brigatisti rossi.
Peccato che sotto il fuoco del partito armato siano finiti principalmente agenti e carabinieri, magistrati e giornalisti. Proprio come rischia di accadere ora. Le pietre lanciate a Chiomonte non hanno colpito esponenti della sinistra. Proprio come a Bologna hanno ferito poliziotti e carabinieri. Eppure, nonostante sia chiaro da che parte stiano la democrazia e lo Stato, a sinistra continuano a flirtare con gli sfascisti rossi. Perché costoro appartengono all’album di famiglia dei compagni. Proprio come vi appartenevano i militanti delle «sedicenti Brigate rosse».
Da Giorgio Bocca a Umberto Eco, per anni fu una corsa a disconoscere quei movimenti e solo con grande ritardo intellettuali e politici si resero conto da dove provenissero i rivoluzionari con il mitra. Eppure, neppure quando fu chiaro che la loro miopia aveva favorito i terroristi chiesero scusa.
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