Il nuovo rapporto Interpol descrive un ecosistema criminale industrializzato e transnazionale. Truffe online, ransomware, furti d’identità e sextortion crescono più rapidamente delle capacità investigative e normative del continente. E Interpol afferma che attività Bec provenienti dall’Africa meridionale hanno colpito imprese in Europa e che soggetti basati in Africa hanno orchestrato frodi contro obiettivi europei e nordamericani.

Il cybercrime in Africa non è più un fenomeno marginale né una semplice conseguenza della digitalizzazione. È diventato una minaccia sistemica per l’economia, i servizi pubblici e la sicurezza delle persone.

È questa la conclusione centrale dell’African Cyberthreat Assessment Report 2026 di Interpol, costruito sui dati raccolti presso 36 Paesi africani e integrato con informazioni provenienti da aziende di cybersecurity, autorità nazionali e fonti aperte. Nel 2025 il continente ha superato 1,1 miliardi di abbonamenti mobili e ha registrato oltre 1.100 miliardi di dollari in transazioni digitali. Più di 570 milioni di persone utilizzano Internet per accedere a servizi finanziari, sanitari, educativi e amministrativi. Questa trasformazione offre enormi opportunità, ma espone anche cittadini e istituzioni a rischi che molti sistemi nazionali non sono ancora preparati ad affrontare.

Dalle truffe isolate all’industria criminale

Secondo Interpol, le truffe online e il phishing rappresentano il 17% dei casi segnalati, la quota più elevata tra le categorie esaminate. Seguono frode finanziaria e furto d’identità, con il 14%, e sextortion, revenge porn e molestie online, anch’essi al 14%. Le violazioni di dati costituiscono l’11% dei casi, il Business Email Compromise il 10%, mentre ransomware e malware bancario rappresentano il 7%. Queste categorie, tuttavia, non operano separatamente

Una credenziale sottratta attraverso il phishing può essere utilizzata per accedere a un conto, richiedere un prestito, duplicare una SIM o costruire un’identità sintetica. I fondi rubati vengono poi trasferiti attraverso money mule, piattaforme fintech e criptovalute, spesso attraversando diverse giurisdizioni prima che le autorità riescano a intervenire. Il risultato è un’economia criminale integrata, nella quale dati, infrastrutture e competenze vengono venduti come servizi. Le piattaforme di Cybercrime-as-a-Service consentono anche ad attori con capacità tecniche limitate di acquistare malware, credenziali, strumenti di phishing e accessi a sistemi compromessi.

Il fenomeno degli scam centre

Uno degli sviluppi più allarmanti riguarda gli scam centre: strutture organizzate dalle quali vengono condotte campagne di frode su larga scala. Il 72% dei Paesi che hanno partecipato al sondaggio Interpol segnala la presenza di questi centri, soprattutto nell’Africa occidentale e australe. Non si tratta semplicemente di gruppi di truffatori. Il rapporto li descrive come imprese criminali dotate di catene di approvvigionamento, infrastrutture tecnologiche, sistemi di riciclaggio e meccanismi di reclutamento.

Alcune strutture sono collegate alla tratta di esseri umani: persone attirate con false offerte di lavoro vengono private dei documenti e costrette a condurre truffe sentimentali, finanziarie o legate alle criptovalute.Anche il mobile money è diventato un obiettivo privilegiato. Il 97% dei Paesi rispondenti lo indica come una delle forme di frode più diffuse. SIM registrate illegalmente, controlli KYC non uniformi e tempi lunghi per congelare i conti permettono ai criminali di spostare rapidamente il denaro.

Ransomware contro i servizi essenziali

Il ransomware sta evolvendo dall’estorsione opportunistica al sabotaggio di infrastrutture strategiche. Nel 2025 gli attacchi hanno colpito amministrazioni pubbliche, telecomunicazioni, trasporti, sanità ed energia. L’obiettivo non è soltanto cifrare i dati, ma creare il massimo livello possibile di pressione sociale ed economica. Quando vengono interrotti una rete elettrica, un sistema doganale o un servizio sanitario, la probabilità che la vittima paghi aumenta.

Il Sudafrica concentra il 92% delle rilevazioni ransomware registrate dal fornitore TrendAI nel continente. Il dato non equivale necessariamente al 92% di tutti gli attacchi africani: riflette anche la maggiore digitalizzazione del Paese, la presenza di infrastrutture connesse e la copertura dei sistemi di rilevamento. Rimane comunque un segnale della forte esposizione dell’economia sudafricana.

L’AI come moltiplicatore del crimine

L’intelligenza artificiale è il principale acceleratore della trasformazione descritta da Interpol. Il 55% dei casi di cybercrime osservati nel 2025 avrebbe coinvolto l’AI almeno occasionalmente. I criminali la utilizzano per scrivere messaggi di phishing credibili in più lingue, clonare voci, creare video falsi, automatizzare la ricerca delle vittime e costruire identità sintetiche capaci di superare alcuni controlli bancari. L’AI rende inoltre possibile personalizzare migliaia di attacchi senza un corrispondente aumento del personale criminale.

Particolarmente grave è il suo impiego nella sextortion. Da una singola fotografia pubblicata sui social media è ormai possibile generare immagini sessuali artificiali sufficientemente realistiche da essere utilizzate per ricattare la vittima. Nel 2025 TrendAI ha registrato circa 600.000 rilevazioni di sextortion in Africa. Minori e giovani adulti sono tra le categorie più vulnerabili. Il danno non è soltanto economico: vergogna, paura e isolamento possono produrre conseguenze psicologiche profonde. Lo stigma, inoltre, spinge molte vittime a non denunciare.

Autorità in ritardo rispetto agli attaccanti

Il rapporto rivela un forte squilibrio tra capacità criminali e strumenti investigativi. Il 94% delle agenzie consultate segnala una dotazione insufficiente di strumenti forensi digitali, mentre il 78% denuncia carenze di budget, personale o infrastrutture. Soltanto il 17% dei Paesi dispone di unità cyber con più di cento addetti. La preparazione sull’intelligenza artificiale è ancora più limitata.

Solo il 22% delle unità forensi possiede conoscenze operative sulle minacce basate sull’AI e appena l’8% degli analisti avrebbe competenze avanzate. Il 92% delle agenzie considera la mancanza di competenze tecniche il principale ostacolo all’adozione di strumenti di intelligenza artificiale. Anche la cooperazione rappresenta un problema. Il 72% dei rispondenti segnala lentezza nello scambio di dati tra agenzie e l’89% identifica nella collaborazione transfrontaliera il maggiore ostacolo alle indagini. Mentre denaro e prove digitali attraversano i confini in pochi secondi, una richiesta formale può richiedere settimane o mesi.

Leggi frammentate e prove difficili da ottenere

L’83% dei Paesi consultati dispone di una legislazione specifica sul cybercrime. La presenza di una legge, tuttavia, non garantisce una risposta efficace.Le definizioni dei reati, i tempi di conservazione dei dati e le regole sull’ammissibilità delle prove digitali variano notevolmente. Alcune legislazioni non contemplano ancora esplicitamente fenomeni come deepfake, cryptojacking, cyberstalking o sfruttamento delle persone all’interno degli scam centre. Questa frammentazione permette ai gruppi criminali di distribuire le diverse fasi dell’attività tra più Paesi: l’identità può essere sottratta in uno Stato, il conto aperto in un altro e il denaro riciclato attraverso un terzo.

I risultati della cooperazione internazionale

Il quadro non è esclusivamente negativo. Le operazioni coordinate da Interpol dimostrano che la collaborazione può produrre risultati concreti. Le iniziative citate nel rapporto hanno portato complessivamente a oltre 1.500 arresti. Operation Sentinel ha determinato 574 arresti, la rimozione di più di 6.000 link malevoli e la decifrazione di sei varianti ransomware. Operation Red Card 2.0 ha prodotto 651 arresti, il recupero di oltre 4,3 milioni di dollari e la neutralizzazione di 1.442 indirizzi IP e domini. Questi risultati mostrano che intelligence condivisa, contatti operativi diretti e collaborazione con aziende private possono ridurre il vantaggio temporale dei criminali. Interpol propone strumenti forensi comuni, unità specializzate in criptovalute e AI, una rete continentale operativa 24 ore su 24 e procedure accelerate per lo scambio delle prove.

Chiede inoltre una cooperazione più strutturata tra polizia, Cert, banche, telecomunicazioni, fintech e piattaforme digitali. La tecnologia, però, non è sufficiente. Servono investigatori formati, magistrati capaci di valutare prove digitali, protocolli condivisi e garanzie adeguate per privacy e diritti fondamentali. Strumenti invasivi, riconoscimento biometrico e conservazione estesa dei dati non possono essere introdotti senza controllo, trasparenza e responsabilità.

La sfida decisiva sarà quindi ridurre l’asimmetria tra una criminalità che opera alla velocità delle reti e istituzioni ancora vincolate a confini, procedure incompatibili e risorse diseguali. Il futuro della sicurezza digitale africana dipenderà meno dalla capacità di impedire ogni singolo attacco e più dalla possibilità di riconoscere, contenere e perseguire rapidamente un fenomeno ormai continentale.

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