Marco Minniti, presidente di Med-Or Italian Foundation, da un lato l’assemblea Onu a New York, dall’altro l’incontro tra Donald Trump e il leader cinese Xi a Washington, celebrato in un’atmosfera di «cordialità».
«Quello tra Trump e Xi è stato un incontro cruciale, che simboleggia i nuovi rapporti di forza tra le due nazioni. Intanto ho notato che Xi era particolarmente sorridente, cosa non comune per un dirigente comunista. L’accoglienza riservatagli da Trump è stata notevole, e il leader cinese ha ottenuto ciò che voleva: essere riconosciuto come capo di una vera superpotenza. Rappresentante di una parte di mondo che potremmo definire “i non allineati del terzo millennio”».
Il nuovo equilibrio tra Usa e Cina
Cioè?
«India, Emirati Arabi, Iran, con un coinvolgimento sempre maggiore della Turchia. Paesi che non hanno una visione comune del mondo – la Turchia fa parte della Nato – ma condividono un obiettivo: essere protagonisti nella definizione di un nuovo ordine mondiale. Perché è chiaro che il vecchio ordine è finito per sempre».
Quindi perché l’incontro Usa-Cina non è stato risolutore?
«A Trump interessava soprattutto, per ammansire la sua base elettorale, un prolungamento della tregua sui dazi, che durerà ancora un paio di mesi. Ma il punto fondamentale è che Xi non vuole accettare la logica proposta da Trump, quella di costruire una sorta di “G2”, un nuovo equilibrio Stati Uniti-Cina. Pechino sogna un “G1”, non un “G2”. La Cina non vuole cooperazione, ma stabilità strategica, che è molto diverso.
La stabilità degli equilibri mondiali consente alla Cina di crescere, ma non c’è alcuna volontà di condividere un governo del mondo con gli Stati Uniti, a partire dai conflitti militari aperti. E questa scelta si esprime su tre fronti: Iran, Ucraina, e Intelligenza artificiale».
In che modo?
«In Iran con un sostegno militare diretto, attraverso la fornitura di droni e altri armamenti. La Cina non ha interesse ad allestire un vero percorso di pace in Iran: ha un buon rapporto con Teheran, e forse continua ad importare petrolio iraniano attraverso rotte poco note che passano dalla Turchia.
Quanto all’Ucraina, le promesse di mediazione cinese ci sono state, ma sono rimaste sulla carta, mentre Putin ha tutto l’interesse di restare a guardare cosa accadrà a Washington. Persino sul ruolo dell’Intelligenza artificiale, Cina e Usa hanno visioni diverse: Trump non vuole porre limiti a quella che lui chiama “superintelligenza”, a differenza di Pechino».
Taiwan e la sfida alla leadership americana
Senza dimenticare la questione più calda: Taiwan.
«È la questione delle questioni, per la leadership cinese. Pechino sta archiviando il principio del “consenso”, che garantiva in qualche modo l’autonomia dell’isola, per passare al principio della “riconciliazione”, che significa in sostanza riunificazione. Il leader del Kuomintang è stato ricevuto a Pechino e si è detto d’accordo.
E c’è in ballo un contratto americano da 14 miliardi di dollari per la vendita di armi all’isola. Se Trump bloccherà questo contratto, sarebbe un segnale inequivocabile: gli Stati Uniti si separerebbero dai destini di Taiwan, probabilmente pensando che questa scelta possa giovare a una riconciliazione strategica tra Usa e Cina».
Guardando il quadro che ha descritto, sembra che Trump stia giocando un po’ ovunque in difesa?
«Mentre la Cina coltiva i suoi propositi di potenza portandosi dietro un patrimonio di relazioni internazionali, Trump invece attraversa un periodo di massima fragilità, anche nelle relazioni con gli alleati tradizionali. Da “America First” siamo passati ad “America alone”, cioè un’America rimasta da sola.
I rapporti con l’Europa sono ai minimi termini. Il rapporto privilegiato con l’India in funzione anticinese si è fortemente indebolito. E Trump è in fortissima tensione anche con il Canada, alleato con il quale gli Usa hanno sempre condiviso tutto, a cominciare dai rapporti privilegiatissimi di intelligence.
Il primo ministro canadese ha detto di essere pronto anche a una risposta militare in caso di un attacco degli Stati Uniti contro il Canada, in uno scenario in cui si teme di poter passare dalla guerra dei dazi a qualcosa di più concreto. È chiaro che Carney ha esagerato, ma comunque tra alleati storici non si era mai arrivati a questo punto».
Trump, le elezioni e il futuro dell’Europa
Perché Trump ha rifiutato la proposta di pace iraniana?
«Sul piano comunicativo, considera la partita già conclusa con la trovata “geografica” dello stretto di Hormuz ribattezzato “stretto di Trump”. Ma il punto è che l’inquilino della Casa Bianca è costretto a posticipare ogni decisione al dopo mid-term. Chiudere i dossier internazionali adesso sarebbe per lui un gigantesco azzardo. Gli accordi verrebbero sottoposti al giudizio degli elettori».
Il voto americano è cruciale?
«Sappiamo che storicamente il presidente è sfavorito nel voto di mid-term, ma stavolta il contesto è diverso. Se Trump perde Camera e Senato e diventa un’“anatra zoppa”, non potrà più mantenere la postura internazionale di questi due anni.
Come reagirà Trump a un’eventuale sconfitta? Non solo gli americani, ma tutte le cancellerie mondiali sono alla finestra, in attesa di capire cosa accadrà a Washington con queste elezioni. Se Trump contesterà il risultato, provocherebbe una rottura civile profonda negli Stati Uniti, uno scenario mai visto nella storia recente. Sarebbe peggio dell’assalto a Capitol Hill, perché stavolta a contestare il voto sarebbe un presidente in carica».
E l’Europa?
«In questi sommovimenti mondiali, rischia di restare spettatrice. Attraversata da tensioni elettorali estreme. Il rischio è che, nella fase più delicata di questo passaggio storico, ogni Paese europeo resti ripiegato sul fronte interno delle proprie campagne elettorali.
L’Europa mancherebbe un tornante cruciale della storia. È questa la sfida vera per le classi dirigenti europee: saper parlare al proprio popolo, e allo stesso tempo mantenere la forza per essere protagonisti nel mondo».
Ma l’onda sovranista avanza.
«Cominciamo col chiederci da dove nasce il sovranismo. Nasce da una rottura storica, quella della globalizzazione, che era stata presentata come la soluzione di tutti i problemi. Parafrasando il poeta russo Majakovskij, potremmo dire che “la barca della globalizzazione si è arenata sulla scogliera della realtà quotidiana”».
Cioè?
«La globalizzazione ha mostrato tutte le sue fragilità, e l’idea che potesse avere un effetto quasi taumaturgico si è rovesciata nel suo opposto, producendo più divisioni e contraddizioni.
Gli elettori tedeschi non votano AfD perché si richiama al nazismo, ma perché hanno una paura reale del futuro, temono la guerra, sono terrorizzati per la propria condizione sociale. In Germania la Volkswagen – che significa letteralmente “auto del popolo” – ha annunciato 100.000 esuberi: è una cifra enorme».
Quale risposta dare?
«Da un lato l’interconnessione del mondo resta talmente forte da rendere impraticabile una soluzione di puro nazionalismo economico. Ogni singolo Paese europeo che affronta da solo questa sfida, anche se economicamente forte come la Germania, non ce la fa.
I leader europei devono fare un doppio movimento, difficilissimo: da una parte devono puntare all’autonomia strategica europea nel campo della difesa, dall’altra però devono ricordarsi delle politiche sociali. E saper parlare con la propria gente».
Un’Europa autonoma può continuare a collaborare con gli Usa?
«Deve farlo. Anzi, un’Europa che possiede una sua autonomia strategica e che allo stesso tempo condivide principi e valori con gli Stati Uniti, in modo incancellabile, può diventare un aiuto straordinario per gli stessi Stati Uniti.
Perché il punto vero è questo: mai come adesso il sistema democratico occidentale è sfidato dalle autocrazie nel mondo. Dentro questa partita saranno in gioco principi, valori, modi di essere, e prima ancora, vite umane».
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