Si chiama effetto Vannacci. Hanno sperato che il debutto del generale facesse largo al campo largo e invece a Reggio Calabria il centrodestra ha stravinto (pur nell’esiguità dei votanti). Il giorno dopo c’è il classico trabocco di bile ed ecco che il caso di Giulio Regeni viene strumentalizzato, senza neppure un briciolo di vergogna, per attaccare Antonio Tajani, che si è ricordato di essere non solo vicepresidente del Ppe e segretario di Forza Italia, ma anche ministro degli Esteri.
Come si sa la sinistra ha fatto del ricercatore friulano una sorta di icona. In tutti i Comuni a trazione Pd sono comparsi gli striscioni «Verità per Giulio Regeni». Però fin quando non è arrivato al governo il centrodestra la verità è rimasta nascosta. Lunedì la Corte d’Assise di Roma ha riconosciuto, con una sentenza definita storica dal procuratore capo, Francesco Lo Voi, tre ufficiali dei «servizi» egiziani colpevoli del reato di sequestro di persona e li ha condannati a dieci anni. Certo l’assassino resta ignoto, ma è una parte consistente di verità. Semmai viene da chiedersi perché non sia mai stata indagata Maha Abdelrahman, la docente e tutor di Regeni all’università di Cambridge, che inviò il ricercatore in Egitto senza garanzia alcuna. Commentando il verdetto, Tajani ha dichiarato: «Sono state condannate tre persone in primo grado. Vedremo cosa succederà nel secondo e terzo. Ma non è l’Egitto a essere condannato in quanto tale».
Apriti cielo, è scattato il mantra di Elly Schlein «Tajani e Meloni riferiscano in Parlamento». Poi il campo largo infeltrito dal salmastro di Reggio Calabria ha detto di ogni. Nicola Fratoianni (Avs), parcheggiata la Tesla, ha lanciato l’anatema: «Il ministro Tajani dovrebbe dimettersi». Elly Schlein, segretario del Pd: «Tajani ha perso un’altra occasione per tacere ed evitare imbarazzo al Paese. Nessuno può più negare la responsabilità del regime di Al Sisi». E ha aggiunto: «Si risparmi i toni da assoluzione d’ufficio; adesso il governo deve far rispettare ed eseguire la sentenza: pretendere dall’Egitto la consegna dei responsabili e il risarcimento stabilito». I pentastellati a Strasburgo presentano una mozione perché, «alla luce della sentenza sull’omicidio di Giulio Regeni, le relazioni Ue-Egitto non possono andare avanti come se nulla fosse». Angelo Bonelli incalza: «Meloni chiami Al Sisi e pretenda l’estradizione dei condannati». Peppe Provenzano – responsabile esteri del Nazareno – apostrofa: «Tra tutte le parole possibili, Tajani ha scelto le peggiori». Sotto traccia c’è il tentativo di rievocare una presunta collusione di Giorgia Meloni – accusata di tacere di fronte alla sentenza – con Al Sisi per il caso Al Masri a difesa degli interessi dell’Eni in Egitto. Matteo Renzi si stacca: «Per essere intellettualmente onesti bisogna dire che a riprendere i rapporti con l’Egitto è stato il governo Conte, poi Mario Draghi e Giorgia Meloni». Dal campo largo c’è la richiesta di interrompere le relazioni diplomatiche con Il Cairo. Più dignitosa la posizione della famiglia Regeni: «La nostra fede nella giustizia è stata ben riposta».
Tajani ha precisato: «Vale più l’azione diplomatica che il clamore. L’attività diplomatica non ha nulla a che vedere con la copertura: noi non copriamo nulla, vogliamo soltanto scoprire la verità». Perentorio il premier Meloni: «Assieme alla famiglia, siamo determinati a ottenere verità e giustizia. Utilizzati tutti i canali, anche politici e diplomatici, interromperli non aiuta la causa». Va anche ricordato che il governo si è costituito parte civile. Seguendo il filo del campo largo viene però da domandarsi. Dovremmo sospendere le relazioni diplomatiche con tutta Europa e oltre se l’assunto è: le colpe di un cittadino ricadono sullo Stato? Cosa facciamo con i marocchini, i nigeriani, i tunisini, i bengalesi che stuprano, rapinano e ammazzano qui da noi? Sarebbe interessante sapere dalla Schlein perché i «suoi» governi non hanno protestato con il compagno Pedro Sánchez per questi delitti impuniti in Spagna: Mario Biondo, cameraman palermitano trovato senza vita il 30 maggio 2013, Niccolò Ciatti, pestato a morte la notte tra l’11 e il 12 agosto 2017 in una discoteca di Lloret de Mar, Samuele Spinelli morto a Barcellona quest’anno durante un raid della polizia.
E che facciamo con Emmanuel Macron che, aderendo alla «dottrina Mitterand», si è rifiutato di estradare dieci terroristi rossi di cui il più macabramente famoso è Giorgio Pietrostefani (mandante dell’uccisione del commissario Luigi Calabresi, il cui figlio Mario sarà forse il candidato dal Pd a sindaco di Milano)? Rompiamo le relazioni anche con la Germania per aver scontato ampiamente la pena di Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz della Thyssen-Krupp, che sono da sempre in libertà nonostante siano responsabili della morte di sette operai a Torino? Allora stracciamo ogni rapporto anche con il laburista Andy Burnham perché per il rogo della Grenfell Tower a 10 anni dalla strage in Inghilterra non si è ancora fatto il processo per rendere giustizia a Gloria Trevisan e Marco Gottardi bruciati vivi. E così dovremmo dichiarare guerra agli Stati Uniti d’America perché hanno assolto i piloti che il 3 febbraio del 1998 tranciarono i cavi della funivia del Cermis, ammazzando 20 persone. E che dire di Lula da Silva che ospita decine di malavitosi latitanti italiani? Applicando il codice campo largo vanno chiuse tutte le ambasciate. Alla faccia dell’europeismo! Il fatto è che la retorica, come le bugie, ha le gambe corte.
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