new ira ultimatum
(Getty Images)

L’Europa sta entrando in una fase critica del processo immigrazionista, con la Danimarca che rende note le statistiche sui reali costi e benefici degli immigrati divisi per nazionalità, con la Spagna che deve sostenere le spallate immigrazioniste a Ceuta e con il primo ministro britannico, Andy Burnham, che deve affrontare le ribellioni dei piccoli paesini della campagna inglese dove 1.500 inglesi devono «fare la loro parte» accogliendo 15.000 immigrati. Ma c’è un episodio volutamente tenuto sottotraccia dai media (tranne questo), che dice molto di questa fase: il presunto comunicato della Nuova Ira che ha dichiarato la ripresa delle operazioni militari finalizzate all’unificazione delle 32 contee, ma anche alla fine delle politiche immigrazioniste.

La Nuova Ira e il suo ultimatum

La Nuova Ira (New irish republican army) nasce nel luglio 2012 ed è l’ultima metamorfosi dei gruppi militari che si sono opposti all’Accordo del Venerdì Santo del 1998. Fonde in sé una serie di realtà paramilitari e terroristiche ma anche politiche. Ideologicamente è un gruppo di repubblicanesimo dissidente che rifiuta il processo di pace, rivendica tratti socialisti rivoluzionari, critica il Sinn Féin e viene considerato temibile malgrado la consistenza si aggiri su 200 membri.

Il comunicato diramato e ripreso da «fonti dei servizi segreti britannici» è apparso irrituale ma non incoerente. Uno dei massimi esperti della realtà nordirlandese, il politico e studioso unionista David Vance, ha avanzato il sospetto di una possibile strumentalizzazione messa in atto dal governo laburista il quale, in difficoltà sul tema immigrazionista, avrebbe indicato un «nemico terrorista» all’elettorato.

Il «convincimento coatto» contro gli immigrati problematici

Ed è qui che possiamo notare una fase inedita nei rapporti tra immigrazionismo e ceti popolari. Perché se è vero che la Nuova Ira ha emanato un ultimatum vago e irrituale, è anche vero che esso appare plausibile e si inserisce in una serie di iniziative che l’Ulster, e alcune realtà urbane irlandesi, vedono attuarsi nei termini di «convincimento coatto» per indurre elementi immigrati problematici a lasciare il Paese.

Emergono dunque in tutta Europa realtà auto-organizzate che in zone degradate e popolari espongono nuove consapevolezze conflittuali. Giacché le élite progressiste possono permettersi l’immigrazione come bene di lusso culturale rivendicando la diversità come capitale simbolico, i ceti popolari la subiscono come riduzione dello spazio vitale e appare così plausibile la tesi di Vance che vede il comunicato della Nuova Ira all’interno di una più ampia criminalizzazione delle proteste popolari.

Il disagio dei ceti popolari

Le prime vittime dell’assenza di ordine e civiltà sono proprio i ceti più bassi, e ciò rende plausibile il paradosso irlandese per il quale solo un residuo terroristico può ancora parlare il linguaggio dell’antagonismo prendendo atto del disagio sociale innescato da immigrazionismo e rifiuto dell’integrazione. Disagio per il quale la narrazione della «povertà» o addirittura della «colpa bianca» non ha alcuna presa neanche a sinistra. Il colonizzato storico, l’irlandese, si riconosce ora come estraneo nella propria terra, mentre il migrante – figura un tempo sacralizzata come «nuovo proletario» – viene letto come colonizzatore ed è interessante notare come proprio su questo tema ritorni la storica postura filopalestinese dell’Ira che azzarda il paragone tra le grooming gang e le degenerazioni dei coloni israeliani in Cisgiordania.

Il paradosso della nuova questione migratoria

In tutta Europa ci si accorge che l’ambiente sociale non può essere sottoposto a resilienza infinita e che la violenza viene rigettata non perché attuata da chi è «diverso» o «povero» ma perché vengono violate le basi minime del patto di convivenza. E una politica che rinuncia ostinatamente al proprio ruolo di mediazione sociale per dedicarsi a mera gestione dei flussi e repressione del dissenso è la vera causa dei rigurgiti terroristici.

Questo rovesciamento rende visibile ciò che la teoria decoloniale ufficiale non può ammettere e cioè che il neocolonialismo non è un fenomeno esclusivo dell’espansione europea «patriarcale e bianca», ma è una struttura di potere che può essere esercitata da qualsiasi gruppo che occupi e trasformi uno spazio altrui con la forza demografica e la protezione dello Stato, rinnovando un processo di colonizzazione secolare che oggi ha solo cambiato le sue dinamiche: non più gli inglesi che invadono «da fuori» ma gli immigrati che vengono «portati dentro». Siamo forse giunti all’alba di una nuova «sinistra anticoloniale» che se deve scegliere tra livelli minimi di vivibilità sociale e deflazione salariale smette di portare acqua alla convergenza di interessi tra cinismo globalista e parastato gramsciano e torna a ribadire l’irrinunciabilità di sicurezza, coesione e patto sociale.

Da non perdere

La Svezia abbassa la responsabilità penale a 14 anni
Giustizia

La Svezia abbassa la responsabilità penale a 14 anni

Dopo le polemiche in Italia sul provvedimento del governo Meloni sull'imputabilità dei minori, il Parlamento svedese sceglie una stretta ancora più netta: la soglia scende da 15 a 14 anni per i reati più gravi. La legge entrerà in vigore a settembre.

Soldati ucraini: «Aiuto, serve acqua»
Mondo

Soldati ucraini: «Aiuto, serve acqua»

Appello dal fronte: «Qui beviamo urina». Vance ottiene da Zelensky lo stop agli attacchi a un terminal strategico. Berlino invece s’inchina a Kiev: «Nord Stream target legittimo».